di Stefano Trucco

Nei cartoon americani degli anni Trenta spesso comparivano delle celebrità. Non erano i cartoon migliori del tempo, anzi, erano un ripiego un po’ pigro, e benché alcuni fossero prodotti dalla Disney o dalla Warner Bros, cioè dalle eccellenze, la maggior parte era prodotta da studios minori, a volte francamente terribili come, appunto, i Terrytoons di Paul Terry.
Le celebrità che comparivano in questi pre-spettacolo di cinque minuti circa venivano in gran parte dal cinema e dalla radio. Per quanto riguarda il cinema alcune sono famose ancor oggi – Charlie Chaplin, Greta Garbo, Clark Gable, Stanlio e Ollio, i fratelli Marx, Shirley Temple – ma altre sono largamente dimenticate benché a volte fossero enormemente popolari – Marie Dressler, John Barrymore, Wallace Beery, W.C. Fields, Mae West e Joe E. Brown, che ricorderete, anni dopo, dire ‘nessuno è perfetto’ a Jack Lemmon in ‘A qualcuno piace caldo’ ma che all’epoca faceva film comici di successo in cui spalancava la bocca il più possibile. Quasi sempre c’era Will Rogers, che in quegli anni era uno degli americani in assoluto più famosi e influenti del mondo: un cowboy (autentico) che però aveva avuto successo come comico ed era una star a teatro, al cinema, alla radio, sui giornali e i cui frequenti commenti politici erano trattati con considerazione e largamente commentati (morì tragicamente nel 1935 alla guida del suo aereo in una tormenta di neve). Le star dimenticate ovviamente mi interessano molto di più delle altre, che è il motivo per cui sono fissato con le celebrità ancor più oscure, cioè le star della radio americana di quegli anni – Jack Benny, Walter Winchell, Ben Bernie, Kate Smith, Ed Wynn… – e che erano molto presenti nei cartoni animati di cui ci occupiamo qui (poi un giorno bisognerà fare un discorsetto sull’esplosivo cocktail totalitario di cinema e radio che dominò e plasmò quegli anni di guerre e genocidi – ma non è questo il giorno).
Però apparivano anche altre celebrità, più sorprendenti, quelle che popolavano i cinegiornali e le notizie ‘vere’. Star della cultura alta alla portata dello spettatore medio – Albert Einstein, Leopold Stokowski, George Bernard Shaw – e i protagonisti della politica nazionale e internazionale – Franklin Delano Roosevelt, Adolf Hitler, il Mahatma Gandhi, il Principe di Galles…
E Benito Mussolini, l’Eroe Italiano, come lo definiva Salvatore Satta nel suo ‘De Profundis’, anche più spesso degli altri.
Nei cartoon dei primi anni Trenta il Duce compare come pura e semplice celebrità, un famoso fra altri famosi, senza alcun giudizio politico o morale.
Per esempio, The World’s Affair (1933) è incentrato sull’Esposizione Mondiale di Chicago, «A Century of Progress», e la tratta come se fosse l’evento più importante di quell’anno, il culmine della Grande Depressione, mentre il mondo stava andando letteralmente a pezzi. Scrappy, un bambino privo del benché minimo carisma che insieme al fratellino Oopy sarà protagonista di più di cinquanta cartoni per la Columbia Pictures, presenta una serie di invenzioni non particolarmente divertenti e alla fine viene premiato, in successione, dal Presidente Roosevelt (che cammina senza problemi), da Mussolini, da Hindenburg (Hitler era già Cancelliere ma meglio di no), dal Re d’Inghilterra, Giorgio V, da Maurice Chevalier in rappresentanza della Francia (cambiavano Primo Ministro ogni tre mesi) e da Gandhi. In seguito si uniscono ai festeggiamenti Einstein, Stokowsky, Stan Laurel, il Principe di Galles, Jimmy Durante e Ed Wynn. Mussolini ha ancora un po’ di capelli e un atteggiamento fiero mentre premia Scrappy con un piatto di pastasciutta.
