Il fiume

Racconto di Lidia Noviello

Grigio e verde. È il colore della mia città, è il colore della strada ad alto scorrimento che mi porta fuori e dentro la mia città, sempre uguale, senza illuminazione, piena di curve, taglia i campi come un mantra sicuro e ripetitivo, li attraversa con la spontaneità del rivolo, fatta di buche e conche che si riempiono pericolosamente di acqua quando piove. Piove: e la mia città è sempre più verde, verde di arbusti imprevisti e brutti che spuntano dalle crepe, negli orifizi dimenticati dall’andirivieni quotidiano. Fanno parte dello spazio, sono le perle dei giochi dei bambini.

Nella mia città sembra impossibile perdersi. Costruita negli anni del fascismo, le strade del centro sono dritte e razionali, formano angoli retti e di facile comprensione, è piena di rotonde, il traffico scarno e ordinato non crea ingorghi.

Perdersi diventa una sfida, un atteggiamento. In un pomeriggio qualunque, con la noia che restringe la stanza, il rintocco del treno diretto verso o di ritorno dalla grande città, arrivato sbuffando alla stazione, può farti ricordare la strada, farti venir voglia di uscire. Così esci a guardare i grandi cieli non nascosti dai palazzi bassi e radi, le montagne all’orizzonte sempre visibili e azzurre. La luce appare ogni volta obliqua, provenire da un’altra parte; tu cammini, per esempio, tutto attorno al centro abitato, preferendo le strade veloci a ridosso dei campi e delle rotaie. Le macchine ti sfrecciano accanto, tu guardi le erbacce, i buchi nelle recinzioni – qualcuno ha nascosto un tesoro qui – e infili passo dopo passo per chilometri e chilometri. Incontri, in questo tipo di passeggiate, solo facce anonime, e non puoi fare a meno di chiederti come sia possibile; a volte un cane ti passa accanto guardandoti storto, oppure si lancia violentemente sulle sbarre di un cancello di campagna, rimescolando il flusso dei tuoi pensieri, abbaiando forte all’intruso che sei. Trasali, continui a camminare; può succedere allora che ti volti con distrazione e il campo immenso e vuoto, grigiastro sotto il sole morente, ti invade.

Un altro modo di perdersi è questo: sconvolgere le mappe, creare una fortezza segreta nell’immaginazione che nessuno potrà trovare poiché invisibile. Così, al centro della mia città, scorre da un certo numero di anni un fiume. Consiste di poche cose: un muretto fa da bordo, un pezzo di terra è il suo letto. D’estate fa molto caldo, dicono più caldo che in tutta la regione; affondiamo in questa pianura di cemento circondata dalle montagne, non passa un filo di vento e la pressione si alza, raramente scrosciando al suolo in un’ondata di sollievo. Questo fiume, ovviamente, non si asciuga mai, e d’estate sembra addirittura eguagliare con più forza le qualità dell’acqua, scrosciare e saltare. Si potrebbe dire senza esagerare che è una meta molto ambita; verso sera, i bambini e i ragazzi, i folletti e i mostri, ragazze piccole e grandi, si incontrano al fiume per prendere il fresco. Ridono, giocano a carte, si lanciano oggetti rinvenuti sul letto del fiume: cartacce oleate della pizza al taglio, gomme da masticare tutt’uno con le pietre, bottigliette e cannucce, plastiche informi. Bevono da bottiglie prese al supermercato nel pomeriggio, si ubriacano in cinque minuti, fumano tutti. Il centro del mondo è qui, per un attimo in cui ridiamo; il centro del mondo è mobile, si sposta: qualcuno parla di un’altra città, della vita dopo. Il fiume scorre in mezzo alle case popolari, la zona centrale della città; tutte le luci sono fulminate, qualcuno grida di fare silenzio o ci intima di andar via, le stelle bucano il cielo nero chiamandoci a non si sa cosa.

