
Di Andrea Micalone
I.
Onestà in letteratura significa poter perdere.
I romanzi di Dostoevskij vivono della discussione di idee poderose. All’Autore russo stavano a cuore (e a chi non stanno a cuore?) tutta una serie di questioni riassumibili all’incirca nella domanda: ma quindi, questo Dio, esiste o no? Molti (forse tutti) i suoi romanzi convergono su questo punto, partendo da Delitto e castigo e I Demoni, dove gran parte dell’impianto narrativo ruota attorno al postulato “Se non c’è Dio, allora tutto è permesso”, passando poi per le grandi domande dei Fratelli Karamazov e del Grande Inquisitore, sino ad arrivare alla finale e mastodontica opera sognata ma mai realmente compiuta, L’Ateismo, opera di cui l’autore russo parla in una lettera datata 11 (23) dicembre 1868 e diretta ad Apollòn Màjkov (e che ci occorrerà anche in seguito):
Io qui attualmente ho in testa, in primo luogo, un lunghissimo romanzo, il cui titolo è Ateismo […], ma prima di mettermi a scriverlo mi è indispensabile leggere quasi un’intera biblioteca di atei, di cattolici e di ortodossi. […] Il personaggio ce l’ho già: è un russo appartenente al nostro ceto, di una certa età, non molto colto ma neppure incolto, dotato di una certa posizione, che improvvisamente, quand’è già in là con gli anni, perde la fede […]. La perdita della fede in Dio ha su di lui un effetto colossale […]. Si mette a frequentare le nuove generazioni, gli atei, gli slavi, gli europei, i fanatici e gli anacoreti russi, i preti; tra l’altro, viene preso saldamente al laccio da un gesuita, un propagandista polacco; poi si libera di lui sprofondando nell’abisso dei flagellanti, e alla fine scopre Cristo, la terra russa, il Cristo russo e il Dio russo.1
In particolare nei Karamazov, la trama in più di un’occasione, o forse nella sua interezza, è una costruzione per mostrare tutte le opinioni che vorticano attorno al fatidico quesito.
Ecco: nel fare questo, a me pare, Dostoevskij è onestissimo.
Ma occorre spiegare insomma cosa io intenda, qui, con “onestà”.
Dostoevskij non fugge mai dinanzi al dilemma e, soprattutto, non dà le proprie risposte come assodate in virtù di chissà quale logica. Lui crede in Dio, lo sappiamo, e crede che nichilismo e relativismo siano orrori intellettuali, ma non cerca di dimostrarcelo gridandoci soltanto quanto la sua morale e la sua concezione dell’universo siano giuste; al contrario, scrive i Karamazov (e tutti gli altri romanzi), scrive il Grande Inquisitore e fa chiedere a Ivan perché i bambini soffrono se c’è davvero un Dio; insomma: si pone domande durissime. Contrappone alle proprie idee dubbi atroci. Non cerca di mostrare che tutti i poveri sono santi e buoni. I poveri, al contrario, sono orribili. Si potrà amare il prossimo in senso lato, ma amare davvero un estraneo, con la sua pelle porosa, i suoi occhi arrossati, il suo carattere odioso, è quasi impossibile. Il prossimo ci ripugna a livello fisico: inutile negarlo. I santi riescono ad amare i poveri, ma l’umanità non è composta di santi. E comunque, amore o non amore, Dio pare sempre assente. La sofferenza anche di un solo bambino sembra far crollare tutte le chiacchiere evangeliche del mondo.
Ecco cosa intendo con “onestà in letteratura”: Dostoevskij non addolcisce niente, e non si addolcisce niente. Siccome crede in A, prende di petto e serissimamente tutte le antitesi B. È onesto perché non pone la propria religione e le proprie convinzioni come degli assiomi di partenza, ma come il punto finale a cui deve arrivare, non aggirando mai alcuna difficoltà.
E ci riesce?
Non del tutto, e ne è consapevole. Il gioco, del resto, è pericoloso. Lo stesso Dostoevskij, in alcune lettere, si preoccupa di essere stato troppo convincente nell’impersonare Ivan. Confida che poi il discorso seguente dello starets Zosima capovolgerà la sfida in proprio favore, ma appunto teme (secondo me a ragione) di non esserci riuscito in pieno.