Un Mussolini ballerino appare anche in un altro cartoon della stessa serie, Scrappy’s Party (1933), insieme alle solite celebrità già citate, a cui se ne aggiungono alcune che compaiono solo qui: John D. Rockefeller, il da poco deposto Re di Spagna Alfonso XIII e Al Capone, appena arrestato, che telefona in lacrime dal carcere di non poter venire alla festa.
Sempre nel 1933 Mussolini partecipa a I’ve got to sing a torch song, una parodia dei divi della radio (fra i quali spicca Bing Crosby che canta mentre si fa il bagno, adorato da una camerata di discinte studentesse del Vassar College), dove fa ginnastica al mattino su un cavallo a dondolo, salutandosi vigorosamente col braccio teso. La qualità è leggermente superiore e la scena finale in cui Greta Garbo, Mae West e Zasu Pitts cantano la canzone del titolo è stranamente malinconica. Nel 1935 è la volta di Buddy’s Theatre, dove il Duce («Premier Mausoleum») appare in un cinegiornale mentre dal balcone, con Giovinezza in sottofondo, passa in rassegna le nuove reclute, dei bambini.
Come dicevo, in queste apparizioni Mussolini è semplicemente una celebrità un po’ buffa ma è noto che in quegli anni il Duce era considerato molto positivamente all’estero, almeno in certi ambienti. Così potevano capitare cartoon in cui Mussolini era esplicitamente uno dei buoni.
I like mountain music (1933) è l’ennesima versione di una gag ricorrente: un drugstore, come in questo caso, o una libreria dove la notte i personaggi delle riviste o dei libri escono dalla carta e cantano, ballano o fanno gli scemi. Alcuni sono le celebrità che abbiamo già incontrato (c’è di nuovo Will Rogers), altri sono i personaggi dei romanzi, dai Tre Moschettieri a Robinson Crusoe (ma anche best seller del momento come The Good Earth di Pearl S. Buck). A un certo punto da una rivista di thriller escono dei criminali che forzano il registratore di cassa e sono inseguiti dai buoni, fra i quali Mussolini, che dal balcone incita le camicie nere a inseguire i gangster.
Il culmine della love story dei cartoni animati da poco per il Duce raggiunge però il culmine in un bruttissimo cartoon dei Terrytoon Studios, In Venice (1933). In realtà qui l’ammirazione non è nemmeno per Mussolini, che non compare, quanto proprio per il fascismo. In una Venezia popolata di cani e gondole, arriva in visita Will Rogers, sempre lui, accolto da Italo Balbo, popolarissimo negli Usa per le sue prodezze aviatorie (c’è ancora una strada a lui dedicata a Chicago, Balbo Drive). Balbo arriva volando ma senza aereo, come un uccello; Rogers in compenso fa il saluto romano a una piazza piena di camicie nere, che poi aiutano un cagnolino a sconfiggere un mostro degli abissi. Giuro.
A questo punto c’è una pausa. I cartoon con la celebrità passano di moda, se ne fanno meno e rigorosamente a tema spettacolo: la politica sta diventando troppo cupa e se Mussolini può sembrare buffo, Hitler lo è molto meno (anche se sempre nel 1933 c’è un cartoon lo si vede inseguire con una mannaia il comico Jimmy Durante, avendo scambiato il suo naso imponente per quello di un ebreo). Quando Mussolini torna nei cartoon ci torna in condizioni molto diverse – insieme a Hitler.
Già che ci siamo: John Gunther fu un giornalista americano, famoso per la sua serie di reportage continentali della serie ‘Inside’ – Inside Asia, Inside Latin America, Inside Africa, Inside U.S.A…. Inside Europe, il primo della serie, esce nel 1935. Sostanzialmente Gunther visita ogni singolo paese europeo e ne descrive i leader e le condizioni politiche. Con la situazione politica in rapida evoluzione esce una nuova edizione aggiornata praticamente ogni anno – l’ultima, la «War Edition», lunga il doppio della prima, esce all’inizio del 1940. Ottimo giornalismo, con tutti i pregi e i limiti del caso.
