Le pieghe oblique del tempo

Racconto di Alessandra Delle Fratte

Fioccava dalla notte prima a Losanna e la gente – eccitata da tutto quel candore – era scesa in strada già di primo mattino.

Maurice Aubry osservava quel brulicare festoso dalle finestre del suo appartamento su Place de la Palud. Qualcuno rimirava l’antica fontana della giustizia, ancora più bella coi flutti mirabilmente scolpiti dal gelo. Grandi e piccini ingaggiavano chiassose sfide a pallate di neve, incuranti di mani arrossate e abiti fradici. Lingue ciondoloni e ansimanti, i cani strattonavano guinzagli e padroni spruzzando ovunque fanghiglia: la prova che quelle povere bestie avrebbero goduto meglio delle proprie pulsioni senza il giogo dell’uomo, un po’ come i figli di certe mamme asfissianti, risparmiati – quel giorno – dall’immancabile non-ti-allontanare perché, nemmeno volendo, qualsiasi sciagura temuta sarebbe potuta accadere.

Aubry, caffè tra le mani, fissava quella spumeggiante euforia con un cinismo inusuale per lui. La vita aveva preso una piega inaspettata e triste, da qualche tempo. Proprio ora che avrebbe dovuto godere del vigore degli anni e del successo professionale, gli eventi l’avevano cambiato; indulgere in simili futilità non gli apparteneva più.

Finì di bere il caffè, poi scese in strada e, montate le catene alla sua Audi, si mise in viaggio. Aveva deciso di andare a trovare l’ex-moglie, Pauline, e non sarebbe stato quel metro di neve a fermare i suoi piani.

Giunto a destinazione, suonò due volte il campanello del pesante portone in noce. La casa era grande, la donna ci avrebbe messo un po’ ad aprire.

Nell’attesa, iniziò a battere i tacchi sulla soglia di marmo: sentiva il freddo pungente insinuarsi fin sotto allo spesso paltò. Con le dita affusolate, che da ragazzo gli avevano assicurato momenti di virtuosismo musicale, prese a tamburellare distrattamente su uno scatolone che aveva portato con sé. Quel ritmo improvvisato tradiva l’ansia che Maurice Aubry sentiva nel petto. Per quello che aveva da dire, per ciò che, forse, poteva cambiare.

Pauline, aprendo, lo salutò sorridente.

«Ciao», replicò l’elegante uomo d’affari.

Sembrava un adolescente al primo appuntamento, imbarazzato dai suoi stessi pensieri sulle labbra di lei, di cui ricordava ancora il sapore.

«Accomodati». Pauline gli fece strada fino in soggiorno, come se lui non avesse mai abitato quella casa. Distanziato di qualche passo, Maurice con lo sguardo ne seguiva l’armoniosità delle curve, più generose di un tempo ma sempre attraenti.

Una femminilità senza tempo quella di Pauline, la migliore amica di sua madre…

Lo charme di Pauline lo aveva ammaliato fin dal primo momento. Quando si conobbero, lei era già una donna di potere nel commercio internazionale; Maurice, invece, aveva appena iniziato ad amministrare gli affari di famiglia affiancando il padre. Belli, innamorati, convinti che il loro sogno d’amore meritasse di essere vissuto, avevano lottato – e vinto – sul pregiudizio per quella differenza d’età, giungendo alle nozze con la promessa di affiancarsi sempre, nel bene e nel male.

Una vita piena la loro; ricca da tanti punti di vista, oltre al denaro. Fino a quando Pauline non aveva deciso, per entrambi, un finale diverso.

«Hai diritto alla tua libertà», aveva dichiarato una sera d’estate. L’aria era fresca, la lavanda in giardino emanava una fragranza pungente e la superficie del lago di fronte alla casa, sotto la luna, sfavillava di luci disseminate qua e là.

Maurice, sul momento, non capì cosa volesse dire la moglie con quelle parole. Gli fu tutto più chiaro quando lei – occhi fissi sullo specchio lacustre e voce rotta dal pianto – aveva aggiunto: «Con me stai sprecando i tuoi anni migliori. Sono vecchia, voglio che tu esca dalla mia vita».

Di fronte a quell’affermazione lapidaria lui non trovò la forza per controbattere e su quel dolore reciproco, lì per lì, non si sentì di tornare. Pensando che la crisi sarebbe presto rientrata, accettò di andar via di casa per qualche giorno. Invece i mesi erano trascorsi grevi; erano entrati in gioco i legali e, fra rinvii e discussioni, la sentenza finale ormai era vicina.

«Il vecchio Jean si è dimesso, serve un nuovo giardiniere. Il cane non è stato bene. E il mio avvocato vuole un altro incontro col tuo…».

Seduti ai capi opposti del lungo divano, Pauline passava da un argomento a un altro evitando la pesantezza dei silenzi. Maurice ascoltava senza replicare, stringendo a sé – sulle ginocchia nodose – lo scatolone che non aveva ancora posato. Lo stringeva come avrebbe voluto stringere “sua moglie” perché così la considerava ancora, nonostante quell’assurda battaglia legale in cui la differenza di età, un tempo irrilevante, era divenuta motivo di separazione.

Rinvigorito da quella consapevolezza, Maurice si decise a togliere il coperchio alla scatola; prese una foto e la consegnò a Pauline.

Lei arrossì riconoscendo lo scatto. Il giorno del loro fidanzamento. In casa di amici, a sorpresa, lui si era dichiarato donandole il sogno romantico sfumato più volte in passato.

Pauline trattenne per un po’ quel fermo-immagine fra le dita tremanti.

Maurice attese che lei rialzasse lo sguardo, poi le passò un’altra foto in cui erano ritratti sul patio di casa, abbracciati.

«Le nozze di cristallo!» esultò lei nostalgica.

Il lago a fare da cornice, gli amici fraterni con i calici in alto per brindare alla loro gioia, e ovunque la neve. Proprio come quel giorno.

In quel momento, una lama di luce si posò sul prezioso dispensatore di ricordi trafiggendo la cortina delle tende in mussola bianca. Un segno dal cielo, pensò Maurice e dal contenitore estrasse una busta.

Si avvicinò ancora di più a Pauline e le posò la busta in grembo.

Lei aprì l’involucro. All’interno un foglio di carta intestata.

«Un certificato?» chiese mentre lo spianava più volte, prima di darne lettura.

Maurice, di nuovo, non disse nulla.

Pauline iniziò a leggere. In silenzio, giunse all’ultimo rigo. Poi lo guardò con occhi velati di pianto. Ogni lacrima affermava ciò che la voce, stavolta, non riusciva a pronunciare: hai un cancro…

«Sì», le prime parole da quando l’uomo era arrivato.

E fu così che Maurice Aubry – imprenditore all’apice del successo, stimato da tutti a Losanna, imponente e autorevole nel suo bell’abito sartoriale, al cospetto dell’unica donna che avesse mai amato – finalmente poté dare voce all’angoscia. Raccontò del suo terribile male. Di quel cancro bastardo, che senza preavviso né sconti di pena gli aveva preannunciato la morte, riducendo il suo futuro a una manciata di anni o, peggio, di mesi. E di quanto, a spaventarlo di più, fosse la prospettiva che la morte lo potesse ghermire nel gelido vuoto della solitudine.

Aveva sempre ottenuto tutto Maurice Aubry, senza mai bisogno di chiedere. Quel giorno, però, chiedeva solo una cosa. Tempo. Poco o tanto non aveva importanza, ma da trascorrere insieme; per quanto ancora possibile.

Rinunciare a lui – sopravvivergli, anche! – non ha più senso, si disse Pauline dopo quello sfogo sofferto.

D’istinto, cercò le mani dell’uomo forte che aveva sposato, così fragile ora. Le portò alle labbra, le baciò dolcemente. Il destino sembrava offrire a entrambi un’occasione. Come una crudele benedizione quella malattia stava portando equilibrio fra le pieghe, oblique, del loro tempo di vita e di morte. Forse, avrebbero davvero concluso insieme quel cammino a due.

Il giorno volgeva al termine; il lago davanti alla casa era lucente di ghiaccio e, sullo specchio gelato, gli ultimi stormi in volo al tramonto tracciavano ombre e riflessi intrecciati.

Come le mani di Maurice e Pauline, di nuovo vicini.

(Illustrazione: Hishiki Asako, Gli uccelli migratori)

Muco

Racconto di Giuseppe Coco

L’ultima volta, ventidue giorni prima: Rocco, affranto, la informava che gli era stata assegnata una missione; questo voleva dire che non ci sarebbero state neppure telefonate e messaggi.

Marta si era sentita sollevata mentre gli diceva: «Cosa vuoi che sia una settimana rispetto agli anni che abbiamo da vivere insieme?» poi aveva intonato la canzone di Bennato.

Lui sorrideva e gli si inumidivano gli occhi; lei si sentiva una merda.

Rocco l’abbracciava con disperazione perché non voleva allontanarsi; Marta aveva avuto paura di essere stritolata dal suo corpo immenso.

Nei giorni seguenti, pur facendo la stessa vita di sempre, si sentiva sollevata: il muco colloso in gola era svanito.

L’assenza di lui si prolungava oltre i sette giorni, cosa mai accaduta prima, e lei iniziava a sperare che avesse perso la testa per un’altra e che non avesse le palle per dirle che era finita.

A Noemi diceva di non avere rancore e quando meditava gli augurava che potesse ottenere tutta la felicità desiderabile che lei non era stata capace di dispensare.

Il pomeriggio del ventunesimo giorno, stufe di stare in ammollo nella vasca wellness, cianciando con Noemi, in attesa che scatti l’ora dell’aperitivo per concludere in sazietà il pacchetto benessere, Marta percepisce lo smartphone vibrare. Per inerzia lo estrae dalla tasca della borsa; guarda il nome sullo schermo e una scarica di disagio la trapassa: è Rocco. Irrigidita fissa il susseguirsi ansiogeno dei lampi, non sa cosa fare, trattiene il respiro. Col pompare del cuore nelle orecchie sblocca la chiamata.

Con voce fosca, Rocco si scusa per non essersi fatto vivo; le chiede come è stata nei lunghi giorni in cui non si sono visti; poi con tono felpato le dice che ha impellenza di parlarle.

Anche se il momento non è adatto per intrattenersi in una telefonata prolissa – rischiano di trovare solo bicchieri vuoti e briciole sui tavoli – lo invita a parlare subito, convinta dal tono di voce che vuole mollarla.

«No», risponde Rocco, perentorio «Non al telefono»

«Come vuoi. Allora, domani a cena da me?» mentre Noemi con la mano le fa cenno di chiudere.

Marta sorseggia, mangia, sente Noemi raccontare le sue solite beghe con la madre, ma è presa nel rappresentarsi la scena dell’indomani: Rocco a testa bassa, un bambino colpevole che frigna e chiede perdono per la sbandata; lei arrabbiata inveisce che stavolta è troppo, non è la trombata di una sera.

Al rientro, nel silenzio della casa risente la voce di lui echeggiare e le manca l’aria: ricomincia a schiarirsi la gola per liberarsi del muco colloso.

Come ogni sera esegue il rito meticoloso della crema notte e del controllo dello stato delle rughe sul viso. La spossatezza nervosa la riporta alla preparazione accurata del primo appuntamento con Rocco: il parrucchiere per dare una domata ai ricci; il tubino blu Klein non troppo aderente che esaltava il corpo e il rosso dei suoi capelli. Ricorda come la relazione si fosse insinuata negli spazi liberi tra un turno lavorativo e l’altro, le lezioni di yoga, il cinema con le amiche. Lui non reclamava, aspettava; era buono, premuroso, asfissiante. Lei aveva lasciato che la relazione andasse avanti per inerzia fino a quella volta – erano passati solo quattro mesi – quando aveva scorto sul lobo sinistro una piccola striscia di sapone da barba rappresa: quel segno le aveva fatto capire di non sopportare più la presenza di Rocco nella sua routine. Non aveva nulla da condividere con quell’uomo dal corpo possente e dal minimo spessore mentale.

Da quella sera iniziò a percepire una mancanza d’aria, lieve all’inizio poi sempre più intensa, col tempo tramutata in segno clinico: muco colloso in gola.

Aveva indagato sui sintomi: nessun esame diagnostico aveva dato certezze, solo ipotesi.

Parlando con amici e colleghi di lavoro, si era convinta che il suo disturbo dipendesse dall’alimentazione; iniziò a eliminare i latticini; poi il glutine; i cibi fermentati; le solanacee: niente.

Rocco aveva organizzato una settimana di digiuno di coppia e sedute di idrocolon terapia in un centro termale con resort. Il risultato era stato un intestino lindo, ma sul muco nessun sollievo, neppure lì, lontano dalla quotidianità e nutrendosi di cibi sani.

Per non farne una fissazione, dopo un anno di tentativi, si convinse che fosse un precoce sintomo d’invecchiamento causato dalle sigarette, in fondo molte sue conoscenti fumatrici soffrivano di mal di schiena e dolori alle ginocchia.

Nonostante la giornata relax e l’aperitivo pesante non riesce ad addormentarsi; guarda una delle tante serie iniziate e interrotte per noia, sperando che le concili il sonno: invece continua a rimuginare fino alle tre.

È uscita prima dal lavoro per preparare e prepararsi. Seduta sul cuscino della meditazione tenta di focalizzarsi sull’inspirare calma ed espirare la tensione. Invece di contare i respiri è concentrata sulle parole da usare quando Rocco confesserà, per non dare adito a fraintendimenti, arrivare a recidere la relazione e cacciarlo.