Le strade dritte e lunghe, i treni sporadici. Se qualcuno pensa che questi ragazzi non abbiano immaginazione, che siano stati irrimediabilmente conquistati dalla noia, possiamo obiettare che sbaglia: basterebbe ricordare loro con quale fantasia una volta si sono accaniti su M., la cui unica pecca era di essere un po’ goffo, un po’ lento, inadatto allo scambio veloce di battute e strattonate tra compagni. Gli hanno ficcato una cannuccia dietro e lo hanno ripreso, piangere e mangiarsi il suo moccio e le sue lacrime, col sedere bianco nello schermo del cellulare. Tutti hanno saputo e tutti hanno scordato in men che non si dica; io stesso non ricordo il suo volto, e l’immagine replicata dai telefoni degli altri mi ritorna in mente, pensando al passato, come un fossile senza senso, slegato e luccicante. Erano le strade a farci così? Quelle più corte – mozziconi di asfalto che finivano nel nulla senza preavviso – o i lunghi rettilinei testimoni della nostra lontananza?

Le serate finivano sempre al Villaggio, non c’era molto da fare. Più che in una città, la sensazione era di stare in una grande serra tropicale; i lampioni tutti spenti, il parco enorme e bollente, punteggiato di elementi tutti diversi, utili e non: un percorso di mattonelle attraverso l’erba, buono a nulla; panchine di marmo, utili per le ultime fasi; un campo da tennis abbandonato, ottimo se si sfruttano le ombre; cantine lasciate aperte per la gioia di topi e zanzare, utili ma pericolose. Giocavamo a nascondino, tutte le notti. Una singola partita poteva durare ore; il parco, come il complesso residenziale che lo conteneva, era enorme. Prima che la conta finisse, al buio, ci cercavamo con lo sguardo, e un minimo cenno d’intesa stabiliva chi avrebbe giocato con chi, corso con chi per le prossime ore. Il complesso residenziale sconfinato, la luna, il silenzio, lo sguardo che dice: ti voglio baciare. Così corriamo insieme, per ore; il nostro posto preferito, un albero accerchiato da cespugli al centro del parco, vicinissimo a dove sta quello che conta. Anche se ci trova, anche se non riusciamo a vincere stasera, da qualche parte, ogni volta diversa, noi abbiamo nascosto un tesoro, che nessuno potrà trovare.

In macchina, un giorno qualsiasi, percorrendo guidati dalla voce del telefono strade in cui ancora, dopo anni dal mio trasferimento, mi perdo, C. si era imbarcato in un lungo monologo sull’urbanistica di Roma, sostenendo una semplice tesi: c’è troppo poco ordine, non c’è un pensiero, un progetto unificante per chi qui deve abitare. Avrei voluto dirgli che per molto tempo ho invidiato il disordine della grande città, la possibilità di perdersi, di non conoscere zone intere del posto in cui formalmente si vive, le strade capitate una sopra all’altra. Solo ora mi sembra di afferrare questo nodo, sempre meglio ogni volta che torno nella mia città, in macchina sul rettilineo pieno di curve che mi apre la vista sulle montagne, sul cielo, sui campi inutilizzati. I pensieri cominciano a diminuire e mi sembra di essere tutto vista e tatto, gli occhi che accarezzano e si stendono sulle tele lisce dell’orizzonte, sugli sfondi, senza ostacoli. Mi tornano in mente, senza che io lo voglia, immagini slegate e puntiformi: un buco nella recinzione, le lacrime di M., un cane che abbaia, denti che brillano in un sorriso nel buio, pronti a mordere. Un grande fiume, grigio e verde, si stende davanti a me, la città ne è piena. Io guido, lo attraverso, mi lascio trasportare dalla corrente. Sono alla ricerca di qualcosa di nascosto, l’ho capito; quindi, ho smesso di cercare.