“Questo libro è scritto da un preciso punto di vista, cioè che gli accidenti della personalità giocano un ruolo importante nella storia (…) Non credo di aver tralasciato i fattori politici, religiosi, demografici, nazionalisti ed economici, ma il fattore più importante è quello personale (…) Può sembrare incredibile ma è innegabile: conflitti interiori irrisolti nelle vite dei vari leader europei potrebbero portare alla fine della civiltà’”.
Le quasi 50 pagine dedicate all’Italia sono divise in tre capitoli: Mussolini, Chi altro in Italia? (il Re, il Papa, Galeazzo Ciano…) e La guerra in Abissinia. Per Gunther, come per tutti all’epoca, l’Italia si identifica con Benito Mussolini.
Come andò, lo sappiamo. Farsa e tragedia intrecciate nel più puro e caratteristico Stile Novecento. Se la Seconda Guerra Mondiale fosse stata, come in realtà in gran parte fu, un film americano in bianco e nero, un kolossal di guerra con ‘thousands in the cast’, all’Italia sarebbe toccato il ruolo del comic relief, l’intermezzo comico.
Il bullo che alla fine le busca da tutti è un personaggio comico antichissimo, il Miles Gloriosus o Capitan Spaventa, ed è ciò che accadde all’Italia e a Mussolini personalmente, che nel giro di pochi anni passò da leader mondiale ammirato o temuto a poveraccio disprezzato da tutti, alleati compresi. La potentissima macchina militare delle parate si dimostrò pateticamente debole, compresa l’“arma fascistissima”, l’aviazione creata da quell’Italo Balbo che riceveva Will Rogers a Venezia, rapidamente spazzata via dai cieli.
Gli italiani, si diceva, non volevano combattere e si arrendevano alla prima occasione: forse non era proprio vero, ma di certo perdevamo sempre e comunque nessuno si sarebbe sognato di dirlo dei tedeschi o dei giapponesi. Tanto per fare degli esempi, tanto scemotti quanto oscuri, durante la guerra, nel serial radiofonico western americano «Tom Mix», uno dei cattivi era il gangster italo-americano Caesar Ciano – “I a-have a-no got no a-accento!” – mentre in Gran Bretagna, negli stessi anni, era popolarissimo lo show comico It’s that man again (precursore dei Goons e dei Monty Phyton), ambientato in un paesino inglese pieno di tipi eccentrici e di spie dell’Asse, fra cui l’italiano Signor So-So, specializzato in gaffe linguistiche (“Oh, yes, Mr Hagglemuch. I’m an unqualified artichoke. I’ve built many sky-scrappers, and bolks of falts”). L’Italia della WWII è tristemente riassunta dalla figura del Capitano Tonelli in Casablanca, un tipico italiano baffetti-e-brillantina con un’uniforme bianca da cameriere che lecca i piedi dei tedeschi, un penoso declino dal Benzino Napaloni, dittatore di Bacteria, interpretato da Jack Oakie in The Great Dictator, tranquillamente in grado di tenere testa all’Adenoid Hynkel di Charlie Chaplin.
La parabola di Mussolini per certi aspetti sarebbe quella per definizione della tragedia: un uomo potente che, accecato dall’hybris, cade rovinosamente. Solo che siamo nel XX secolo e la tragedia pura, non adulterata, non è più possibile, almeno nell’arte ‘seria’, e quindi la caduta di Mussolini, tragica tanto per lui quanto per l’Italia, è sfocata da uno spesso velo di commedia (morire con l’amante al fianco e poi essere appeso per i piedi – nessuno sceneggiatore di Hollywood avrebbe osato tanto). Non per niente gli italiani sono gli unici che, a metà guerra, vista la mala parata, cercano di passare dall’altra parte, non riuscendovi. Questo segna il nostro destino: saremo sempre lo stereotipato paese del Rinascimento e dell’arte, diventeremo persino una potenza economica e un modello di stile, ma guerrieri no, mai più, never again.