Dopo quindici minuti, smette: neppure la mindfulness è riuscita a sedare l’ansia in cui è invischiata.

Chiede ad Alexa della musica adatta e parte la raccolta Bossa nova per cucinare: spera di stare meno in tensione. Delle esperienze con le numerose diete senza le sono rimaste la voglia e lo sghiribizzo di sperimentare piatti semplici e ricercati, peccato che i risultati spesso sono deludenti per mancanza di estro e di tempo. Netta e lava due zucchine scure, con la mandolina le affetta e le mette in una ciotola di vetro, aggiunge del tofu sbriciolato con le mani e condisce tutto con olio, limone, sale e pepe; rimescola e lascia marinare: sarà il sugo crudista con cui condire le mezze maniche integrali ai grani antichi.

Dal frigo toglie una busta di lattuga gentile già tagliata e una di carote a julienne; in due ciotole inox Ikea suddivide il contenuto delle due verdure, condisce con sale, olio e aceto balsamico. Guarda l’ora: mancano trentacinque minuti.

Passa l’aspirapolvere; toglie giacche e sciarpe ammonticchiate sull’appendiabiti all’ingresso al ritmo di Boa sorte: lo prende come buon auspicio.

Apparecchia; controlla se bolle l’acqua per la pasta; prova a fare dei respiri profondi, sa che tra cinque minuti suonerà: è sempre puntuale. Ma tra un paio di ore sarà una donna libera: ne è sicura.

Guarda le ciotole con l’insalata, la verdura è diventata moscia: l’ha condita troppo presto. Ci aggiunge del sugo di zucchine e tofu per far sembrare le ciotole meno sguarnite. Tira fuori dal frigo due coppette di Tiramisù confezionato.

Suonano al portone; butta la pasta e va ad aprire. Rocco entra con un mazzo di rose gialle e rosse e una bottiglia di Porto in ricordo di un viaggio in Portogallo che avevano fatto due estati prima; si baciano con calore abitudinario.

«Non vedevo l’ora di rivederti!»

«Anch’io» risponde Marta mentre rigira la pasta.

Rocco apre le braccia, ha bisogno di sentire il suo corpo.

Marta si avvicina con un lieve imbarazzo, entra nella morsa dell’abbraccio: lo sente vischioso: una tela di ragno che le prosciuga le forze. Secondi eterni di silenzio, poi sussurra: «La pasta si scuoce».

Finalmente libera, arranca fino ai fornelli, spegne; prende un vaso da un ripiano, lo riempie d’acqua e ci inseriscele rose; scola la pasta.

Rocco seduto a tavola non parla; lei sente addosso quello sguardo che registra ogni movimento:si irrigidisce e un fiotto di debolezza la pervade.

Posa sul tavolo il vaso con fiori; impiatta.

Iniziano a mangiare in silenzio, in sottofondo sempre la musica scelta da Alexa.

La pasta è scotta e il sugo insipido e acquoso. Marta guarda Rocco di sottecchi; lui sembra leggere suoi pensieri.

Mentre consumano l’insalata – che adesso pare l’avanzo di una settimana – lei finalmente chiede cosa avesse da dirle.

Rocco continua masticare e guardare la ciotola; posa la forchetta e fissa un punto oltre lei, a bassa voce le dice di aver mentito: non era andato a fare una missione.

Marta ha un guizzo che riesce a celare e con tono risentito gli chiede dov’era stato, mentre nella testa ripassa la parte.

Rocco con parole tremanti le dice di essere stato ricoverato in ospedale per degli accertamenti che da mesi aveva rimandato per la paura di un eventuale esito infausto.

Il solito coraggio da struzzo, pensa Marta mentre lo incalza a continuare.

Lui le comunica che ha un tumore al rene destro a uno stadio avanzato.

Lei sente il torace sgonfiarsi, non riesce a celare una smorfia e gli chiede perché avesse aspettato tanto per dirglielo.

Rocco con gli occhi umidi le dice che non voleva essergli di peso, visto che ha già diversi grattacapi.

Marta è infastidita da quelle parole vischiose. Guarda le ciotole metalliche: bacinelle da sala operatoria con liquido organico. Con poca convinzione gli dice che forse lui non la considera poi così importante.

Marta, con un ultimo filamento di speranza, gli chiede se il tumore è curabile.

Quando sente che i medici si potranno esprimere solo dopo i primi cicli di terapia si sente soffocare all’idea di doversi occupare di lui, espira con forza ed emette un sibilo come la valvola di un bollitore.

«Amore, stai male?»

«No: una briciola mi è andata di traverso».

«Vieni tra le mie braccia: ho bisogno di te».

Marta è angosciata dall’idea di avvicinarsi a quel corpo immenso appiccicato alla sua esistenza, così, con poca convinzione, lo invita a consumare prima il tiramisù di cui è goloso per avere ancora qualche minuto per trovare una fuga; ma lui non desiste e insiste affinché lei lo curi, lo nutra di speranza.

Adesso Marta non ha alcuna scusa per sottrarsi: deve avvicinarsi.

Lui la stringe forte; la bacia.

L’alito di Rocco sa di farmaco e metallo; nella teca cranica risuonano le parole di Noemi, per anni l’hanno invitata a prendere una decisione. Le manca l’aria: sente che quell’uomo malato sta risucchiando tutta la sua vitalità trasformandola in una bambola di carne.

(Illustrazione di Roy Lichtenstein)

In difesa del Male

Di Andrea Micalone

I.

Onestà in letteratura significa poter perdere.

I romanzi di Dostoevskij vivono della discussione di idee poderose. All’Autore russo stavano a cuore (e a chi non stanno a cuore?) tutta una serie di questioni riassumibili all’incirca nella domanda: ma quindi, questo Dio, esiste o no? Molti (forse tutti) i suoi romanzi convergono su questo punto, partendo da Delitto e castigo e I Demoni, dove gran parte dell’impianto narrativo ruota attorno al postulato “Se non c’è Dio, allora tutto è permesso”, passando poi per le grandi domande dei Fratelli Karamazov e del Grande Inquisitore, sino ad arrivare alla finale e mastodontica opera sognata ma mai realmente compiuta, L’Ateismo, opera di cui l’autore russo parla in una lettera datata 11 (23) dicembre 1868 e diretta ad Apollòn Màjkov (e che ci occorrerà anche in seguito): 

Io qui attualmente ho in testa, in primo luogo, un lunghissimo romanzo, il cui titolo è Ateismo […], ma prima di mettermi a scriverlo mi è indispensabile leggere quasi un’intera biblioteca di atei, di cattolici e di ortodossi. […] Il personaggio ce l’ho già: è un russo appartenente al nostro ceto, di una certa età, non molto colto ma neppure incolto, dotato di una certa posizione, che improvvisamente, quand’è già in là con gli anni, perde la fede […]. La perdita della fede in Dio ha su di lui un effetto colossale […]. Si mette a frequentare le nuove generazioni, gli atei, gli slavi, gli europei, i fanatici e gli anacoreti russi, i preti; tra l’altro, viene preso saldamente al laccio da un gesuita, un propagandista polacco; poi si libera di lui sprofondando nell’abisso dei flagellanti, e alla fine scopre Cristo, la terra russa, il Cristo russo e il Dio russo.1

In particolare nei Karamazov, la trama in più di un’occasione, o forse nella sua interezza, è una costruzione per mostrare tutte le opinioni che vorticano attorno al fatidico quesito.

Ecco: nel fare questo, a me pare, Dostoevskij è onestissimo. 

Ma occorre spiegare insomma cosa io intenda, qui, con “onestà”.

Dostoevskij non fugge mai dinanzi al dilemma e, soprattutto, non dà le proprie risposte come assodate in virtù di chissà quale logica. Lui crede in Dio, lo sappiamo, e crede che nichilismo e relativismo siano orrori intellettuali, ma non cerca di dimostrarcelo gridandoci soltanto quanto la sua morale e la sua concezione dell’universo siano giuste; al contrario, scrive i Karamazov (e tutti gli altri romanzi), scrive il Grande Inquisitore e fa chiedere a Ivan perché i bambini soffrono se c’è davvero un Dio; insomma: si pone domande durissime. Contrappone alle proprie idee dubbi atroci. Non cerca di mostrare che tutti i poveri sono santi e buoni. I poveri, al contrario, sono orribili. Si potrà amare il prossimo in senso lato, ma amare davvero un estraneo, con la sua pelle porosa, i suoi occhi arrossati, il suo carattere odioso, è quasi impossibile. Il prossimo ci ripugna a livello fisico: inutile negarlo. I santi riescono ad amare i poveri, ma l’umanità non è composta di santi. E comunque, amore o non amore, Dio pare sempre assente. La sofferenza anche di un solo bambino sembra far crollare tutte le chiacchiere evangeliche del mondo.

Ecco cosa intendo con “onestà in letteratura”: Dostoevskij non addolcisce niente, e non si addolcisce niente. Siccome crede in A, prende di petto e serissimamente tutte le antitesi B. È onesto perché non pone la propria religione e le proprie convinzioni come degli assiomi di partenza, ma come il punto finale a cui deve arrivare, non aggirando mai alcuna difficoltà.

E ci riesce?

Non del tutto, e ne è consapevole. Il gioco, del resto, è pericoloso. Lo stesso Dostoevskij, in alcune lettere, si preoccupa di essere stato troppo convincente nell’impersonare Ivan. Confida che poi il discorso seguente dello starets Zosima capovolgerà la sfida in proprio favore, ma appunto teme (secondo me a ragione) di non esserci riuscito in pieno.

Ad esempio, a tal riguardo, scrive il 24 agosto (13 settembre) 1879 a Pobedonoscev: 

La Sua opinione su quanto finora ha letto dei Karamazov è per me molto lusinghiera (a proposito della forza e dell’energia di quanto ho scritto), ma Lei qui pone una questione assolutamente inevitabile: il fatto che non c’è ancora una risposta a tutte le tesi atee qui esposte, e che bisogna assolutamente darla. È proprio questo il punto, e appunto in questo sta tutta la mia attuale preoccupazione e trepidazione. Infatti io ho previsto che la risposta a tutta questa parte negativa la si troverà nella sesta parte, “Un monaco russo”, […]. Pertanto la mia trepidazione è originata dal dubbio se tale risposta sarà sufficiente. Tanto più che non si tratta di una risposta diretta e puntuale alle tesi esposte in precedenza (nel Grande Inquisitore e anche prima), bensì soltanto indiretta. Qui viene rappresentato qualcosa di nettamente opposto alla concezione del mondo esposta in precedenza, ma, lo ripeto, non si tratta di una contrapposizione punto per punto, bensì, per così dire, di un’immagine artistica. Ed è appunto questo che mi preoccupa: sarò comprensibile e raggiungerò almeno in minima parte il mio scopo? Per giunta vi sono delle esigenze specificamente artistiche: era necessario rappresentare una figura modesta e maestosa, mentre in realtà la vita è piena di aspetti comici ed è maestosa soltanto nel suo senso interiore, cosicché, volente o nolente, per esigenze artistiche mi sono visto costretto a toccare anche gli aspetti più volgari della vita del mio monaco per non nuocere al realismo artistico. D’altronde vi sono certi insegnamenti del monaco che faranno gridare a tutti che sono assurdi perché sono troppo elevati. Naturalmente sono assurdi per il senso comune, ma mi sembra che siano giusti secondo un senso diverso, interiore. In ogni caso sono molto inquieto e desidererei molto conoscere la Sua opinione perché la rispetto e l’apprezzo altamente. Ho scritto con grande amore.2

Ecco dunque che torniamo alla frase di partenza: onestà in letteratura significa poter perdere, e cioè persino “difendere” il Male in piena consapevolezza, proponendosi di affrontare tutti i veri e pesanti dilemmi che esso comporta.

II.

Arriviamo quindi all’oggi, dove molta della letteratura contemporanea spesso si arena invece sulla battigia delle verità già indissolubili. Quanti romanzi contemporanei vanno “a tesi”? Quante storie sono concepite per mostrarci che le donne subiscono ancora orribili soprusi, e alcune etnie subiscono orribili soprusi, e i migranti sono esseri umani come noi, e la democrazia è migliore del fascismo e dell’autoritarismo, e la cultura è meglio dell’ignoranza, e l’intelligenza e la bellezza ci salvano, e così via? 

Tante, ed è giusto così, ma moltissimi di questi testi contemporanei, dalle tesi “indiscutibili”, a parer mio presentano un problema: mancano di onestà.

Per “onestà”, lo ripeto per l’ennesima volta, intendo la capacità di rimettere sempre in dubbio persino le idee date per assodate. Per “onestà” intendo la capacità (e a volte la volontà) di ricordarci che il relativismo è ormai parte integrante del nostro bagaglio culturale, e che quindi persino nozioni apparentemente indiscutibili come “fare violenza a qualcuno è sbagliato” possono e debbono essere rimesse ancora in dubbio; che la coscienza contemporanea, informata inevitabilmente da psicologia, psicoanalisi e scienza in generale, vive nel mare della relatività della morale. Quantomeno, perciò, dobbiamo porci qualche dubbio. 