Ad esempio, a tal riguardo, scrive il 24 agosto (13 settembre) 1879 a Pobedonoscev:
La Sua opinione su quanto finora ha letto dei Karamazov è per me molto lusinghiera (a proposito della forza e dell’energia di quanto ho scritto), ma Lei qui pone una questione assolutamente inevitabile: il fatto che non c’è ancora una risposta a tutte le tesi atee qui esposte, e che bisogna assolutamente darla. È proprio questo il punto, e appunto in questo sta tutta la mia attuale preoccupazione e trepidazione. Infatti io ho previsto che la risposta a tutta questa parte negativa la si troverà nella sesta parte, “Un monaco russo”, […]. Pertanto la mia trepidazione è originata dal dubbio se tale risposta sarà sufficiente. Tanto più che non si tratta di una risposta diretta e puntuale alle tesi esposte in precedenza (nel Grande Inquisitore e anche prima), bensì soltanto indiretta. Qui viene rappresentato qualcosa di nettamente opposto alla concezione del mondo esposta in precedenza, ma, lo ripeto, non si tratta di una contrapposizione punto per punto, bensì, per così dire, di un’immagine artistica. Ed è appunto questo che mi preoccupa: sarò comprensibile e raggiungerò almeno in minima parte il mio scopo? Per giunta vi sono delle esigenze specificamente artistiche: era necessario rappresentare una figura modesta e maestosa, mentre in realtà la vita è piena di aspetti comici ed è maestosa soltanto nel suo senso interiore, cosicché, volente o nolente, per esigenze artistiche mi sono visto costretto a toccare anche gli aspetti più volgari della vita del mio monaco per non nuocere al realismo artistico. D’altronde vi sono certi insegnamenti del monaco che faranno gridare a tutti che sono assurdi perché sono troppo elevati. Naturalmente sono assurdi per il senso comune, ma mi sembra che siano giusti secondo un senso diverso, interiore. In ogni caso sono molto inquieto e desidererei molto conoscere la Sua opinione perché la rispetto e l’apprezzo altamente. Ho scritto con grande amore.2
Ecco dunque che torniamo alla frase di partenza: onestà in letteratura significa poter perdere, e cioè persino “difendere” il Male in piena consapevolezza, proponendosi di affrontare tutti i veri e pesanti dilemmi che esso comporta.
II.
Arriviamo quindi all’oggi, dove molta della letteratura contemporanea spesso si arena invece sulla battigia delle verità già indissolubili. Quanti romanzi contemporanei vanno “a tesi”? Quante storie sono concepite per mostrarci che le donne subiscono ancora orribili soprusi, e alcune etnie subiscono orribili soprusi, e i migranti sono esseri umani come noi, e la democrazia è migliore del fascismo e dell’autoritarismo, e la cultura è meglio dell’ignoranza, e l’intelligenza e la bellezza ci salvano, e così via?
Tante, ed è giusto così, ma moltissimi di questi testi contemporanei, dalle tesi “indiscutibili”, a parer mio presentano un problema: mancano di onestà.
Per “onestà”, lo ripeto per l’ennesima volta, intendo la capacità di rimettere sempre in dubbio persino le idee date per assodate. Per “onestà” intendo la capacità (e a volte la volontà) di ricordarci che il relativismo è ormai parte integrante del nostro bagaglio culturale, e che quindi persino nozioni apparentemente indiscutibili come “fare violenza a qualcuno è sbagliato” possono e debbono essere rimesse ancora in dubbio; che la coscienza contemporanea, informata inevitabilmente da psicologia, psicoanalisi e scienza in generale, vive nel mare della relatività della morale. Quantomeno, perciò, dobbiamo porci qualche dubbio.
Ecco: in questo credo che una parte della letteratura contemporanea manca di onestà: non pone e non si pone dubbi. Ha posizioni “giuste”, coerenti, ma assertorie. Quanti romanzi italiani contemporanei dicono: io credo che la morale A sia giusta, ma proprio in quanto credo questo, cerco di smontarla a ogni costo, cerco antitesi B che mi mettano in difficoltà, così da sperare di convincervi infine che A rimane comunque in piedi?