Uno qualunque

Racconto di Barbara Cancian

Il signor Rodolfo Mattiussi ha da poco compiuto settantacinque anni e vive con la moglie coetanea, la signora Lucia Clapis, in un appartamento piccolo borghese, pieno di libri, tappeti e piante in una tranquilla cittadina di provincia del Nord-Est italiano. Non hanno avuto figli, entrambi professori in pensione, conducono un’esistenza serena, scandita da qualche viaggio in autunno, l’abbonamento al teatro in inverno, il festival dei libri in primavera, i concerti all’aperto in estate e l’immancabile caffè delle dieci nel bar della piazzetta vicino al Duomo della città. Sono una coppia che si potrebbe definire equilibrata, forse un pochino rutinaria, in cui la moglie, di bell’aspetto, spicca per piglio e carisma. Non che sia una virago, piuttosto, a determinare questa dinamica, per contrasto, è l’indole estremamente mite del signor Mattiussi, il quale non ha mai espresso direttamente alcuna opinione e delega in modo naturale ogni decisione alla sua signora. Da ragazzo, non era stato eccellente negli studi, ma nemmeno negligente; da professore, i suoi studenti non lo avevano né amato né odiato; da pensionato, moderatissimo, lascia che la moglie sia il filtro di tutte le sue interazioni con il mondo: lei decide se invitare qualche amico a cena, cosa mangiare ogni pasto, dove andare in vacanza, lei prende gli appuntamenti dal dottore, lei paga le bollette, lei parla con l’amministratore del condominio, lei manda gli auguri a Natale ai figli della sorella che vivono lontano. Lui le sta accanto.

Fisicamente, il signor Mattiussi ha il viso più comune che si possa immaginare, nessun segno particolare, impossibile determinare il colore dei suoi occhi, probabilmente nemmeno lui lo conosce con certezza. È un viso talmente comune che, se si dovesse prendere una matita e un foglio e si disegnasse il volto un uomo caucasico tipo, di una settantina d’anni, si otterrebbe il suo ritratto perfetto, indipendentemente dalle abilità del disegnatore. Così è stato fin dalle elementari, ogni mattina la maestra si sorprendeva nel vedere quel faccino ordinario rispondere all’appello, ma chi è questo bambino, si chiedeva, nel dubbio gli metto un bel sei e mezzo.

Il signor Rodolfo Mattiussi non è né alto né basso, né robusto né minuto, né pallido né abbronzato, la sua corporatura è l’esatta media delle corporature di tutti gli uomini della sua età in questo lato del mondo. È così anonimo che molto spesso accade che le persone lo confondano con qualcun altro. Ed è proprio così che ha conosciuto la moglie, all’università, nel 1970. La signora Clapis, al tempo signorina Clapis per niente interessata alle rivolte culturali di quel periodo storico, studentessa al secondo anno di Lettere Classiche, lo aveva scorto nella biblioteca di facoltà, curvo sui libri, e le era sembrato di vedere il suo primo amore dell’estate dei suoi quindici anni, con cui aveva scambiato da sotto l’ombrellone sguardi carichi di inesperto desiderio e che era ripartito, prima che lei potesse ottenere almeno un piccolo bacio, lasciandola tutta un sospiro per mesi. A quella vista in biblioteca aveva sentito un tuffo al cuore e si era decisa ad andare a parlargli una volta per tutte. L’equivoco si era presto risolto, ma da quel momento non si erano più lasciati. Lui l’aveva trovata genuinamente bella e ne aveva apprezzato la determinazione che gli era sempre stata aliena, lei, dal canto suo, si era accoccolata nel tepore buono che lui aveva da offrirle e talvolta, guardandolo, ricordava ancora intimamente l’innocenza di quell’estate lontana e incompiuta.

Un mattino come tanti, alle dieci, davanti al solito bar della piazzetta, si dirige a passo svelto verso di loro una sconosciuta sulla trentina. “Mi scusi, mi scusi!” dice, mentre Il signor Mattiussi sta per sedersi. “Eccone un’altra”, pensa la signora Clapis prevedendo con certezza il seguito della conversazione.

“Sì, prego mi dica” risponde cortese come sempre il signor Mattiussi, in piedi accanto alla sedia scostata dal tavolino.

“Ma lei è il dottor Bianchetti?”

“No, proprio no, mi spiace.”