Ecco: in questo credo che una parte della letteratura contemporanea manca di onestà: non pone e non si pone dubbi. Ha posizioni “giuste”, coerenti, ma assertorie. Quanti romanzi italiani contemporanei dicono: io credo che la morale A sia giusta, ma proprio in quanto credo questo, cerco di smontarla a ogni costo, cerco antitesi B che mi mettano in difficoltà, così da sperare di convincervi infine che A rimane comunque in piedi?

Ce ne sono, sì, (penso a Giulio Mozzi, Demetrio Paolin, Walter Siti), ma compongono una minoranza. È un gioco rischiosissimo e serissimo, e proprio per questo sono in pochi a giocarlo. Cercare controargomentazioni valide alle proprie idee è però la massima prova di onestà intellettuale; così come costringere il lettore stesso a porsi i quesiti più ostici senza mostrargli il “versante positivo” potrebbe risultare un metodo ancor più efficace e disarmante. Penso a “Bruciare tutto” (Rizzoli, 2017) di Siti e, ancor di più, a “Le ripetizioni” (Marsilio, 2021) di Mozzi. Per esempio, nel finale di quest’ultimo romanzo assistiamo annichiliti alla violenza e all’assassinio di una bambina, e pur sapendo che è tutta una finzione narrativa (come sottende l’intero impianto del romanzo), il lettore si sente ghiacciare il sangue proprio perché è consapevole che ciò avviene, è avvenuto e avverrà ancora, nell’indifferenza totale del cosmo (e, in questo caso, del narratore, che non offre una risoluzione e, anzi, sospende il romanzo proprio sul “più brutto”). 

Il lettore comprende infine che non ha risposte.

III.

L’esistenza di romanzi che prendono di petto simili questioni, che “sanno di poter perdere” nel dibattito morale, e che dunque io considero “onesti”, è però messa sempre più in dubbio, giorno dopo giorno, dall’ascesa delle cosiddette “nuove sensibilità”. Bret Easton Ellis, nel suo volutamente urticante Bianco (Einaudi, 2019), si domanda da quando sia diventato necessario prendere a ogni costo le parti della vittima, e se al giorno d’oggi un giovane autore avrebbe il coraggio di scrivere un romanzo simile ad “American Psycho”. E se lui pone simili quesiti con il suo solito tono provocatorio, è pur vero che se andiamo a guardare alla grande letteratura, molte opere divenute pietre miliari raccontano proprio vicende viste dalla parte dei carnefici (Delitto e castigo, I Demoni, Lolita, ecc.) o comunque senza porsi in una prospettiva morale già vincente.

E funzionava? Certo che funzionava. 

Se è vero che l’utilità dell’arte è un tema sempre dubbio e discusso, certo tra le sue possibili ragion d’essere c’è anche quella dell’immedesimazione nell’altro; e di immedesimarsi in una vittima è capace chiunque, mentre di immedesimarsi in un assassino e comprendere che non si è poi molto diversi da lui è tutta un’altra questione (e, così mi pare, assai più utile alla formazione intellettuale di un essere umano).

Ma, appunto, le “nuove sensibilità” tendono a voler guidare il discorso morale e anche artistico verso terreni meno accidentati e orizzonti più rassicuranti. 

Inevitabile è allora domandarsi: cosa sono queste “nuove sensibilità”? 

La questione, a un attento esame, non è affatto semplice. Non vi è infatti una definizione unica e definitiva nella quale delimitare le “nuove sensibilità”, ma certo dobbiamo guardare in direzione delle minoranze che oggi chiedono una maggiore rappresentazione, politica, sociale e anche artistica, minoranze intese sia in senso etnico, sia in senso di orientamento di genere e sessuale, con tutte le implicazioni intersezionali che da ciò conseguono. Ma, per attenerci all’ambito dell’espressione letteraria, dov’è che queste “nuove sensibilità” si fanno sentire con più urgenza? 

In Italia le opinioni sono frammentate fra gli addetti ai lavori, mentre i politici, nel deprecare un eccesso di “politicamente corretto”, inneggiano intanto a ghigliottine figurate o persino reali. Dove invece la “nuova sensibilità” ha indubbiamente iniziato a incidere è nel mondo anglosassone e statunitense in particolare, dove ormai molti grandi editori si avvalgono della collaborazione dei “sensitivity reader”, redattori incaricati di verificare i testi da pubblicare alla luce delle possibili offese alla suscettibilità di questa o quella minoranza in essi coinvolta.3

All’apparire di queste figure, però, la discussione si apre a una nuova domanda: che cosa fare se, in un romanzo, l’esigenza di realismo richiede che dei personaggi agiscano e parlino da razzisti? È pensabile poter determinare con sicurezza “scientifica” ciò che è dicibile in un testo e discernerlo da quel che invece non lo è? E, tornando sempre ai nostri amati classici, di conseguenza essi suscitano problematiche nel momento in cui prendono le parti di un assassino o di un pedofilo e ci fanno immedesimare in costoro? 

La risposta all’ultima domanda è: ovviamente sì.

Prendiamo ad esempio il testo della saggista Sarah Weinman, che nel 2018 ha pubblicato: The Real Lolita. The Kidnapping of Sally Horner and the Novel That Scandalized the World (HarperCollins). Nel suo libro, in cui si assume che Nabokov si sia ispirato alla storia vera di Sally Horner per scrivere il suo celebre romanzo, troviamo frasi come questa: “L’abuso che Sally Horner e altre ragazze come lei hanno sopportato non dovrebbe essere riassunto in una prosa piena di fascino, non importa quanto brillante”. 

Oppure, in questo, diciamo così, “attacco ai classici”, si è distinto Dan-el Padilla Peralta, professore associato di studi classici a Princeton, che ormai da molti anni porta avanti la sua battaglia ai classici occidentali, a suo modo di vedere colonne portanti sulle quali si è costruita la figura (e quindi il potere) dell’uomo bianco. Come citato anche in un articolo del New York Times del 2021 che fece molto discutere,4 durante una conferenza fu domandato a Padilla se non ritenesse che i classici siano il fondamento di tutta la cultura occidentale, e che anche attraverso di essi si sono sviluppati concetti quali l’uguaglianza, la libertà e la democrazia. Al che Padilla rispose: “Ecco cosa ho da dire sulla visione dei classici che ha delineato. Non voglio averci niente a che fare. Spero che il campo che lei ha delineato muoia, e che muoia il più rapidamente possibile.” Certo, questa frase va presa con le pinze: la posizione di Padilla è molto più articolata di quanto questa risposta non lasci intendere:5 sostanzialmente lui richiede l’inserimento nei curricula di studio di tutte le letterature trascurate dal flusso storico a trazione bianca e occidentale (richiesta più che legittima), ma postula poi anche la decostruzione del “mito del classici” in quanto, a suo parere, sfruttati nei secoli e fino a oggi da ideologie coloniali e razziste, con pretese di universalità democratica, ma in realtà strumento di logiche di sopraffazione. Se in alcuni casi questo ha corrisposto a verità, il rischio è però di condannare a posteriori quanto nacque con ben altri intenti, un po’ come sarebbe proscrivere il messaggio del cristianesimo alla luce di tutti i posteriori misfatti dei crociati. Mi pare che una visione culturale “scientifica” (per quanto scientifico possa essere il mondo letterario) dovrebbe limitarsi invece a visioni super partes, capaci di rimettersi sì in dubbio, ma appunto per ripulire il campo dalle ideologie, e non per considerare quelle ideologie parti inestricabili delle opere stesse (e, comunque, se anche fosse così? Il valore dell’arte sta nella sua ideologia morale? Adesso ci arriviamo).

Secondo le visioni di questi esperti, il Male (stavolta un Male ancor più vasto, identificabile non con alcuni specifici argomenti, ma con tutti i classici) va dunque nascosto e combattuto, ma mai compreso. Il tono dogmatico di simili asserzioni ne rivela facilmente il fondo moralistico. Ritenere che la finzione narrativa sia una sorta di “pubblicità” al Male è uno di quei preconcetti che assediano la letteratura sin dalla sua nascita (passando da Madame Bovary di Flaubert sino ad arrivare a Gomorra di Saviano).

Non meno evidente è la volontà di conferire alla valenza morale di un testo un peso decisivo nel giudizio estetico. 

E allora pongo qui un ragionamento puramente logico. Poniamo come assioma che il valore morale di un testo sia realmente fondamentale per valutarne anche il suo peso artistico. In tal caso, inevitabilmente, autori come Céline, D’Annunzio o lo stesso Dostoevskij andrebbero quindi respinti, giacché portatori di pensieri oggi considerati sbagliati (l’ultimo di questi credeva, come abbiamo visto all’inizio, che la terra russa, il Cristo russo e il Dio russo fossero delle entità capaci di salvare il mondo, figuriamoci).

Ma se ciò vale in un senso, allora deve valere anche nell’altro: un testo edificante e “giusto” dal punto di vista etico e morale sarà per ciò stesso letterariamente meritevole, anche quando presenti delle ovvie deficienze estetiche. E, di conseguenza, un bimbo di prima elementare che riempie un foglio di buoni propositi o la canzonetta estiva d’amore perfettamente intatta da ogni dubbio morale saranno sempre da preferire a certe foschissime opere letterarie (se ci atteniamo sempre all’assioma di partenza).

In questo secondo caso ecco però che tutti corrono ai ripari: dicono: no, qui non vale. Qui le buone intenzioni non bastano, anzi non contano niente, e non modificano neanche di un millimetro la nostra opinione sulla sciatteria del testo in sé. 

Ma allora l’ottica morale presente in un testo è irrilevante per ponderarne la sua qualità letteraria? Sì o no?

Io mi sono dato una risposta. (Prevengo: so che in molti sostengono che il Male sia comunque da respingere in ogni caso, mentre il bene possa essere discusso nella sua forma; in tal caso, però, si torna appunto a uno stile da Inquisizione: si può dire solo ciò che la mia morale ritiene giusto nel modo che io ritengo giusto.) La qualità dell’arte è altrove, e non certo nel suo solo contenuto morale, altrimenti tutte le inquisizioni della storia avevano ragione, giacché diventa legittimo bruciare o riscrivere ciò che non si accorda al proprio modo di pensare. 

E se vi dite che oggi è diverso dal passato perché non è più questione di “morali” bensì di “nuove sensibilità”, io rimango sgomento ancor di più, giacché mi pare incredibile che dopo aver letto tante parole non vi accorgiate che questo, appunto, è soltanto un gioco di parole.

NOTE


  1. F.M. Dostoevskij, lettera a A.N. Majkov, Firenze, 11 (23) dicembre 1868, in Lettere sulla creatività, Feltrinelli 1991, pp. 95-96. Vedi anche la lettera del 25 marzo (6 aprile) 1870.

  2. F.M. Dostoevskij, lettera a K.P. Pobedonoscev, Ems, 24 agosto (13 settembre) 1879, in Lettere sulla creatività, cit. p. 160.

  3. Che cosa combina unsensitivity reader”? “Esamina un’opera letteraria affinché promuova rappresentazioni autentiche di determinate identità, culture, comunità o esperienze vissute. Spesso ha lo stesso background dell’autore o dei personaggi del libro. I sensitivity reader hanno una solida esperienza accademica o professionale alle spalle: tutto ciò che serve a identificare stereotipi, inesattezze, pregiudizi inconsci presenti nei testi che sono chiamati a realizzare”. (Marco Bruna intervista Melissa Yoon, editor e coordinatrice dei sensitivity reader per il Knopf Doubleday Publishing Group, «Corriere della sera», 27 marzo 2022, supplemento La lettura, pp. 20-21).
    Per una definizione più tecnica e approfondita dei sensitivity reader rimando invece a questo link: 
    https://guides.library.ualberta.ca/writing-editing-and-publishing-indigenous-stories/publishing-basics/sensitivity-reading#:~:text=What%20Is%20a%20Sensitivity%20Reader,in%20how%20to%20fix%20them

  4. Si può leggere qui: 
    https://www.nytimes.com/2021/02/02/magazine/classics-greece-rome-whiteness.html

  5. Per approfondire le posizioni di Padilla Peralta https://classics.stanford.edu/dan-el-padilla-peralta-why-why-classics
    https://classics.princeton.edu/people/dan-el-padilla-peralta
    https://medium.com/eidolon/classics-beyond-the-pale-534bdbb3601b
    Da poco (15 luglio 2025) è uscito un suo saggio approfondito sulla questione dal titolo “Classicism and Other Phobias”, Princeton University Press. https://press.princeton.edu/books/hardcover/9780691266183/classicism-and-other-phobias?srsltid=AfmBOooD0L-UVm7Zm_v10Ca3RFXNUJJ0sMyIKQC2In0pR2rphhG0K3NC ).


(Illustrazione: Salvador Dalì, Sonno, 1937)

Collage

Racconto di Anna Martini

Eve era sotto la doccia quando il cane ha abbaiato. Lo fa sempre quando c’è qualcuno sul pianerottolo, ma stavolta ha insistito di più. Magari è entrato un ladro? Eve ha chiuso l’acqua ed è andata in salotto scalza e bagnata, in accappatoio.

Lì in piedi davanti a Roll c’era Gigi.