Ce ne sono, sì, (penso a Giulio Mozzi, Demetrio Paolin, Walter Siti), ma compongono una minoranza. È un gioco rischiosissimo e serissimo, e proprio per questo sono in pochi a giocarlo. Cercare controargomentazioni valide alle proprie idee è però la massima prova di onestà intellettuale; così come costringere il lettore stesso a porsi i quesiti più ostici senza mostrargli il “versante positivo” potrebbe risultare un metodo ancor più efficace e disarmante. Penso a “Bruciare tutto” (Rizzoli, 2017) di Siti e, ancor di più, a “Le ripetizioni” (Marsilio, 2021) di Mozzi. Per esempio, nel finale di quest’ultimo romanzo assistiamo annichiliti alla violenza e all’assassinio di una bambina, e pur sapendo che è tutta una finzione narrativa (come sottende l’intero impianto del romanzo), il lettore si sente ghiacciare il sangue proprio perché è consapevole che ciò avviene, è avvenuto e avverrà ancora, nell’indifferenza totale del cosmo (e, in questo caso, del narratore, che non offre una risoluzione e, anzi, sospende il romanzo proprio sul “più brutto”).
Il lettore comprende infine che non ha risposte.
III.
L’esistenza di romanzi che prendono di petto simili questioni, che “sanno di poter perdere” nel dibattito morale, e che dunque io considero “onesti”, è però messa sempre più in dubbio, giorno dopo giorno, dall’ascesa delle cosiddette “nuove sensibilità”. Bret Easton Ellis, nel suo volutamente urticante Bianco (Einaudi, 2019), si domanda da quando sia diventato necessario prendere a ogni costo le parti della vittima, e se al giorno d’oggi un giovane autore avrebbe il coraggio di scrivere un romanzo simile ad “American Psycho”. E se lui pone simili quesiti con il suo solito tono provocatorio, è pur vero che se andiamo a guardare alla grande letteratura, molte opere divenute pietre miliari raccontano proprio vicende viste dalla parte dei carnefici (Delitto e castigo, I Demoni, Lolita, ecc.) o comunque senza porsi in una prospettiva morale già vincente.
E funzionava? Certo che funzionava.
Se è vero che l’utilità dell’arte è un tema sempre dubbio e discusso, certo tra le sue possibili ragion d’essere c’è anche quella dell’immedesimazione nell’altro; e di immedesimarsi in una vittima è capace chiunque, mentre di immedesimarsi in un assassino e comprendere che non si è poi molto diversi da lui è tutta un’altra questione (e, così mi pare, assai più utile alla formazione intellettuale di un essere umano).
Ma, appunto, le “nuove sensibilità” tendono a voler guidare il discorso morale e anche artistico verso terreni meno accidentati e orizzonti più rassicuranti.
Inevitabile è allora domandarsi: cosa sono queste “nuove sensibilità”?
La questione, a un attento esame, non è affatto semplice. Non vi è infatti una definizione unica e definitiva nella quale delimitare le “nuove sensibilità”, ma certo dobbiamo guardare in direzione delle minoranze che oggi chiedono una maggiore rappresentazione, politica, sociale e anche artistica, minoranze intese sia in senso etnico, sia in senso di orientamento di genere e sessuale, con tutte le implicazioni intersezionali che da ciò conseguono. Ma, per attenerci all’ambito dell’espressione letteraria, dov’è che queste “nuove sensibilità” si fanno sentire con più urgenza?
In Italia le opinioni sono frammentate fra gli addetti ai lavori, mentre i politici, nel deprecare un eccesso di “politicamente corretto”, inneggiano intanto a ghigliottine figurate o persino reali. Dove invece la “nuova sensibilità” ha indubbiamente iniziato a incidere è nel mondo anglosassone e statunitense in particolare, dove ormai molti grandi editori si avvalgono della collaborazione dei “sensitivity reader”, redattori incaricati di verificare i testi da pubblicare alla luce delle possibili offese alla suscettibilità di questa o quella minoranza in essi coinvolta.3
All’apparire di queste figure, però, la discussione si apre a una nuova domanda: che cosa fare se, in un romanzo, l’esigenza di realismo richiede che dei personaggi agiscano e parlino da razzisti? È pensabile poter determinare con sicurezza “scientifica” ciò che è dicibile in un testo e discernerlo da quel che invece non lo è? E, tornando sempre ai nostri amati classici, di conseguenza essi suscitano problematiche nel momento in cui prendono le parti di un assassino o di un pedofilo e ci fanno immedesimare in costoro?