La donna si stropiccia gli occhi con le mani, imbarazzata, “Chiedo scusa, l’ho vista da lontano e ho pensato che fosse il medico che anni fa ha curato mia madre, ma ora che la osservo da vicino mi rendo conto che mi sono sbagliata.”

“Non si preoccupi” interviene a questo punto la signora Lucia Clapis, mediatrice del marito come di consueto. “Gli succede sempre, si figuri che lo scorso autunno a Parigi lo hanno scambiato per il Ministro del Petrolio dell’Iran e lo hanno pure insultato ingiustamente.”

La donna sorride, un po’ a disagio, fa un cenno di commiato con il capo e si allontana. Finalmente, i signori Mattiussi-Clapis si possono sedere. Ordinano il solito: un orzo macchiato con biscottino al cioccolato, lei, e un caffè decaffeinato con bicchiere d’acqua a parte, lui, ma anziché prendere dal tavolino accanto il giornale del bar, questa mattina il signor Mattiussi esita: “Lucia, guardami bene, mi vedi stanco?”

Lei lo osserva preoccupata, innanzitutto per l’uso inconsueto dell’imperativo e poi perché sì, in effetti lo vede stanco anzi, per meglio dire, lo vede sfuocato. Prende dalla borsa la custodia degli occhiali da lettura, li estrae con cura e li inforca per guardarlo meglio, li alza e li abbassa sul naso un paio di volte, sembra chiedersi com’è che non se ne era accorta prima, quel viso da uomo qualunque sembra aver perso ulteriormente definizione.

“Rodolfo, sei un po’ appannato, stai bene?” gli chiede.

“Non so, mi sento accaldato.” risponde lui.

Lei gli mette una mano sulla fronte, come fanno le madri.

“Febbre non hai” sentenzia, con una struttura che calca la lingua della sua infanzia e rivela una reale inquietudine.

Un’ombra cala sul loro momento di piacevole condivisione mattutina, il signor Mattiussi è silenzioso, la signora Clapis finge che non ci sia niente di strano, ma consumano in fretta e rientrano a casa.

Di fronte alla porta dell’appartamento a lui cadono le chiavi di mano, prova a raccoglierle, ma si arrende subito, “Lucia, apri tu, io mi sento evaporare”. Lei fa un ghigno per quella frase strana, “Evaporare” ripete a mezza voce con una punta di sarcasmo aprendo la porta.

“Vado in bagno a lavarmi il viso” dice il signor Mattiussi in un sussurro.

La signora Clapis prende l’innaffiatoio e fa come se niente fosse, bagna le piante, come tutte le mattine, ma dal bagno proviene uno strano silenzio.

“Rodolfo” chiama Lucia, una prima volta, dalla sala.

“Rodolfo” chiama, una seconda volta, dal corridoio.

 “Rodolfo, tutto bene, bambin mio?” ripete, di fronte alla porta del bagno.

Nessuna risposta.

La signora Lucia Clapis spalanca la porta: al centro del bagno c’è il mucchio di vestiti vuoti che il signor Mattiussi indossava poco prima al bar, nessun Rodolfo.

L’acqua del lavandino scorre in un filo sottile.

(Illustrazione © Klaas Verplancke)

Il giacchino

Racconto di Cristiana Vittigli

  «Quel ragazzo è diventato proprio strano. Lunedì è il due di luglio, il suo compleanno. Ne compie quattordici e sarà trascorso un anno da quando è mancato mio padre inghiottito dal mare come un boccone prelibato. La barca su cui erano fuori a pescare si è capovolta ed è caduto in acqua, ridendo. Lorenzo ha pensato a uno scherzo e rideva anche lui ma poi il nonno è andato giù sparendo nel buio delle nostre acque profonde. Il tutto è durato solo qualche minuto. Un delfino ha aiutato Lorenzo a girare la barca. Lui è salito a bordo ed è rientrato. Tranquillo, beato, sereno, solo.»

  Aveva sentito le parole di sua madre: era al telefono con la zia Ninetta, quella che stava in Svizzera e che aveva sposato un tizio pieno di soldi che lavorava in banca oppure vendeva orologi. Non aveva mai capito quale fosse il mestiere dello zio Flavio: sapeva che quando arrivavano quei due si andava sempre a cena fuori e tanto gli bastava per farseli piacere.