Si è chiesta come fosse entrato. Adesso che era arrivata, Roll non abbaiava più, lo guardava e scodinzolava lentamente con quel sorriso che hanno i cani, contento di aver fatto bene il suo lavoro, di averla chiamata e che lei gli avesse dato retta. Gigi le ha rivolto uno dei suoi sorrisi indisponenti – lei non sapeva neanche di ricordarseli – e le ha detto: «È la prima volta che ti vedo nuda». Eve aveva l’accappatoio aperto. L’ha allacciato senza fretta e ha sorriso anche lei. A diciassette anni, quando lo aveva conosciuto, era molto più pudica e molto più bella. Comunque, anche allora, lui aveva visto più di un pezzetto di lei. Adesso, dopo tanto tempo, non le importava; passata è la giovinezza, sono come sono, amen.

L’ha guardato: non era mai stato bello così, lui. Non altissimo, sul metro e settanta. Fisico asciutto (prima era solo magro), occhi grandi verdi e oro sempre quelli, barba, baffi e capelli rossicci alla come-mi-alzo-esco.

Quella faccia le è sempre piaciuta, non era una bellezza regolare, era asimmetrica, occhi sempre un po’ pesti, denti da coniglio. Si è ricordata l’odore caldo che aveva nelle pieghe del collo.

Non sapendo che cosa dirgli, l’ha invitato a seguirla in cucina e a sedersi. Gli ha detto «Accomodati, ti preparo un caffè» e si è sentita strana: era una frase che non gli aveva mai detto. Poi: «Aspetta, mi metto qualcosa addosso e torno».

Si è infilata un paio di jeans e una camicetta gialla.

Era vestita così quando era scesa sotto casa a conoscerlo la prima volta, fino ad allora si erano solo parlati al baracchino, e dopo, ogni tanto, lui le cantava la canzone di Edoardo Bennato: Con quei blue jeans, con quella camicia gialla / quanto sei bella, quanto sei bella.

«Cosa mi racconti?» gli ha chiesto. Cosa si può dire a uno che non vedi da vent’anni? Non lo hai più visto perché vent’anni fa era morto.

«Cosa ti racconto… mah, ho dormito, ho riposato. Io il tunnel con la luce in fondo non l’ho visto.»

«Ma vedevi qualcosa? Sentivi qualcosa?»

«Sognavo di essere al mare sotto l’Etna, da piccolo. Correvo avanti e indietro sulla sabbia nera, raccoglievo le palline di posidonia, i sassi lisci più belli, i gusci di riccio e portavo tutto a mamma. Stavo accovacciato nell’acqua, giocavo con gli anemoni marini.»

«Anch’io lo facevo… Ci mettevo il dito in mezzo finché non si attaccavano.»

«Sì.» Sorride ancora, a labbra chiuse.

«Quindi, poi ti sei svegliato?»

«Sì, il sogno andava avanti come un vecchio filmino. E man mano mi sentivo sempre meglio, sempre più pieno di forza, finché non mi sono svegliato.»

Eve gli ha posato davanti la tazzina e la zuccheriera pensando che forse stava sognando anche lei. Lui ha bevuto il caffè con godimento. «Mi mancava il gusto.»

Poi si è alzato ed è andato a guardare fuori dalla porta del balcone.

Lei è riuscita solo a pensare: Sta in piedi! Non lo aveva mai visto camminare, non aveva mai saputo quant’era alto. Quanto alto sarebbe stato senza la polio. A cinque anni si era ammalato, prima che il vaccino diventasse obbligatorio, e per il resto della vita era rimasto in carrozzina. Paraplegico. Paralisi flaccida degli arti inferiori. Da quella carrozzina, comunque, era riuscito a fare un sacco di cose; compreso farla innamorare di lui.

«Qualche volta ho pensato che il tuo fantasma venisse a sbirciarmi» gli ha detto Eve. «Mentre mi spogliavo, mentre facevo la doccia. Che mi guardassi e dicessi: Ecco, adesso non puoi fare niente per impedirmelo, ti guardo finché mi pare.»

Lui ha riso e «Non funziona così» ha detto.

«E come funziona? Pensavo che i morti sapessero tutto.»

«Mah… io so solo che ci sono ancora, esisto ancora. Da vivo non ci credevo.»

Ha gustato il caffè e se n’è andato, senza toccarla, senza darle un bacio di saluto o stringerle la mano. Le ha detto che si sarebbero visti ancora. Ha fatto una carezza a Roll che ha socchiuso gli occhi compiaciuto. Lei non ha saputo dirgli nemmeno ciao, arrivederci.

Era troppo giovane quando l’aveva lasciato, con una lettera. Non ricorda quasi niente, le pare di avergli scritto, in sostanza, che gli voleva bene ma basta, fine. Crede di aver cercato di addolcirgli la pillola.

Un po’ da vigliacca, gli aveva dato un bacio, poi la lettera, e se n’era andata. Era scesa dall’auto, la A112 blu con l’adesivo del Sole che ride nell’angolo del lunotto posteriore, e se n’era andata.

A dire il vero aveva deciso di mollarlo per un motivo: si era presa una cotta per un compagno di classe, che suonava la chitarra e cantava le canzoni di Neil Young, uno a cui lei era simpatica, ma nient’altro. Però non le andava di uscire con Gigi e pensare a Odo, anche se con Odo non aveva speranze. Quanta onestà sentimentale! Ma era così giovane che il lobo frontale del cervello non aveva finito di svilupparsi, ci avrebbe messo ancora almeno cinque o sei anni. Quello di Gigi, invece… Quanti anni aveva più di lei? Sei, forse.

Eve non sapeva cosa avesse poi fatto Gigi di quella lettera, se l’avesse conservata o bruciata. Lei sentiva ancora tutta la vergogna e la curiosità impossibile di rileggerla, dopo quei trent’anni abbondanti.

Eve esce con Roll e pensa a lui. L’aveva amata davvero, lei dev’essere stata il grande amore della sua vita e la cosa le dava fastidio, all’epoca. Lui la guardava con quegli occhi brucianti. Essere così tanto voluta la metteva a disagio. Forse lui l’aveva anche odiata, poi. Per qualche anno era andato a stare in un’altra città, al mare, con una donna più grande, ma dopo era tornato ad abitare in zona, tanto che certe volte si incontravano per caso in strada o all’Ipercoop.

Lui poi si era ammalato di cancro, uno di quelli più cattivi, e aveva fatto ricerche su Internet e trovato articoli, pubblicazioni, e aveva chiesto a Eve di tradurgli qualcosa. Lei traduceva e vedeva quanto era grave la malattia e gli riportava fedelmente il senso orrendo di quegli articoli ma all’inizio non credeva che sarebbe morto. Era una cosa troppo brutta di cui morire.

Quando era andata a trovarlo in ospedale aveva capito che la vita stava uscendo da lui a torrenti. Non durò molto. Alla fine era riuscito a farsi mandare a casa in tempo; alla fine della vita non voleva avere l’ospedale negli occhi, nel naso, nelle orecchie, su tutta la pelle.

Eve guarda Roll e si accorge che somiglia moltissimo alla Sally di Gigi, pastora focata col pelo un po’ lungo, tranquilla e dolce, sembrava nata per la pet therapy.

Prende la macchina e porta Roll in un posto che gli piace, quasi in campagna. Lo libera sul sentierino che parte alle spalle della stazione di servizio e lui va col trotto elastico, si ferma, annusa e ansima e riparte al galoppo.

Il sorriso indisponente di Gigi funzionava sempre, cioè la indisponeva sempre. La indisponeva la sua tristezza velata, perché alludeva a qualcosa che lei gli negava, che fosse il sesso o solo la presenza. Come si permette di farmi sentire in colpa? Non è colpa mia, pensava Eve.

Non è colpa mia se voglio che al mio primo uomo funzionino anche le gambe e magari sia più alto di me, se voglio perfino che sia capace di cancellare dalla faccia di mia madre quell’aria terrorizzata.

La mamma aveva paura che lei «si sacrificasse». Vedeva solo la carrozzina, quell’affare che rende tutto goffo e complicato, imbarazzante e penoso. E diceva cose il cui senso era questo: che lui non aveva il diritto di desiderarla.

Poi Eve, tempo dopo, seppe che il babbo aveva rassicurato la mamma: non sarebbe durata, le aveva detto, perché Eve non aveva la vocazione dell’infermiera.

Cattiverie, cattiverie, ma se non c’è dentro una perla infrangibile di verità, che male fanno?

Roll si è buttato in una roggia, si sporcherà tutto. Pazienza, è tanto felice. Ora si fermerà all’ombra di quel platano e allungherà la pancia sull’erba.

Perché Gigi è tornato proprio adesso?

Non gli ha neanche chiesto se gli piace stare dritto sulle sue gambe, se gli sembra strano.

*

Sono passati sette anni. Gigi aveva detto che si sarebbero rivisti ma chissà come cammina, o se cammina, il tempo per lui, per i morti. Eve intanto ha cambiato casa; Roll non c’è più, la mamma non c’è più e anche la cattiveria che era in lei è morta prima del corpo. È diventata una vecchia collana di perle, elegante, bianco argenteo.

Si chiede se verranno anche loro a trovarla, come Gigi.

Ma perché gli altri miei morti no? Perché non il babbo, perché non i nonni? E le mie amiche?

Quanti morti.

Esce in giardino. È aprile, il vento è freddo e sul ciottolato dei lunghi gradini del vialetto le foglie secche sono sorrisi un po’ maligni, rivolti a chissà chi. Le fanno venire in mente quei collage animati dei film dei Monty Python. Guarda la luna. Gobba a ponente, luna crescente… ma dov’è il ponente? Dev’essere verso destra. Quanto poco so.

Una di quelle foglie secche è il sorriso di Gigi, la volta che tornavano da un viaggio, lui aveva giocato una partita di basket in carrozzina in una qualche città lombarda ed Eve lo aveva accompagnato, per fargli il tifo, per farsi voler bene anche dagli amici di lui, per non passare la domenica chiusa in camera a fare la muffa. Nel viaggio di ritorno gli aveva tenuto la testa sulla spalla (senza cintura di sicurezza, ancora si poteva fare). Lui le aveva raccontato qualcosa del suo amico Mario. Eve lo aveva conosciuto, Mario: era simpatico, alto, forte, bello, e una volta aveva detto a Gigi che a loro sderenati, «per farvi contenti, bisognerebbe farvi volare».

Eve resiste alla tentazione di rientrare in casa. Si impone di provare piacere per il freddo sulla pelle. Concentra l’anima in una foglia e si fa portare su dal vento.

Forse dovrei aver paura, pensa. Invece è bello. La luce dei due lampioni della piazzetta la acceca e non sa dove stia andando. Quanto poco capisco, pensa.

(Illustrazione: Edward Delaney, Figures in Blue Landscape)

Samira

Racconto di Vincenzo Corrado

 Lui si chiamava Yousef. Lei, Samira. Dieci anni, entrambi.


Yousef viveva con i suoi genitori e due fratelli in un appartamento al secondo piano di un palazzo color sabbia, il cui balcone affacciava su quello che una volta era un parco giochi. Ora, del parco restava uno scivolo piegato e un’altalena che dondolava senza nessuno. Samira invece abitava due vie più in là, in una casa con il tetto di lamiera, una nonna che dormiva quasi tutto il giorno e un gatto grigio che si chiamava Fajr, come l’alba.


Si erano conosciuti all’uscita della scuola, una di quelle mattine senza bombardamenti né cieli neri anche se non sta piovendo. Samira aveva perso il fazzoletto con cui si copriva i capelli. Lo teneva sempre legato con un nodo che sapeva fare solo la madre. Quel giorno le era scivolato via tra la folla e il vento l’aveva portato fino ai piedi di Yousef. Lui l’aveva raccolto, senza pensarci troppo. Glieloporse come si porge una cosa fragile.


«È tuo, vero?»


Lei lo guardò. Poi sorrise. Quel sorriso – storto e pieno di denti – fu la prima cosa che Yousef conservò dentro.


«Sì.»


Non si dissero altro, ma cominciarono, da quel giorno, a cercarsi con gli occhi. Un saluto accennato al mattino. Uno sguardo silenzioso mentre la maestra spiegava geografia e le mappe del mondo sembravano sempre troppo lontane da tutto ciò che loro conoscevano.


Yousef non capiva bene che cos’era quel nodo alla gola quando Samira non si presentava a scuola. E Samira non capiva perché si sentiva più leggera quando lo vedeva aspettarla all’angolo della via, con il quaderno sottobraccio e la camicia sempre un po’ stropicciata.

Un giorno lui le regalò una pietra. Una pietra liscia, che era stata sulla riva del mare e che aveva la forma di un cuore, ma serviva un po’ immaginarselo.


«Perché me la dai?»


«Perché mi piaci, credo.»


Lei abbassò gli occhi. E disse solo: «Allora la tengo.»


Yousef avrebbe voluto darle anche un’altra cosa, una specie di lettera. Era una lista di cose che lui le avrebbe voluto dire.

1. Mi piace quando ti tocchi la frangia.

2. A scuola parli poco ma quando lo fai sembra importante.

3. La tua voce non è forte ma mi resta in testa.

4. Ti ho vista piangere una volta, ma facevi finta di non piangere.


Yousef non gliene parlò mai, di quella lettera. Ma la rileggeva spesso, come se in quelle righe ci fosse un modo per sentirsi al sicuro.


I giorni passarono così. Con la guerra che sembrava sempre sul punto di entrare nella loro strada, ma che ogni tanto – per miracolo o per pigrizia – cambiava direzione. La scuola continuava, tra una chiusura e l’altra. I maestri facevano lezione anche nei corridoi, quando le aule venivano usate per ospitare famiglie sfollate. I bambini giocavano, ma lo facevano in silenzio. Alcuni avevano smesso del tutto. Altri ridevano più forte del necessario, come se dovessero convincere qualcuno di essere felici.