La risposta all’ultima domanda è: ovviamente sì.
Prendiamo ad esempio il testo della saggista Sarah Weinman, che nel 2018 ha pubblicato: The Real Lolita. The Kidnapping of Sally Horner and the Novel That Scandalized the World (HarperCollins). Nel suo libro, in cui si assume che Nabokov si sia ispirato alla storia vera di Sally Horner per scrivere il suo celebre romanzo, troviamo frasi come questa: “L’abuso che Sally Horner e altre ragazze come lei hanno sopportato non dovrebbe essere riassunto in una prosa piena di fascino, non importa quanto brillante”.
Oppure, in questo, diciamo così, “attacco ai classici”, si è distinto Dan-el Padilla Peralta, professore associato di studi classici a Princeton, che ormai da molti anni porta avanti la sua battaglia ai classici occidentali, a suo modo di vedere colonne portanti sulle quali si è costruita la figura (e quindi il potere) dell’uomo bianco. Come citato anche in un articolo del New York Times del 2021 che fece molto discutere,4 durante una conferenza fu domandato a Padilla se non ritenesse che i classici siano il fondamento di tutta la cultura occidentale, e che anche attraverso di essi si sono sviluppati concetti quali l’uguaglianza, la libertà e la democrazia. Al che Padilla rispose: “Ecco cosa ho da dire sulla visione dei classici che ha delineato. Non voglio averci niente a che fare. Spero che il campo che lei ha delineato muoia, e che muoia il più rapidamente possibile.” Certo, questa frase va presa con le pinze: la posizione di Padilla è molto più articolata di quanto questa risposta non lasci intendere:5 sostanzialmente lui richiede l’inserimento nei curricula di studio di tutte le letterature trascurate dal flusso storico a trazione bianca e occidentale (richiesta più che legittima), ma postula poi anche la decostruzione del “mito del classici” in quanto, a suo parere, sfruttati nei secoli e fino a oggi da ideologie coloniali e razziste, con pretese di universalità democratica, ma in realtà strumento di logiche di sopraffazione. Se in alcuni casi questo ha corrisposto a verità, il rischio è però di condannare a posteriori quanto nacque con ben altri intenti, un po’ come sarebbe proscrivere il messaggio del cristianesimo alla luce di tutti i posteriori misfatti dei crociati. Mi pare che una visione culturale “scientifica” (per quanto scientifico possa essere il mondo letterario) dovrebbe limitarsi invece a visioni super partes, capaci di rimettersi sì in dubbio, ma appunto per ripulire il campo dalle ideologie, e non per considerare quelle ideologie parti inestricabili delle opere stesse (e, comunque, se anche fosse così? Il valore dell’arte sta nella sua ideologia morale? Adesso ci arriviamo).
Secondo le visioni di questi esperti, il Male (stavolta un Male ancor più vasto, identificabile non con alcuni specifici argomenti, ma con tutti i classici) va dunque nascosto e combattuto, ma mai compreso. Il tono dogmatico di simili asserzioni ne rivela facilmente il fondo moralistico. Ritenere che la finzione narrativa sia una sorta di “pubblicità” al Male è uno di quei preconcetti che assediano la letteratura sin dalla sua nascita (passando da Madame Bovary di Flaubert sino ad arrivare a Gomorra di Saviano).
Non meno evidente è la volontà di conferire alla valenza morale di un testo un peso decisivo nel giudizio estetico.
E allora pongo qui un ragionamento puramente logico. Poniamo come assioma che il valore morale di un testo sia realmente fondamentale per valutarne anche il suo peso artistico. In tal caso, inevitabilmente, autori come Céline, D’Annunzio o lo stesso Dostoevskij andrebbero quindi respinti, giacché portatori di pensieri oggi considerati sbagliati (l’ultimo di questi credeva, come abbiamo visto all’inizio, che la terra russa, il Cristo russo e il Dio russo fossero delle entità capaci di salvare il mondo, figuriamoci).