  Quello che non gli piaceva era che sua madre, da un anno a quella parte, non trovasse un altro argomento di conversazione; con ogni persona che incontrava parlava solo di quel due di luglio aggiungendo di volta in volta particolari, aneddoti, varianti. Lei che non c’era stata, lei che non sapeva.

  Oggi zia Ninetta, ieri l’amica Lorena, la scorsa settimana il parroco e via così. Mamma si riempiva la bocca di parole per proteggersi dal dolore con il rumore di fondo della sua voce.

  A Lorenzo dispiaceva per lei che, giorno dopo giorno, lo guardava con occhi tristi, gli passava una mano tra i ricci spettinati e sospirava emettendo una sorta di rantolo fastidioso e continuo.

  Il nonno gli ripeteva di darle tempo. Prima o poi capirà, gli diceva scoprendo i sei denti che gli rimanevano in bocca.

  Lorenzo si era fidato.

  Aveva sorriso alla madre, infilato furtivamente il nonno nella tasca sinistra del giacchino ed era uscito dirigendosi verso il paese.

  Il ritrovo con gli amici era in piazza, ci voleva un buon quarto d’ora di camminata sul lungomare per arrivarci. Lorenzo non prendeva la strada principale, quella piena di turisti e bimbi chiassosi, lui prendeva l’allungatoia, quella che passa dietro a tutto: al paese, al mare e alla gente. Così facendo non incontrava anima viva e allora il nonno poteva tirar fuori la sua testolina canuta e godersi il sole, l’odore del mare ed il passo rapido e sicuro del nipote.

  Gli amici in piazza lo scorgevano già da lontano: alto, magro e riccio, gesticolava con tale irruenza che le sue braccia parevano le pale di un mulino in una giornata di vento. Che poi si chiedevano con chi parlasse visto che loro erano tutti lì ad aspettarlo. Erano curiosi: chi ipotizzava una ragazza bionda e formosa, chi rilanciava con una castana tutta muscoli e chi sapeva: era una più grande, una di diciassette anni e con un fidanzato grosso e molto geloso. Tutti osservavano, confabulavano e congetturavano ma nessuno si era accorto che Lorenzo non indossava air pods, cuffiette o auricolari.

  Passavano il pomeriggio a cazzeggiare e a ridere. In fondo era estate, la scuola un ricordo sbiadito e ogni madre del paese aveva istruito il figlio affinché stesse vicino a Lorenzo e lo aiutasse ad elaborare il lutto.

  Lui e il nonno erano stati inseparabili ed entrambi amavano il mare sopra ogni cosa. Il ragazzo soffriva, ovvio che soffriva e nessuno in paese si azzardava a dar voce al pensiero comune: quell’adolescente alto e dinoccolato sembrava felice e senza nulla da elaborare.

  Soltanto la settimana prima era successo un fatto.

  Era tornato a casa per recuperare le scarpe da calcio e raggiungere gli altri al campetto. Aveva appeso il giacchino su una sedia del soggiorno ed era corso in bagno a liberarsi della colazione ipercalorica del mattino.

  Alleggerito, si era precipitato verso la sedia lasciata incustodita ma sua madre era stata più veloce e il giacchino era già finito in lavatrice.

 «È strano quel ragazzo» pensava la donna mentre il figlio sbraitava per fermare l’elettrodomestico, «è molto strano» si avviliva osservandolo tastare con disperazione gli indumenti bagnati che aveva gettato sul pavimento, «è troppo, troppo strano» aveva concluso vedendo che tentava di infilare le sue spalle da nuotatore nel piccolo oblò della cinque chili.

  Affranta lo aveva lasciato solo.

  Quando lui era riapparso sereno e tranquillo quasi non credeva potesse essere la stessa persona che aveva visto in lavanderia.

  Lorenzo aveva indossato un altro giacchino. Anche questo con una bella tasca sul lato sinistro.