Yousef e Samira non parlavano mai della guerra. Non parlavano delle notti passate sotto il tavolo. Delle finestre che si aprivano da sole. Dei vetri che sembravano piangere prima di esplodere. Parlavano del mare, dei gatti e dei sogni strani. Di come sarebbe stato andare in un altro posto, magari con gli alberi di colore diverso.


Un pomeriggio d’inverno, mentre il cielo era carico di nuvole basse, Yousef la portò in un posto che conosceva solo lui. Era un vecchio edificio sventrato, con il tetto crollato e le scale che finivano nel vuoto. Salì piano, Samira dietro. Arrivati al punto più alto – un solaio mezzo sfondato – le indicò l’orizzonte.


«Guarda laggiù. Quella luce. È Israele. Ma non dirlo a nessuno che ti ho portata qui.»

Lei fece cenno di no.


Rimasero lì. Fermi. Senza parlare. A guardare qualcosa che sembrava lontanissimo. Eppure vicino abbastanza da fare paura.


A scuola, cominciarono ad arrivare le prime assenze. Non c’erano annunci, né minuti di silenzio. I bambini sparivano. Alcuni venivano trasferiti. Altri si mormorava fossero finiti dove non si torna. Yousef e Samira erano ancora lì.


Ogni tanto, lui le chiedeva:


Se potessi essere un animale, cosa saresti?


Una colomba. Così potrei volare via.


Io un cane. Per stare sempre vicino a te.


Un giorno, mentre tornavano da scuola, si fermarono a guardare un uomo che vendeva palloncini. Era una rarità, uno di quei personaggi che sembrano usciti da un sogno. Aveva un carretto vecchio, tre ruote sgonfie e una decina di palloncini legati al manubrio. Samira ne fissò uno azzurro. Yousef lo notò e, senza dire nulla, mise la mano in tasca. Non aveva soldi. Ma aveva una biglia. Andò dall’uomo, gliela mostrò e disse:


«È di vetro. Può valere come moneta?»

L’uomo sorrise. Annuì. Yousef tornò indietro e porse il palloncino a Samira. Lei lo baciò sulla guancia e poi scoppiò a ridere.


Quella sera Yousef non riusciva a dormire. Si rigirava nel letto pensando al momento in cui Samira l’aveva baciato. Era stato un bacio breve ma lo sentiva ancora sulla pelle, come quando resti troppo al sole e la pelle scotta anche di notte.


Il giorno dopo Samira non andò a scuola. Né il giorno dopo ancora.

Il terzo giorno, Yousef non ce la fece più. Chiese alla madre se poteva passare da Samira prima di andare in classe. La madre, senza fare domande, gli sistemò il colletto e gli disse solo fai presto.

La casa di Samira aveva la porta azzurra e scrostata. Yousef bussò una volta. Poi due. Alla terza, fu la nonna ad aprire. Aveva un viso spento, come chi guarda sempre nella stessa direzione e non trova mai niente.


«Samira?» chiese lui, in un soffio.


La donna scosse la testa. «Sta male. Ma domani tornerà, Inshallah.»


La giornata a scuola passò lenta. Ogni ora sembrava finta. La voce della maestra arrivava da lontano, come attraverso l’acqua. Quando suonò la campanella, Yousef scappò via. Corse a casa, si chiuse in camera e aprì una scatolina di latta rossa. Dentro c’era una seconda lettera che non aveva ancora avuto il coraggio di darle e un disegno: erano loro due, con dei palloncini in mano, su un prato che a Gaza non esisteva.


Il giorno dopo Samira tornò. Aveva la febbre, diceva. Ma il viso era sereno.


«Mi sei mancato» disse.


Lui la guardò.


Quel giorno sembrò primavera ed estate insieme. Il cielo era chiaro, il sole caldo. A scuola, fecero un esercizio strano: disegnare la felicità. Yousef disegnò due mani che si toccano. Samira disegnò un balcone con una sedia vuota. Quando la maestra passò tra i banchi, disse alla bambina:


«E questa sarebbe la felicità?»


Samira alzò le spalle. «È un posto dove si può aspettare.»


Il giorno del bombardamento cominciò come gli altri. Una mattina normale, con le madri che gridano dai balconi perché qualcuno ha dimenticato la cartella. Yousef era in ritardo. Corse fino alla scuola, ma Samira non c’era. A metà mattina si sentì il primo boato. Poi un altro. E un altro ancora. Le maestre fecero scendere tutti nei sotterranei. I bambini si stringevano l’uno all’altro: c’era chi piangeva, chi pregava, ma anche chi aveva lo sguardo perso e basta. Yousef guardava fisso il muro. Pensava a lei. Pensava alla pietra a forma di cuore e alle lettere che non aveva ancora letto.


Il bombardamento durò venti minuti. Quando fu possibile uscire, il cielo era pieno di polvere. La scuola aveva retto. Ma non il quartiere di Samira. Yousef corse tra i detriti, superò camion e corpi ammassati. Arrivò davanti alla casa dalla porta azzurra. Non c’era più niente. Solo una parete era rimasta in piedi. Un uomo – un vicino, forse – vide il bambino.

Gli si avvicinò senza parlare e posò una mano sulla sua testa.

(illustrazione di Dylan Whale)

Le scarpe

Racconto di Alba Vulcano

Giacevamo dimenticate in un angolo della stalla. Un paio, dunque due; due perché insieme dovunque. Beh, in realtà anche da sole non saremmo state da buttare, all’occorrenza; si sarebbe zoppicato, saltellato o poggiato il piede nudo a terra. Non sarebbe stato l’ideale, certo, ma si sarebbe potuto fare. Discorso inutile, qualcuno potrebbe dire, ma ci sta e comunque siamo in due. L’una accanto all’altra, senza toccarci non per indifferenza, ma solo per timidezza. Un giallo raggio di sole ci illumina; ci sentiamo accolte. Tutto diventa più intimo, non siamo sole. Sciatte, con i lacci penzoloni, consunte ma presenti a noi stesse, al nostro ruolo. Scusate, ma abbiamo camminato tanto che al momento non abbiamo voglia di rassettarci: scapigliate, disordinate ma concentrate sui ricordi. Ciaff, ciaff! Nel fango, nella terra bagnata, lungo i sentieri petrosi e sconnessi. Un po’ di qua, un po’ di là storcendoci sui sassi mentre i lacci cedono pian piano e noi non ce ne accorgiamo se non quando iniziamo a scalzare lente, slabbrate. Passa il tempo e la calura logora la nostra pelle, il freddo ci contrae e così, allarga e stringi, col tempo compaiono le nostre rughe, le nostre belle rughe, il nostro orgoglio. Abbiamo svolto il nostro ruolo, questo conta.

(Illustrazione: Vincent van Gogh, Un paio di scarpe, 1886. Amsterdam, Van Gogh Museum)

Ponzio Pilato

Racconto di Luca Testa

Ponzio Pilato, ora tocca a te!

Ponzio Pilato è un uomo dal ventre prominente avvezzo a restare in silenzio, soprattutto quando ti guarda. Di solito non fa nient’altro, trascorre il tempo a fissare l’interlocutore. Intanto finge di masticare qualcosa, un chewing gum che non c’è più. Un tempo fumava molto. Fumava di continuo. Fumare lo calmava. Per decenni ha trascorso metà delle sue giornate a prendere decisioni riguardanti, si direbbe, i suoi sottoposti. Ed erano migliaia. Sono mesi ormai che avverte di essere oltremodo logorato dal peso di questa responsabilità. L’unica sua preoccupazione è sempre stata quella di assecondare al meglio la volontà dei superiori interpretandone la linea senza chiedere mai spiegazioni.

Ponzio Pilato è l’elemento intermedio di un ingranaggio molto ben rodato, quello del potere. Ha resistito così a lungo in quel mondo solo perché ha sbagliato di rado. Quando è capitato è riuscito a trasformare l’errore in qualcosa di diverso. Ne ha intravisto subito il potenziale, l’opportunità stessa di rimettere la situazione a favore del sistema oppure in modo più banale ha riversato la responsabilità su qualche collaboratore non più affidabile. Era questo genere di pressioni costanti ad accrescerne l’esigenza compulsiva di fumare. Alla lunga il fisico ne ha risentito e poi quel vizio era ormai divenuto così inelegante. Addirittura politicamente scorretto per uno che deve stare sempre dalla parte giusta e in maniera incontrovertibile. E a lui capitava persino di ansimare in pubblico. La notte stentava nel respirare e sentiva il petto stringersi e opprimerlo. Rantolava per istanti lunghissimi sino a temere di soffocare. Così non dormiva più. È allora che ha buttato via le sigarette e ha iniziato a sgranocchiare ogni genere di schifezza. È ingrassato oltremisura e stava ancora peggio. Non gli è rimasto che masticare l’aria in modo ossessivo, quel chewing gum che non c’è più. Di notte tuttavia continua a dormire poco e male. È stanco del suo incarico. Non era mai arrivato a questo punto. Forse a usurarlo è stato l’aver raggiunto troppo presto l’apice della carriera. In seguito non è stato per niente semplice rimanerci abbarbicato tutto quel tempo. Adesso attende solo il pensionamento. Ma anche quello non sarà per niente semplice perché in alto lo stimano troppo. La dirigenza lo ritiene tra gli amministratori più affidabili e leali in circolazione. Qualche pezzo grosso lo reputa addirittura insostituibile. È riconosciuto che sotto la sua supervisione non si sono mai verificati problemi che abbiano messo a repentaglio la struttura.

Ponzio Pilato persiste nel masticare l’aria e ode di nuovo quella voce.

Ponzio Pilato, ora tocca a te!

L’ingiunzione interiore che lo sommuove possiede lo schiocco di uno spasmo. Risulta difficile da credere perché è da solo dentro la stanza. Eppure quella voce si ripete. Quante immagini allora gli scorrono davanti agli occhi. Sono vicende passate, volti trasfigurati, fantasmi fruscianti, corpi abbandonati, sentieri interrotti. Gli sembra di ricordare che quella stessa voce lo ha spronato in altre occasioni. Esattamente ogni volta che è stato necessario prendere in mano la situazione e aggiustarla in qualche modo, a qualunque costo. Gli giungeva da bordo ring e lo incitava a riacciuffare l’incontro dopo essersi nascosto per una decina di secondi dietro la guardia a rifiatare. È questo a essere paradossale, che fosse la voce stessa del suo formatore quando gli aveva affidato il primo incarico. Sono trascorsi quarant’anni ma quella voce è ancora lì a ingaggiarlo.

Ponzio Pilato, ora tocca a te!

Da allora non è cambiato un granché. È più lento nei riflessi e non è più così rapido nel ponderare ogni variabile della situazione in cui è incappato. L’esperienza però lo ha reso ancora più distaccato. Gli ha insegnato a socchiudere gli occhi e a prendere coscienza solo della sostanza del fine. Con tale lucidità è matematico elaborare i pro e i contro che scaturirebbero da una decisione piuttosto che da un’altra. Così la scelta arriva da sé. È un mero fatto statistico.

E adesso invece salta fuori questa faccenda di Gesù Cristo e ogni logica va a farsi benedire.

Ne percepisce nell’intimo il potenziale pericolo e al contempo ne è affascinato, in qualche modo attratto o forse solo curioso di vedere come potrebbe andare a finire l’intera questione. Avverte con nitore che potrebbe sfuggire al controllo e trasformarsi in una bomba capace di destabilizzare ogni singolo piano della struttura in quell’area geografica che, accidenti a lui, è proprio quella di sua competenza.

Gesù Cristo è un cinquantenne minuto con riccioli copiosi e una barbetta da predicatore. Da semplice artigiano, dedito al restauro di mobili, si è trasformato in portavoce delle rivendicazioni degli Indios su alcuni territori oltre il fiume abbandonati alla jungla. La multinazionale da parte sua ha speso capitali per accaparrarsi quelle lande selvagge che il governo le ha ceduto senza troppi ragionamenti. Difatti questi ingenti flussi di denaro sono stati regolarmente versati al governatorato che in cambio ha assunto migliaia di lavoratori per disboscare la regione e dissodarne le terre. Altrettanti operai saranno poi impiegati stabilmente nelle piantagioni di noccioli che nasceranno da quel nulla rigoglioso, ma improduttivo dal punto di vista del capitale.

E ora è comparso Gesù Cristo a elevarsi a paladino dei diritti inalienabili degli Indios sulla foresta. Ha cominciato a blaterare di ecosistema, di salvezza del pianeta, di patto millenario con Madre Natura. In breve tempo l’eco della protesta è uscita dall’ambito locale e si è trasformata in una di quelle battaglie internazionali. Ormai è tardi. È impossibile pensare di metterlo a tacere. Del resto sin dall’inizio Gesù Cristo si era dimostrato insensibile tanto alle lusinghe quanto alle minacce. I suoi primi interventi di fronte a qualche centinaio di Indios coi costumi da selvaggi sono divenuti raduni immensi capaci di richiamare attivisti da tutto il mondo, esattamente come il sassolino scalciato che, rotolando, diviene valanga.