Nel più famoso dei cartoon anti-nazisti della Disney, Der Fürher’s Face (1942), dove Paperino sogna una vita terrificante e irreggimentata nella Germania nazista, Mussolini appare solo per un istante, nella banda musicale che sveglia i cittadini suonando le lodi di Adolf Hitler. Invece in The Ducktators (1942), un Looney Tune della Warner Bros di notevole qualità, ha un ruolo più importante. Siamo in una fattoria dove nasce un’anatra con le fattezze e la voce di Hitler, che si impadronisce del potere e comincia a fare guerra alle fattorie vicine. Fra i suoi alleati ci sono un’anatra giapponese, che potrebbe essere sia l’imperatore Hirohito che il Primo Ministro Tojo, e un inconfondibile Benito Mussolini, un’oca nera gradassa che parla sia un pesante italo-americano di Brooklyn che parole italiane a caso, fra cui spicca “Tuttifrutti”. Lo vediamo fare un discorso dal balcone a un pulcino incatenato e costretto ad applaudire. Verrà poi massacrato insieme agli altri dalla colomba della Pace finalmente incazzata.

Mussolini appare anche in altri cartoon di livello decisamente inferiore – del resto la propaganda di guerra raramente è di qualità. Tokyo Jokyo (1943), una satira del Giappone piuttosto cruda e un po’ razzista (tutti, proprio tutti i giapponesi sono miopi e con i denti sporgenti), è in forma di cinegiornale. A un certo punto arrivano le notizie dall’Asse, lette da Lord Haw Haw, un inglese che faceva propaganda anti-inglese alla radio nazista e che finì prevedibilmente malissimo: Hitler, perplesso, riceve una cartolina da Rudolph Hess in prigione; Mussolini invece è fra le rovine del Foro Romano, lui stesso una triste rovina incerottata che gioca con uno yo-yo. Molto peggio in The Last Round Up (1943), dove è addirittura una specie di cane-scimmia che implora bocconcini da Hitler e fa le capriole per la gioia. Infine, c’è Six Legged Saboteurs (1944), un filmato del Ministero per l’Agricoltura statunitense sul pericolo dei parassiti, preceduto da un cartone in cui i leader dell’Asse sono rappresentati insetti che complottano contro la produzione agricola americana. Ci sono tutti, compreso un vanesio Mussolini che Hitler zittisce a pedate per lasciare parlare (l’unica volta in cui compare, che io sappia) il leader collaborazionista francese Pierre Laval, un verme ma molto astuto. “Sic transit gloria mundi”, da Eroe Italiano a insetto non meglio identificato…
A quel punto gli italiani, dopo il 1943, erano diventati i buoni e il povero Mussolini si dovette prendere tutta la colpa (del resto, perché no? L’attacco a una Francia già sconfitta il 10 giugno 1940 è probabilmente il singolo atto più spregevole dell’intera millenaria storia italiana, paragonabile solo all’invasione della Grecia di pochi mesi dopo). Caesar Ciano, il gangster nemico di Tom Mix si pente e diventa un barbiere, passando senza sforzo apparente da uno stereotipo all’altro: il Signor So-So invece mette su un negozio di antiquariato nella felice cittadina inglese, continuando a torturarne la lingua e senza un solo pensiero per la patria lontana. E nel 1958, in A qualcuno piace caldo, Little Bonaparte, il boss della Società degli Amici dell’Opera Italiana, è un gangster vistosamente mussoliniano ma solo nominalmente uno dei cattivi – in fondo nessuno è perfetto.
P.S. La scena in cui, in un episodio di Lupin III, l’ispettore Zenigata viene improvvisamente posseduto dallo spirito di Mussolini e dopo aver urlato ‘Mussolini banzai!’ si mette a marciare con una bandierina italiana in mano, è troppo assurda per essere inclusa qui. Siamo al Polo Nord e il riferimento è alla spedizione del dirigibile Italia del 1928, quella della Tenda Rossa, ma no, davvero non è il caso.
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Tutti i cartoon ricordati nell’articolo si possono vedere su YouTube o DailyMotion. L‘illustrazione è di David Low.

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