Ma se ciò vale in un senso, allora deve valere anche nell’altro: un testo edificante e “giusto” dal punto di vista etico e morale sarà per ciò stesso letterariamente meritevole, anche quando presenti delle ovvie deficienze estetiche. E, di conseguenza, un bimbo di prima elementare che riempie un foglio di buoni propositi o la canzonetta estiva d’amore perfettamente intatta da ogni dubbio morale saranno sempre da preferire a certe foschissime opere letterarie (se ci atteniamo sempre all’assioma di partenza).
In questo secondo caso ecco però che tutti corrono ai ripari: dicono: no, qui non vale. Qui le buone intenzioni non bastano, anzi non contano niente, e non modificano neanche di un millimetro la nostra opinione sulla sciatteria del testo in sé.
Ma allora l’ottica morale presente in un testo è irrilevante per ponderarne la sua qualità letteraria? Sì o no?
Io mi sono dato una risposta. (Prevengo: so che in molti sostengono che il Male sia comunque da respingere in ogni caso, mentre il bene possa essere discusso nella sua forma; in tal caso, però, si torna appunto a uno stile da Inquisizione: si può dire solo ciò che la mia morale ritiene giusto nel modo che io ritengo giusto.) La qualità dell’arte è altrove, e non certo nel suo solo contenuto morale, altrimenti tutte le inquisizioni della storia avevano ragione, giacché diventa legittimo bruciare o riscrivere ciò che non si accorda al proprio modo di pensare.
E se vi dite che oggi è diverso dal passato perché non è più questione di “morali” bensì di “nuove sensibilità”, io rimango sgomento ancor di più, giacché mi pare incredibile che dopo aver letto tante parole non vi accorgiate che questo, appunto, è soltanto un gioco di parole.
NOTE
F.M. Dostoevskij, lettera a A.N. Majkov, Firenze, 11 (23) dicembre 1868, in Lettere sulla creatività, Feltrinelli 1991, pp. 95-96. Vedi anche la lettera del 25 marzo (6 aprile) 1870.
F.M. Dostoevskij, lettera a K.P. Pobedonoscev, Ems, 24 agosto (13 settembre) 1879, in Lettere sulla creatività, cit. p. 160.
Che cosa combina un “sensitivity reader”? “Esamina un’opera letteraria affinché promuova rappresentazioni autentiche di determinate identità, culture, comunità o esperienze vissute. Spesso ha lo stesso background dell’autore o dei personaggi del libro. I sensitivity reader hanno una solida esperienza accademica o professionale alle spalle: tutto ciò che serve a identificare stereotipi, inesattezze, pregiudizi inconsci presenti nei testi che sono chiamati a realizzare”. (Marco Bruna intervista Melissa Yoon, editor e coordinatrice dei sensitivity reader per il Knopf Doubleday Publishing Group, «Corriere della sera», 27 marzo 2022, supplemento La lettura, pp. 20-21).
Per una definizione più tecnica e approfondita dei sensitivity reader rimando invece a questo link:
https://guides.library.ualberta.ca/writing-editing-and-publishing-indigenous-stories/publishing-basics/sensitivity-reading#:~:text=What%20Is%20a%20Sensitivity%20Reader,in%20how%20to%20fix%20them
Si può leggere qui:
https://www.nytimes.com/2021/02/02/magazine/classics-greece-rome-whiteness.html
Per approfondire le posizioni di Padilla Peralta https://classics.stanford.edu/dan-el-padilla-peralta-why-why-classics
https://classics.princeton.edu/people/dan-el-padilla-peralta
https://medium.com/eidolon/classics-beyond-the-pale-534bdbb3601b
Da poco (15 luglio 2025) è uscito un suo saggio approfondito sulla questione dal titolo “Classicism and Other Phobias”, Princeton University Press. https://press.princeton.edu/books/hardcover/9780691266183/classicism-and-other-phobias?srsltid=AfmBOooD0L-UVm7Zm_v10Ca3RFXNUJJ0sMyIKQC2In0pR2rphhG0K3NC ).
(Illustrazione: Salvador Dalì, Sonno, 1937)