Ponzio Pilato si considera il maggiore responsabile della pessima piega assunta dall’intera vicenda. Sebbene indirettamente avrebbe dovuto vigilare su ogni singolo aspetto dell’operazione. Imputa questa manchevolezza proprio al passare degli anni e al suo naturale decadimento. Avrebbe dovuto pensionarsi prima, riflette ancora una volta. Sarebbe bastato solo qualche mese. Doveva accontentarsi e ritirarsi a suo tempo, maledizione. Il fatto che nella sua lunga attività gli fosse sempre andata bene avrebbe dovuto metterlo in guardia. Invece eccolo alle prese con la seccatura peggiore di un’interminabile carriera.

Ogni volta che dallo schermo gigante del suo ufficio partiva il servizio sull’ennesima manifestazione india percepiva lo stomaco sigillarsi e la gastrite salire. Conati biliosi anticipavano di qualche secondo la telefonata che immediatamente sarebbe giunta dall’altro capo del mondo a chiedergli conto dei progressi in merito. Eppure aveva da subito intuito, da quel primo notiziario locale, che il problema era inevitabile. Ogni intervento sarebbe stato vano e la vicenda si sarebbe invariabilmente conclusa in modo sfavorevole. Bisognava limitare i danni. Sgomberare con la forza il primo raduno era stato qualche mese addietro il primo stupido errore. Ma nessuno lo aveva avvisato, tanto meno interpellato. Quegli stramaledetti collaboratori in loco oltre a convergere i servizi privati di sicurezza avevano preteso pure l’intervento delle forze dell’ordine. Ancora un po’ e avrebbero richiesto anche l’esercito. Per fortuna non c’era scappato il morto. Altrimenti la deflagrazione sarebbe stata immediata. O forse l’intera questione si sarebbe sgonfiata e chiusa subito, sebbene tragicamente. Nondimeno un caso tanto eccezionale avrebbe attirato comunque l’attenzione. Un altro sbaglio grossolano, anch’esso irrimediabile, era stato quello di provare a convincere Gesù Cristo con le lusinghe e con le minacce. Egli adesso era un eroe. Nulla lo avrebbe smosso. Si sarebbe dovuto eliminarlo da principio. Qualcosa di ben orchestrato. Un lavoro da professionisti silenziosi. Ne aveva un paio a libro paga. Nessuno avrebbe potuto collegare la morte incidentale del povero Cristo alle sue passioni ambientaliste. Sarebbe stata una banale fatalità. Ma ora era tutto assurdamente fuori luogo. L’eroe sarebbe diventato una bandiera e ogni collegamento risultato lampante anche qualora non ci fosse stato.

Ponzio Pilato si sentiva spacciato.

Si alzò e si mosse verso il bagno privato del suo enorme ufficio all’ultimo piano del grattacielo di proprietà della multinazionale, piantato nel cuore economico della capitale di quella nazione così lontana dalla sua patria e nella quale risiedeva da decenni. Lo perseguitavano continui stimoli a urinare, ma poi riusciva aemettere qualche goccia forzata. Ne approfittava per lavarsi le mani. Le insaponava e le sciacquava in continuazione. Col passare del tempo era divenuta una sorta di mania.

Erano anni che non aveva più amanti e mesi che non frequentava prostitute. All’improvviso si era sentito vecchio. Quella sera invece aveva bisogno che la mente si spegnesse e che il guaio decantasse. Solo così forse avrebbe potuto trovare una soluzione e porvi rimedio. Era lo stratagemma al quale era sempre ricorso. Una notte d’amore senza troppe implicazioni. Non voleva ragazzine tra i piedi. Cercava una donna che fosse tale. La sua fidata guardia del corpo sapeva cosa significasse e perentorio indicò sottovoce all’autista dove dirigersi. Era come un addestratore che sussurrava il comando a un pastore tedesco.

Il traffico si apriva al passaggio della berlina, il caos pareva redimersi e la notte rendeva la capitale un inferno patinato sopra il quale troneggiava un plenilunio quasi metafisico.

La prostituta esperta e bellissima lo traghettò in poche ore dal piacere all’idea che gli mancava per ristabilire l’equilibrio necessario al potere. Inizialmente non fu semplice per lei reperire la strada giusta a scardinare le tensioni che avvolgevano quell’uomo, così importante e stanco. Tuttavia Ponzio Pilato si ritrovò a rimirare muto l’alba maestosa attraverso le immense vetrate. Avvolto in un accappatoio immacolato si avvertiva rinvigorito come non gli accadeva da anni. La donna dormiva dolcemente, solennemente lambita dai primi raggi di luce. Ora la stanchezza era solo sua, sebbene di altra natura. Ponzio Pilato si ritrasse finalmente da quella fissità così simile alla saturazione degli orgasmi notturni e si recò in bagno. Riuscì a urinare copiosamente come nemmeno rammentava potesse avvenire. Sospirava di un impagabile piacere liberatorio. Quasi si scordava di lavarsi le mani. Uno strano ghigno si rifletteva nell’ampio specchio sopra il lavabo rendendolo quasi inconoscibile a se stesso. In pochi istanti si era reso conto che quella era l’occasione inattesa per affrancarsi definitivamente dal suo ruolo. Avrebbe barattato la risoluzione di quella odiosa complicazione con il suo pensionamento. Decise di non aspettare oltre, se non il tempo necessario a cercare in rubrica il contatto più importante tra tutti. Giusto un paio di volte all’anno gli capitava di dovervi ricorrere. In Europa era pieno giorno e l’amministratore delegato in persona gli rispose al secondo squillo come se fosse lì pronto a ricevere la telefonata.

Gesù Cristo non era un ingenuo, ma era uno che non si sottraeva mai al confronto. Amava le sfide. Non sarebbe stato difficile trascinarlo a un incontro al quale avrebbe presenziato il suo vice stesso con altri dirigenti della compagnia. Era da escludere che ci fosse pure lui. Non gradiva comparire. Detestava anche il solo pensiero di poter essere coinvolto in uno scandalo. Più complicato invece era organizzare un appuntamento al quale Cristo avrebbe dovuto recarsi senza tutti i suoi comprimari, capi indio o attivisti che fossero. Unica compagnia, e testimone, doveva essere quel suo collaboratore, Giuda, che nel frattempo avevano corrotto e istruito in merito al comportamento da tenere. C’era una scena da girare, un video da montare come fosse reale. Vi si mostrava la compravendita di Gesù Cristo il puro, l’incorruttibile. Immediatamente sarebbe esploso in rete. In seguito ci avrebbero pensato i suoi sodali a linciarlo o il suo rimorso a suicidarlo.

Gesù Cristo era spacciato. La faccenda chiusa.

Qualcosa però non andò per il verso giusto. Ci fu una colluttazione, una guardia del corpo verosimilmente estrasse un’arma. Malauguratamente uno dei finestroni era rimasto accostato. Gesù Cristo finì di sotto. Forse venne spinto nell’alterco o si divincolò nel tentativo di liberarsi dalla presa degli aguzzini. Morì sfracellato in mezzo al traffico di una delle vie principali della capitale dopo un volo di svariati piani. Nessun video aveva più senso. Ogni traccia sparì in tempi rapidissimi. Immediati. Nessuna prova riuscì mai a collocare Gesù Cristo in quel luogo.

Tuttavia dopo sole poche ore l’intero movimento ambientalista era certo che la morte di Gesù Cristo non fosse un suicidio, ma un omicidio dietro al quale ci fossero senza nessuna ombra di dubbio le grinfie della multinazionale. Ci furono scontri con le forze dell’ordine sia nella capitale che nei territori contesi. L’organizzazione a tutela della foresta e dei diritti degli indios ottenne una clamorosa svolta nella sua lotta. Gli espropri vennero temporaneamente bloccati.

La contesa perdura tuttora.

L’unico suicidio comprovato fu quello di Giuda. Il suo corpo fu trovato penzolante in uno scantinato alla periferia della capitale. In un angolo venne rinvenuta una borsa con qualche migliaio di dollari.

Ponzio Pilato comprese che l’agognato pensionamento si era di nuovo allontanato. Non gli sarebbe stato concesso nessun tempestivo ritorno a casa. L’Europa restava dall’altro capo del mondo, forse per sempre. Gli prese una voglia irresistibile di fumarsi un sigaro. Si alzò dalla poltrona per scacciare la pulsione. Gli scappava da pisciare ma erano solo quei maledetti e inutili stimoli alla minzione. Allora s’insaponò e si risciacquò le mani. Più volte. Quell’abitudine si era trasformata in un tic. Non capiva se l’eczema e il rossore che gli ricoprivano le mani fossero dovuti al continuo lavarsele oppure se la necessità di sciacquarle fosse dettata dal prurito che accompagnava l’eritema.

Quel dilemma gli toglieva il sonno.

Come decisi di non viaggiare mai più

Racconto di Giovanni Natoli

 

Un giorno i miei genitori decisero di passare la domenica entrante in gita a Bassano del Grappa. Avevo sette anni, era il 1973, quella domenica mi fecero indossare un cappottino blu con i bottoni di finta madreperla e un berretto col paraorecchie. Era un ottobre insolitamente rigido.

Ci svegliammo alle sette in punto per prendere il treno delle 8.37. Il sole era velato da una leggerissima trina di foschia che rendeva Venezia un tenue, languido ectoplasma, tiepido come il caffelatte di quelli che mi servirono al bar della stazione assieme al croissant che mio padre mi porse dal piattino poggiato sul gigantesco bancone d’acciaio e legno che occupava a semicerchio un quarto del locale.

Guadagnammo il binario dove il treno era in paziente attesa dei passeggeri. Salimmo su un vagone di terza, le cui panche di legno mi ricordavano quelle dei treni dei film western che vedevo i lunedì sera sul primo canale, o con mio padre, quando certi pomeriggi di primavera, andavamo al cinema del C.R.A.L. della marina. I western in tv li vedevamo in bianco e nero, per forza di cose e per questo motivo il sole risultava più sfavillante che nella realtà a colori. Mentre quelli, giganteschi, sul grande schermo, che quasi sempre erano produzioni di terza scelta italo-ispaniche, mi ricordavano le precarietà dei luoghi dove inscenavo con amici – ma più spesso da solo – i miei di western, nella verde valle dei Giardini di sant’Elena.

  Il treno per Bassano si mise in moto, prima arrancando e tossendo per poi guadagnare la velocità regolare. Le durissime panche tormentavano i miei glutei in sobbalzi, ora regolari, ora imprevisti dovuti agli scarti di velocità al giungere nelle diverse stazioni dove il treno si fermava, rallentando la tosse e il brontolio. Durante il viaggio osservavo in silenzio il mutare del paesaggio. Dopo l’infinita distesa acquea della laguna che affiancava a sinistra e a destra il treno, ecco che faceva capolino il cemento mestrino con la sua stazione grigia.

  Via via che ci si dirigeva verso la meta, il panorama mutava: alberi, cespugli, cittadine che nulla avevano se non l’anonimato. Poi, via via che si guadagnavano le stazioni, l’umore diventava quello da primi decenni del ’900, con le tettoie atte a proteggere dal sole o dalla pioggia, i viaggiatori che coprivano panche di ferro dipinte di verde da cui spuntava qui e lì qualche isola di ruggine. Ogni tanto qualche alpino stava seduto in attesa di un treno che lo riportasse a casa. Giunti a Bassano l’aria era più fresca, frizzante e l’atmosfera diventava anche più ovattata di quella lagunare, e più greve.  Passeggiando per Bassano le case, le chiese e i negozi sembravano massicci rettangoli su cui era stato cosparso dell’intonaco di pallidissima ocra. Era quello un luogo agli antipodi della mia città, un paese che non sfuggiva dalle dita come Venezia, liquida anche nei più grevi monumenti, ma si mostrava con la granitica certezza di una solida montanara. La normalità, fatta di alluminio anodizzato e vetrine di negozi di scarpe e abbigliamento con insegne che non si potranno più dimenticare e che ancora oggi talvolta appaiono inaspettate – dove immancabili spuntavano pantaloni alla zuava, alpenstock e borracce con lo stemma della città – si mescolava ai luoghi sacri della Grande Guerra, marcati da lapidi, statue e dallo stile delle insegne delle osterie e delle locande.

Camminare per Bassano mi provocava una stretta in gola e un’impressione di calo di pressione, uno stato mesmerico in cui mi sentivo persino protetto. Ma a quel senso di cura di me si insinuava una innominata melanconia che più avanti, a un certo momento assunse il nome di morte. Le passeggiate per i vicoli, la salita al monte Grappa con l’autobus che odorava di finta pelle e scoregge stantie e unto generico. Poi il ristorante affacciato sulla riva del fiume Brenta, che scorreva in un letto carico di memorie carico quanto quello nascosto dentro ai fori di mitraglia, ancora evidenti sulle pareti degli edifici costeggianti.

Scorre pigro il fiume sotto il ponte degli alpini e osservo il suo levigare i massicci sassi che, accarezzati dal suo corso, si levigano e diventano lustri, riflettono il cielo sempre un po’ malcerto, anche nelle giornate più limpide. Siamo in montagna, in fondo, e il monte Grappa veglia sul carico di gravità umorale del centro città.

Io guardavo questo Brenta, lo seguivo fin chissà dove, in un mondo senza uomini e cose, perennemente grigio come le armi della Grande Guerra. Triste e fallimentare come tutte le guerre. Ma la Prima Guerra mondiale, col suo ossimorico incontro tra antico e moderno risuona sempre dolorosa, fatta di carni strappate, di balle di cannone, di sangue nerissimo,torvo filo spinato, campi verdissimi violati dal sangue e montagne indifferenti e aspre.

