Claudio Bonomi, Le migliori sigle della nostra vita. Musiche imprevedibili, compositori segreti, programmi cult dei palinsesti RAI degli anni 1968-1978. Prefazione di Piergiorgio Pardo. Milano, Crac Edizioni, 2025, pp. 196, € 16.
I ricordi condivisi di una generazione, quei ricordi nati nell’ambito personale, dell’intimità, che si fissavano poi nella condivisione, nello scambio amicale, hanno acquisito da tempo, per chi sia nato negli ultimi sessant’anni, la natura consultabile di materiali d’archivio. Quel tal programma radiofonico o televisivo, quella partita di calcio, quel notiziario epocale, quella canzone, quel personaggio popolare un giorno e scomparso il giorno dopo, entità che un tempo potevano essere solo rievocate con l’emozione di un’intermittence du cœur e con il valore di pegno emotivo, oggi si trovano sulla Rete immediatamente disponibili anche al più imperito dei ricercatori che possa mettere mano a Google, a YouTube, ad Archive.org, a un social a caso: mezzi che hanno fondato gran parte delle loro fortune sul bisogno di questa sterminata biblioteca gratuita del ricordo.
Si capisce dunque che in anni recentissimi sia andata facendosi strada una filologia del ricordo, una scienza archivistica della ricerca e dell’ordinamento delle memorie condivise.
Claudio Bonomi, il giornalista repentinamente morto nel settembre scorso a Milano dov’era nato nel 1961, aveva questo lavoro, come si dice in inglese, tagliato per lui: alla curiosità e all’entusiasmo genuino per le musiche di vario genere e impiego, Claudio univa la competenza, lo scrupolo e il metodo dello studioso, affinato e applicato per molti anni in un’attività pubblicistica multiforme (fra le altre testate, per Il manifesto, Musica Jazz, Quaderni d’altri tempi), attività che probabilmente trovò culmine nell’importante studio, completato da una preziosa antologia musicale, Elastic Jazz (Auditorium), di cui fu autore nel 2005 con Gennaro Fucile, lavoro che rimane, dopo vent’anni, il miglior testo in lingua italiana sul jazz britannico del dopoguerra.
Le migliori sigle della nostra vita, che Claudio ha fatto in tempo a ultimare ma non a vedere stampato e che esce ora per le cure della moglie Federica, è definito bene dal suo sottotitolo: “Musiche imprevedibili, compositori segreti, programmi cult dai palinsesti RAI degli anni 1968-1978“. Il decennio considerato circoscrive un periodo corrispondente all’infanzia e alla primissima adolescenza dell’autore e di molti dei suoi probabili lettori e in questo senso adempie a quella funzione di “archivistica del ricordo“ di cui si diceva; se non che la trattazione si tiene poi sempre felicemente lontano dalle tentazioni della nostalgia, tramite una prosa asciutta e vivace e un’inclinazione storica e analitica, anche in senso propriamente musicale, rivolta in primo luogo agli sceneggiati tv, primo fra tutti la famosa Odissea diretta da Franco Rossi e Mario Bava, per arrivare alle sigle dei disegni animati giapponesi che approdarono in Italia sullo scorcio finale degli anni Settanta lasciando un’impronta incancellabile sull’immaginario e sulla programmazione televisiva italiani.
Attraverso dieci capitoli che passano in rassegna e analizzano sigle di programmi fra cui i telegiornali e perfino le previsioni del tempo, “la TV del ragazzi“, i telefilm d’importazione inglese quali U.F.O. e Spazio 1999, Bonomi compie un excursus nelle musiche italiane d’uso del periodo, soprattutto delle loro intersezioni con la musica colta (in figure come Egisto Macchi), la canzone d’autore (Battiato), il rock progressivo, il jazz e i primordi del lounge revival. Preziosa la seconda parte, composta d’interviste a musicisti (Roberto Colombo, Pierangelo Fornaro e Corrado Carosio, Gabriele Graziani, Fabio Zuffanti, Daniele Benati, Massimo Martellotta) e a musicologi e storici (Anna Scalfaro, Massimo Privitera).
Il libro, oltre che istruttivo e unico nel genere, è di lettura piacevole e sorprendente per la maniera, così caratteristica del suo autore, che ha di unire la ricerca al gusto particolare della ri-scoperta, per chi serbi ricordo diretto delle musiche di cui parla: prezioso innesco dell’emozione ineffabile della memoria involontaria, l’unica memoria, secondo Proust, che conti per qualche cosa.
(Marco Bertoli)

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