  «Quella tasca sembra gonfia» aveva pensato la madre sentendosi osservata e non solo da suo figlio.

  Senza motivo apparente, senza necessità di darsi una spiegazione e senza sensi di colpa si era sentita felice ed era la prima volta che accadeva dal due di luglio dell’anno prima.   Lorenzo per evitare pericolose domande era uscito di corsa e il nonno, dalla sua nuova postazione, gli aveva strizzato l’occhio sorridendo impertinente.

(illustrazione di Winsor McCay)

La Rivelazione – il finale

racconto di Giovanni Natoli

  “Che succede?”  Stava precipitando dentro una notte senza spiragli. Per quanto folle potesse sembrare, capì di essere stato catturato dalla pupilla. La caduta durò una decina di secondi; ad un certo punto si trovò in un posto illuminato da una luce giallastra. Tratti neri che formavano circoli e rettangoli fluttuavano dappertutto creando geometrie dotate di una logica segreta. Iniziò a camminare, privo di riferimenti. I suoi piedi non appoggiavano su nulla, non capiva dove fossero il basso, l’alto, la destra e la sinistra. Era una malinconica marea cremosa. La luce gli fece tornare in mente quelle che provenivano dallefinestre degli ospedali al calare della sera che spezzavano il blocco scuro della facciata; tristi luci per un triste luogo. D’un tratto la marea giallastra sparì e una traiettoria di globi sfarfallanti, scintille argentee che nascevano dal buio più fitto,si dirigevano spedite verso di lui, e, giunte a pochi millimetri lo scansarono per lanciarsi chissà dove. Tutto durò pochi istanti. Grumi di vapori fecero la loro comparsa; nubi nere su fondo bluastro sembravano assumere forme abbozzate, ma sufficienti per richiamare i soggetti; ora un leone, ora una testa di cavallo, ora dei serpenti, ora tristi giganti sdraiati. Duravano non più di un secondo per essere sostituite da altre pareidolie. Poi d’un tratto il buio. Nonrimanevapiù nulla, nemmeno gli orrori a cui aveva assistito fino a quel momento. Pensò che fosse finita, una volta per tutte. “Ecco l’eternità”. La notte senza fine sembrava dover essere l’ultimo passaggio di quell’assurdo viaggio. Ma apparve un bagliore; un puntino di luce sempre più ampio. Sembrava quella di uno dolcissimo, melanconico tardo pomeriggio. Gli sembrò di stare acquattato dietro il nero fogliame di un cespuglio. Improvvisamente crebbe un albero al centro della scena. Aveva un’ampia fronda tondeggiante e rigogliosa, scurita dal controluce di un’aureola beatificante. Provò un sentimento lontanissimo; lo stesso sentimento che lo coglieva da ragazzo quando il crepuscolo cominciava ad erodere certi bellissimi pomeriggi di sole. Un’emozione dolce e amaro, fragile e potente. Momenti in cui un’ala nera si posava sul suo cuore. “Che sia la Verità?”, la Verità nascosta in un cimitero a primavera inoltrata.

  Era la fine del Tempo, il risultato di tutta una vita, la sua vita, che finalmente toccava il suo sentimento profondo. E il viaggio si era concluso. Per sempre.

Sembri Sisifo

Racconto di Carlo Rossi

  Ti vedo sorreggere chili di ferro. Ti sento troncare urla da sforzo sotto pesi che a stento confermano la forza di gravità. 

  Il tuo tempo è scandito da gesti netti che seguono una liturgia rigorosa.

Guardi il cronografo, tergi il sudore: prima la fronte, poi il collo. Porti le mani ai fianchi e prendi aria, ti siedi su una panca a recuperare energie e batti impercettibilmente un tallone a ritmo della musica che hai nelle cuffie. Non guardi mai chi ti gira intorno. Vuoi essere assolutamente solo con il tuo umore carico di nubi, cieli di nubi da sgombrare con quella collera che riversi contro le macchine. E non ti guardi mai allo specchio. Mai, se non quando muovi su e giù i tuoi giocattoli.   Sembra quasi che tu non riesca a sopportare altra idea di te stesso, se non quella di uno costretto a stare nei panni di Sisifo.