La gita si concluse con la tappa all’osteria Nardini, la cui omonima grappa aveva da sempre l’aura di leggendaria. Era per noi la grappa delle grappe; mica come quelle che apparivano pubblicizzate a Carosello da Luigi Vannucchi – via la testa, via la coda, solo cuore. Ma che cuore volete che sia di fronte al cuore dei valorosi alpini e della grappa di Bassano?

Ci sedemmo a un tavolino di legno che mi parve impregnato dello stesso distillato, con sedie di legno che sapevano di acquavite anch’esse. L’oste con un grembiulone nero ci portò l’ordinazione: due grappe lisce e per me una spuma. Il tavolino era posto vicino a una finestra. Ritornai a osservare il lento corso del Brenta e i fori di proiettili sulla parete dirimpetto. Provai un sentimento che poi non mi abbandonò mai più, un misto tra tepore protettivo e soffocamento. Un leggero brivido d’angoscia mi accompagnò da quel momento sino al ritorno a casa. Guardavo il treno ripercorrere a ritroso la strada che avevamo fatto al mattino e sentivo qualcosa di fatale dentro di me. Complice la foschia che non se n’era andata, complice l’inizio del crepuscolo, che indicava la fine del giorno di festa senza scuola, e il lunedì si piazzò al centro dei miei pensieri. Quello era il giorno dove si ricominciava a imbastire la prosa dei giorni qualsiasi, i giorni del dovere, i giorni della routine. Dove mi porterà questa ruota? mi chiesi.

La risposta la dovetti imparare più tardi, quando le persone attorno a me cominciarono a morire e le città a svuotarsi, senza più un ricambio che potesse riempire i vuoti che man mano si aprivano nel mio cuore. Intanto, quella domenica, la cui sera si presentò senza stelle e con una luna opaca, cercavo di aggrapparmi a ogni minuto che passava prima di andare a letto, a consumarlo lentamente, come si fa con una corretta masticazione. Ogni frammento veniva da me assaporato e trattenuto nell’illusione che almeno qualche residuo rimanesse per consolarmi dal lunedì che arrivava: la luce della cucina, il tavolo da pranzo, il cibo della cena, il lento navigare dell’ennesimo sceneggiato Rai al primo canale.

E furono proprio lo sceneggiato, e tutti gli altri a venire, la mia principale fonte di sopravvivenza, coi loro ritmi lenti e le immagini spettrali delle riprese in esterna, fatte con la pellicola in bianco e nero e il contrasto con le riprese negli studi in nastro magnetico, con i microfoni della presa diretta che catturavano ogni fruscio, ogni scivolamento di fogli di carta, ogni clickclack della telescrivente che rigettava messaggi cifrati da un ipotetico pianeta. E quegli arredamenti optical, illusione di un futuribile che in realtà era pressappoco uguale al presente, quelle voci stentoree che scandivano con chiarezza teatrale le battute lasciando lunghe pause tra una frase e l’altra, quelle penombre che sembravano venire dritte da un sogno spiato dal buco della serratura: universi che entravano dentro i miei sogni e li rendevano ancora più depressi.

E fu per tutti questi motivi che mi dissi, mentre cercavo di addormentarmi, che, se la verità di muoversi anche per un così piccolo viaggio dovevano essere questi orizzonti di morte, allora dovevo decidere di non viaggiare più. Mai più.

(Immagine d’archivio, Ponte di Bassano del Grappa)

L’ultimo tango

Racconto di Cristiana Vittigli

È riuscito anche a infilarsi nel mio letto quel vecchio porco. Continua a dire di essere mio marito, mi segue ovunque, parla con me e lo fa con voce dolce. Pensa di riuscire a fregarmi e insiste con le sue moine. Idiota, come può pensare che io ci caschi, che io creda ad una simile follia?

 Mio marito si chiamava Angelo ed era l’incarnazione del suo nome, il padre dei miei figli, la ragione della mia vita. È morto cinque anni fa, in una giornata di dicembre in cui faceva molto freddo, il cielo era limpido e un pallido sole diffondeva una luce delicata e intensa allo stesso tempo.

 Angelo è morto e da quel giorno terribile non so più come liberarmi di questo pazzo che gira per casa.

 Non ho nessuno a cui chiedere aiuto: i figli sono lontani, impegnati e distratti, gli amici sono quasi tutti ammalati e quelli che stavano bene fino a poco tempo fa hanno pensato di lasciare questa terra. Io non vado a trovarli: l’unica volta che andrò al cimitero sarà quando mi ci porteranno. Io l’ho sempre detto che voglio che le mie ceneri siano disperse tra le montagne che tanto amo. L’ho detto ma nessuno mi ascolta: non potrò far nulla e mi chiuderanno dentro una bara.

 Mi chiamo Arabella che vuol dire amabile. Ho fatto battere molti cuori in gioventù: mi volevano in tanti ma, quando a diciotto anni, ho incontrato Angelo non mi è più importato di nessun altro. Siamo stati una cosa sola, ci siamo amati nella gioia e nel dolore. Tutti a parole si impegnano a farlo ma per noi è stato veramente così.  Ne abbiamo passate tante insieme: Sarò al tuo fianco qualsiasi cosa accada, mi diceva. È l’unica promessa che non ha mantenuto.

 Non ricordo com’è successo che è morto, credo sia stato un incidente ma non ne sono sicura. Da quando se n’è andato mi è salita dentro tanta rabbia che annebbia ciò che è stato, confonde quello che è, annulla ogni speranza per ciò che sarà. Sento il viso contratto e penso che sia perché mantengo un’espressione dura e severa. Non lo faccio di proposito, non so più sorridere. Se ci provo immagino sul mio volto delle smorfie orrende e mi spavento.

 In tanti pronunciavano il mio nome; ora lo fa solo il porco e la sua è l’unica voce che non vorrei sentire.

 Questa mattina ha preteso che io mi vestissi per uscire. Andiamo a fare una passeggiata ha detto con voce sgradevole e forzatamente gioiosa. È una giornata troppo bella per restare qui in casa ad ammuffire, un po’ di aria buona ti farà bene. Siamo quasi a giugno, nel prato qua di fronte sono sbocciati i papaveri. Se ti affacci alla finestra vedrai una distesa rossa che mette allegria. Ricordi come ti piacevano i fiori? I tulipani gialli erano i tuoi preferiti, dicevi che guardandoli ti sentivi cullata dal sole.

 La rabbia, di nuovo tanta rabbia: l’ho sentita partire dallo stomaco, rafforzarsi e salire fino a esplodere nel petto: non ricordavo nulla di quanto il porco diceva. Cosa ne sapeva lui di me?   Cos’erano questi papaveri? Di che giallo parlava?

 Ho fatto resistenza in tutti i modi: lui voleva che alzassi le braccia per sfilarmi il pigiama e io le tenevo incrociate sul petto, lui tentava di farmi indossare la gonna e io mi sono tolta le mutande, lui provava a mettermi le scarpe e io le ho lanciate dietro alla televisione appena si è inginocchiato per farmele indossare.

 Per recuperarle ha dovuto faticare molto. Ha spostato il tappeto e ha armeggiato goffamente per parecchi minuti con una scopa. Si erano incastrate tra un’insenatura del muro e il mobile porta tv.  Ogni sua mossa rischiava di compromettere ulteriormente la situazione: lui arrancava e sudava per lo sforzo, io gli ridevo in faccia.

 Alla fine ci è riuscito e io mi sono ritrovata con le scarpe ai piedi. Mi ha guardato e aveva gli occhi tristi. Pareva molto stanco ma ha sorriso. E quando il porco sorride io lo odio ancora di più.

 So bene perché vuole farmi uscire. Appena la casa è vuota arrivano i suoi amici ladri: entrano da padroni e rubano le mie cose. Portano via tutto quello che è mio. Io ho capito subito il suo inganno e, in un paio di occasioni, ho chiamato i carabinieri ma lui è maledettamente furbo ed è riuscito a convincerli che tutto era in ordine e che io ero solo un po’ esaurita. È riuscito ad ingannare anche loro: ho visto il più giovane dei due – un ragazzo dagli occhi buoni che assomigliava a mio figlio – passargli un braccio attorno alle spalle e dirgli di farsi coraggio.  

 Maledetto bugiardo. Lo sanno tutti che qua dentro è tutto mio: se lo deve ficcare bene in quella testa da ladro. Non so più cosa fare per cacciarlo via. Lui è sempre qui, continua a girare per casa, a usare le mie cose e a infilarsi nel mio letto.

 Vuole rubarmi tutto, anche i ricordi, anche gli affetti che non ho più e ogni giorno diventa più crudele.

 Ieri – si credo fosse ieri – ha acceso il vecchio stereo, quello del soggiorno che anni fa accompagnava tutte le mie giornate. Lo ha fatto di proposito per farmi soffrire anche se non so come sia riuscito a scoprire che a me piaceva tanto ballare il tango.

 Piaceva anche ad Angelo che era molto più bravo di me.

 Non ricordo il titolo del brano che ha fatto partire, ricordo solo la fitta che ho provato e il dolore che ho sentito quando ha detto: Vieni Arabella, balliamo come facevamo un tempo.

Ladro! Come ha osato? Voleva rubarmi anche Angelo: gli ho dato uno schiaffo in pieno viso con tutta la poca forza che mi rimaneva e sono andata nella mia camera con la rabbia incastrata nel petto.

 Non so quanto tempo sia passato. È tutto sfumato, tutto incerto, dov’è finito ora quel porco?   Eccolo lì, sul mio divano e sta parlando al telefono.

 «Si, siamo usciti una mezz’ora, abbiamo fatto un bel giretto, si certo fino all’edicola. Mamma oggi è tranquilla, abbiamo anche chiacchierato un po’ di quando eravate piccoli e trascorrevamo le vacanze al mare. Abbiamo riso pensando al tuo costumino giallo e alla paura dei granchi di tua sorella: quando ne individuava uno, anche se a metri di distanza, usciva dall’acqua terrorizzata e non rientrava più.

 Come? Parlo male? Ah già, mi sono scordato di dirtelo, distratto come sono ho sbattuto contro lo sportello della cucina. Niente di che solo che mi fa un po’ male la guancia. Non c’è proprio nulla di cui preoccuparsi, state tranquilli, noi stiamo bene e ce la caviamo alla grande. Dai un bacio ai bambini da parte nostra. Ci sentiamo domani» e il porco ha chiuso il telefono.

(dipinto di Jack Vettriano, Il maggiordomo cantante)

Allerta rossa

Racconto di Simona Visciglia

Prato, 2 novembre 2023

All’uscita principale della stazione di Porta al Serraglio, mi guardo intorno. Sopra di me i binari e la pioggia che finalmente cade senza violenza; davanti a me via Magnolfi deserta, quasi pittoresca, con le luci dei lampioni che brillano sul selciato bagnato. Solitamente da qui, a poche centinaia di metri dalla farmacia in cui lavoro, prendo un treno per tornare a casa.

Mi accendo una sigaretta, anche se dovrei centellinarle: le conto, stringendo il pacchetto morbido tra le dita infreddolite: “Ne ho a sufficienza per…” penso, facendo un calcolo approssimativo. Ho dimenticato il portafoglio stamattina, mentre cambiavo la borsa. Dannazione a me e alla mania di abbinare gli accessori al cappotto, giornata sbagliata per un inconveniente del genere.

Quando sono uscita per andare al lavoro, da brava pendolare sempre di corsa, ho risposto al volo alla telefonata di mio padre: «Oggi dovresti restare a casa. Lo sai, no, che c’è allerta arancione?» mi dice rimproverandomi, ché non se lo toglierà mai il vizio di essere apprensivo, anche se oramai ho trentacinque anni e non vivo più con i miei da un pezzo.

«Oh, babbo! Se dovessi restare a casa ogni volta che questi diramano un’allerta… che poi non ci prendono mai. Stai tranquillo e dai un bacio alla mamma, vi chiamo stasera quando rientro».

E invece eccomi in questo limbo, tornare in paese è letteralmente impossibile. Avevo ragione solo su una cosa, che non ci hanno preso manco di striscio con le previsioni.

Chiamo mio padre: «Babbo, sono al Serraglio, ma la circolazione è bloccata. E ho lasciato il portafoglio a casa, non posso neanche cercarmi un albergo».

«Chiedo a tuo fratello se ce la fa a raggiungerti… Benedetta ragazza, te l’avevo detto stamattina, ma tu sei una testona e non mi ascolti mai».

Gli rispondo con la coda tra le gambe, ma con uno scampolo di fierezza: «Non è certo colpa mia se l’allerta è diventata rossa ed è successo quello che è successo. Passami Niccolò, fammici parlare un attimo».

«Ci provo a prendere la macchina, sennò che fai là? Passi la notte fuori?» mio fratello mi lascia così, mentre sento che parlotta con i nostri genitori.

Hanno tutti il cellulare scarico, perché in paese manca la corrente da ore.

Restiamo d’accordo di sentirci solo se necessario.

Nel frattempo, rispondo ai messaggi di amici e parenti lontani che stanno apprendendo dai notiziari del disastro in Toscana.

Rassereno tutti, mentre inizia a salirmi l’ansia che fino a ora avevo tenuto in pausa, sovrastata da un barlume di sangue freddo.

Eppure, in questo pezzo di città che ho davanti, sembra tutto normale: il cielo non è neanche così scuro, sopra gli eleganti palazzi che delimitano la strada verso il Duomo; per pochi minuti ha smesso persino di piovere, una pausa irreale e inaspettata.

Vedo arrivare un ragazzo di colore in sella alla sua bici: ha in testa un sacchetto di plastica rosa, di quelli per la spesa che non esistono più se non nei negozi cinesi.

Smonta e, molleggiando, viene verso di me. Mi squadra dalla testa ai piedi, come se volesse capire se posso essere una sua cliente, almeno così penso, cedendo all’associazione ragazzo-nero-nei-pressi-della-stazione uguale spacciatore. Magari si chiede solo cosa ci faccia lì e me lo sto chiedendo anche io da più di un’ora.

Tempo qualche minuto, arriva un altro ragazzo che fa cenno al primo di seguirlo. Nella mia testa i due si stanno mandando messaggi in codice, ma oramai sono preda di allucinazioni, perché inizia a divorarmi la fame. Avrei dovuto essere a casa da un po’, a gustarmi i miei sofficini spinaci e mozzarella, davanti a un episodio di The Bear.

I due se ne vanno, ignorandomi. Avrebbero potuto chiedermi se fossi in difficoltà o, almeno, offrirmi un po’ di haschisch per calmare i nervi.

A interrompere le mie riflessioni socioantropologiche la telefonata di mio fratello: «Virgi, qui è un casino assurdo, non ce la posso fare… Sto seguendo un mezzo dei vigili del fuoco per tornare indietro, quasi restavo impantanato. È tutto buio e le strade fuori dal paese sono un fiume, ti giuro, un cazzo di fiume di fango e pietre».

Non ho mai sentito mio fratello così preoccupato. Gli dico di fare attenzione, di mandarmi un messaggio appena riesce ad arrivare a casa: «In qualche modo farò» è l’ultima cosa che gli dico prima che cada la linea.

Inizio a passeggiare avanti e indietro per scaldarmi.

Riprendo il cellulare, ho una decina di messaggi, ma non li leggo. Scorro tutte le chat fino a quella con Federico, persino i messaggi con l’elettricista sono più recenti dei suoi.

L’ultimo scambio è datato 2022: “Quindi è finita” aveva scritto, dimenticando oppure omettendo volontariamente il punto interrogativo.

Digito, non prima di avere acceso l’ennesima sigaretta:

“Ciao, Fede, come stai? Sarai sorpreso di sentirmi” mi fermo, cancello, riscrivo.

“Ciao, Fede… Lo so che non ci sentiamo da un po’ ma se puoi mi richiami?”. Guardo il suo ultimo accesso, è recente.

Resto a fissare lo schermo in attesa delle spunte blu, mentre sento delle sirene in lontananza.

Trascorrono solo pochi secondi che sembrano eterni, poi la sua chiamata.

La sua voce mi scende fino allo stomaco che si contrae: sarà la fame, sarà che ancora lui mi fa effetto.

«Ehi, Virginia», pronunciava il mio nome per intero solo nei momenti più seri, «è successo qualcosa di grave?»

Riprendo fiato e gli spiego in che situazione mi trovo: bloccata in centro, senza soldi e senza possibilità di raggiungere casa o qualsiasi altro luogo all’asciutto.

«Vengo a prenderti, non muoverti da lì», lui abita in città.

«E chi si muove, intorno c’è l’apocalisse… Non lo so nemmeno se ce la fai ad arrivare»

«Ti richiamo quando sono per strada e ti aggiorno. Ma tu stai tranquilla,quando ti agiti troppo ti viene il mal di testa, me lo ricordo bene».

Le sue parole suonano dolci e rassicuranti e per un attimo dimentico Porta al Serraglio e il freddo pungente che non si arrende neanche al giaccone impermeabile.

Avviso i miei, mentre osservo un tizio che arriva su una moto imprecando, si ferma e poi riparte. È una notte assurda, dove le persone sembrano comparse che appaiono fugacemente e poi spariscono nel nulla, lasciandomi sola al mio destino.

Guardo il cielo che adesso è veramente nero e cade in rapidi frammenti sulle tegole dei tetti. Leggo le notizie in diretta, guardo i video sui social. Povera gente. Case devastate dalla furia del fango, macchine sommerse, alberi che galleggiano lungo le strade. Cose che pensavo non potessero mai accadere a noi. Si sa già quanti morti ci sono stati?

Finalmente la telefonata di Federico: «Sono arrivato, ho parcheggiato dietro la stazione».

Do un’ultima occhiata intorno, come se stessi lasciando un rifugio e mi avvio a passo spedito. L’ombrellino mi si inceppa, si apre sbilenco sulla testa che copro con il cappuccio. I fari accesi della sua Golf sono come la luce in fondo al tunnel: è arrivata la cavalleria a portarmi in salvo.

Salgo in macchina emettendo un lungo sospiro seguito da un ciao rotto dall’affanno.

Lui mi sorride: «Che gran casino, eh?», accennando un movimento verso di me che assecondo sfilandomi il cappuccio e sistemandomi i capelli increspati dall’umidità.

Ci sfioriamo appena: la nostra esitazione si trasforma in un bacio sulla guancia.  

«Mi dispiace per il fastidio… Spero non sia stato troppo complicato arrivare fin qui» balbetto.

«Facilissimo no. Sul ponte Datini, il Bisenzio è al livello della strada… Ora vediamo come tornare indietro, mi inventerò qualcosa. Non abbiamo fretta, credo» non ha perso la sua ironia.

«Hai freddo? Alzo un po’ il riscaldamento?», mi chiede ingranando la marcia.

L’abitacolo si riempie di un piacevole tepore e del nostro silenzio. Iniziamo a barcamenarci tra strade allagate, impraticabili e percorse da pochi veicoli, in difficoltà come noi. Sembra di stare in un film distopico: vediamo persone affannarsi per mettere in salvo le loro cose da torrenti fuoriusciti dagli argini che ingoiano tutto. Evitiamo i percorsi più pericolosi, guardando da lontano, un egoismo necessario che però ci turba.

Fortunatamente troviamo il modo per arrivare a destinazione, senza dirci più niente. Non parliamo d’altro se non del tempo e di quello che vediamo, dei danni, della mala gestione del territorio, di quello che forse si poteva fare per prevenire il disastro. Niente di noi, della nostra storia.

Un anno senza vederci, né sentirci.

Il quartiere dove vive Federico è rimasto illeso: qua e là l’asfalto è chiazzato di grosse pozzanghere melmose, ma i tombini reggono, non vomitano acqua di fogna come abbiamo visto altrove.

Entriamo in casa, scrollandoci di dosso la pioggia che abbiamo preso nel tragitto dalla macchina fino alla porta. C’è ancora lo zerbino di Star Wars che avevamo comprato insieme in un mercatino rionale.

«Grazie, Fede» gli dico dopo essermi schiarita la voce «cioè, non lo davo per scontato».

«Ma figurati, gli amici servono a questo».

A un certo punto avevamo pensato che potessimo rimanere amici: le persone che si lasciano si raccontano spesso questa inutile bugia.

«Hai fame?» apre il frigo, scrutandone il contenuto senza convinzione «O preferisci una tisana? Le bevi sempre la sera.»

Conosciamo le nostre abitudini: «Qualcosa di caldo va benissimo»

«E dei biscotti, ho le Gocciole o se preferisci i Pan di Stelle». Ci riempivamo sempre il carrello di schifezze da golosi impenitenti quando facevamo la spesa insieme, le domeniche mattina.

Accende il bollitore, poi resta in piedi tra il frigo e il piano cottura, con le mani in tasca.

«Vado in bagno, posso?» gli chiedo, come un’estranea qualsiasi. Mi accompagna per prendermi un asciugamano pulito.

Guardo lo spazzolino solitario sul lavello e il dentifricio lasciato aperto come sempre.

Odore di Coccolino Profumo di Primavera e di dopobarba al tabacco e vaniglia.

Mi guardo allo specchio, le occhiaie hanno preso il sopravvento sul correttore.

La tazza fumante mi aspetta sulla tovaglietta in rattan.

«Avevo solo malva e tiglio»

«Va benissimo, grazie»

«Basta dirmi grazie. Come stai? Cioè, non adesso. È un po’ che non ci sentiamo, noi due».

Iniziamo a chiacchierare, dei nostri lavori, delle famiglie, degli amici che ancora abbiamo in comune. Un fluire di parole interrotto solo dal crocchiare dei biscotti tra le mie dita che ora sono caldissime.

«Ti preparo il letto in camera nos… mia» gli resta tra i denti un nostra che corregge subito, grattandosi la barba che rade solo una volta a settimana.

«E tu? Dove dormi?»

«Divano letto… alla fine l’ho comprato, come volevi tu. Da Ikea»

«Ah, vedo, non ci avevo fatto caso entrando. Ma ci dormo io, dai, lo sai che poi mi sveglio prestissimo la mattina. Domani ti preparo il caffè».

Mi ignora di proposito, l’accoglienza per lui è sacra e io sono un’ospite.

Gli do una mano a rifare il letto, mi prende una tuta per stare più comoda.

«Ti lascio, sarai stanchissima» mi scruta dalla porta mentre sto finendo di infilare il cuscino nella federa.

Restiamo congelati come in un fermo immagine.

Di nuovo in quella camera, io e lui. Rivedo le domeniche a letto, a dirci parole evanescenti e a toccarci come se non potessimo farne a meno.

«Fede» il suo nome sulle mie labbra.

«Virgi» la sua risposta velata di nostalgia.

Torna verso di me, lascio cadere il guanciale in terra. Cadono le parole che forse dovremmo avere.

La distanza tra noi implode, mentre la pioggia batte sulla finestra coprendo il rumore dei nostri pensieri. Il crollo definitivo di ogni nostra reticenza è un lungo bacio che ci sembra quasi necessario.

Le mani si intrecciano. Io che spoglio lui, lui che spoglia me. Mi guarda, come faceva prima di perderci.

Sa come toccarmi, so come toccarlo. La memoria della nostra pelle. Sincronismo che si ripete uguale eppure diverso. L’unica routine che reggeva allo sfilacciamento di tutto il resto.

Siamo a letto: un groviglio di gambe, dita, sospiri. Occhi aperti, occhi chiusi. Piacere che arriva, lingua contro lingua, pugni stretti il cuore che si ferma e poi riparte. Come eravamo, come siamo. Lui dentro di me, avvolto nel mio abbraccio, sa di giorni perduti, di mancanza e di sospensione del tempo.

Poi una dissolvenza e il ritorno da un luogo lontano: i nostri corpi riacquistano consistenza sulle lenzuola stropicciate, fuori la città è un mare senza onde, un inferno liquido che fa paura.

Tratteniamo il respiro. Sulla pelle rimane un residuo del nostro piacere, una piega sulla coperta arrotolata sotto i nostri piedi.

Guardiamo il soffitto, come se avessimo una sigaretta che si consuma tra le dita. Poi lui si mette su un fianco, solleva la testa poggiandola sulla mano, il gomito a sprofondare nel materasso di molle insacchettate: «Non stavamo malissimo insieme. E anche ora…»

Lo guardo senza scompormi, girandomi appena verso di lui: «Stavamo bene solo in questa camera. E mi sa che abbiamo fatto l’ennesima cazzata».

Si solleva, poggiando la schiena sulla testiera morbida del letto: «La cazzata l’ho fatta io a dirti che… insomma…che mi è piaciuto».

Mi siedo anche io, portandomi le ginocchia al petto. Le tengo strette a me come in un abbraccio, per non abbracciare lui, perché ne avrei voglia.

«Stamattina quando sono uscita dicevano che c’era allerta arancione» inizio a parlare con una freddezza che esplode tra i nostri corpi.

«Non immaginavo che sarebbe venuto giù il mondo. Cioè, si vedeva che non era solo un temporale, che le cose si stavano mettendo male. E che non eravamo preparati.  ‘Spetta, cos’è che mi hai spiegato prima in macchina? La faccenda delle casse di espansione…»

«Virginia, di che stai parlando?» mi interrompe, la sua voce vibra sotto un sorriso stiracchiato.

Ma io continuo: «Quando ti dicono che l’allerta è rossa è già troppo tardi. Che potevano fare qualcosa prima che la città venisse sommersa».

«Ma stai parlando dell’alluvione? O di cosa?» un attimo di esitazione, con una mano stira le lenzuola, sollevandole fino a coprirsi il torace ancora leggermente ansimante.

Sento un brivido che mi attraversa da parte a parte, come una stilettata.

«Dai, lo sappiamo entrambi come sono andate le cose tra di noi. Ci stavamo consumando ma ce ne siamo accorti troppo tardi, non potevamo farci più niente».

Non risponde, si stende di nuovo: «Colpa dell’amministrazione sbagliata. E della cementificazione selvaggia. Anche del cambiamento climatico o delle scie chimiche».

Gli do uno scappellotto sulla testa e mi sdraio anche io, chiudendo gli occhi e respirando il suo odore che è anche un po’ il mio.

«Dormiamo?» mi propone, con quella suavoce leggera che sorvolava sempre sulle nostre vite e sulle nuvole nere che c’erano, e che lui non vedeva.

«Ma sì, domani conteremo i danni. Esono stata bene. Adesso».

(fotografia di Luluwithheld)

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