  La prima volta che ti ho visto eri camuffato sotto una felpa di almeno due taglie più grande, mentre gli altri indossavano con nonchalance canottiere e leggings che la legge dovrebbe vietare agli uomini. Poi ti ho visto con quella t-shirt vecchia di dieci anni, una seconda pelle riempita da muscoli gonfi che denunciavano un’anatomia da atleta. E, ai piedi, un paio di Chuck Taylor che avrebbero preferito appendersi da sole al chiodo piuttosto che portarti in giro ancora un istante. Mi sei sembrato fuori moda, reietto, sfigato. Ma non sono stati i tuoi muscoli ad attrarmi, così come non è stata la tua sciatteria ad infastidirmi. Forse il tuo essere isola sperduta e non arcipelago. Mi ha incuriosita il tuo essere fieramente antisociale tra un’accozzaglia ipocritamente socievole.

  Cercavo di concentrarmi su quel dannatissimo esercizio per i glutei, ma con la coda dell’occhio non facevo altro che guardare il tuo sudore costringere il grigio della tua maglia farsi nero. Dopo i primi “wow!” spuntati come funghi nello spazio fertile della mia ammirazione, avrei voluto mollare tutto e raggiungerti per chiedere se ne valesse la pena. Temo di essere rimasta vittima di un inaspettato senso materno misto a sindrome da crocerossina. Ti ho visto esasperare il dualismo sforzo-riposo in una sorta di sperimentazione personale che sembrava svantaggiarti in favore di un allenamento al massacro. Eppure, inspiegabilmente, ogni volta ti bastavano tre minuti per scacciare la congestione dal tuo volto e riconquistare il colorito verdastro. Tre minuti per risorgere e ricominciare a soffrire. Ancora, e ancora, Sisifo.

  Mario mi stava tastando il culo, con la scusa di spiegarmi l’ennesimo esercizio per le gambe, quando gl’ho chiesto di farmi fare quello che facevi tu. Mi ha detto che lo squat è un esercizio molto tecnico, per atleti avanzati e che l’avrei potuto fare dopo mesi di pratica. Ma io volevo solo avere una scusa per guardarti eseguire quei movimenti precisi, composti, con un carico così sproporzionato per la tua figura e, magari, chiedere a Mario chi fossi. Ma poi non ho avuto coraggio e ho lasciato perdere.

  La routine preliminare è quasi sempre la stessa. Si vede che in lei trovi certezze che confortano dal caos quotidiano. Mediti a due passi da quegli enormi pesi issati sulla sbarra semiarrugginita. Inspiri e porti le mani agli auricolari che cospargono di musica il tuo mondo. Musica che ti dice molto, perché sembra gettare benzina su fiamme che ardono già alte dentro il tuo cuore. Poi serri le palpebre per prepararti ad attraversare l’intero inferno. Ti do le spalle e torno a fingermi interessata al barboso esercizio che giura di trasformare i miei glutei in mongolfiere pronte a prendere il volo.

  La palestra mi annoia a morte. Non vedo come si possa stare chiusi in una scatola che puzza di sudore a faticare a pagamento. Eppure, quando trovo qualcuno motivato come te, in un cesso come questo, capisco che deve davvero esserci un perché. Il tuo scava dentro, come un magma che corrode, che annienta ogni sbarramento. È una colata d’odio che non può essere repressa, ma che al tempo stesso è celata sotto strati di diffidenza. Non mi sembra che uno sfigato come te ci tenga ad apparire dannatamente bello e in forma. La tua uniforme ti condanna: sei qualcosa di diverso, sei in cerca di riscatto. Oppure sei un monomaniaco masochista.

  Per un attimo, ti ho visto cedere alla tentazione di essere normale. Ti ho scorto suggerire a quel ragazzino come impugnare e spingere quel peso. Il volto sereno e lo sguardo rassicurante. Hai smesso gli auricolari e hai fatto debuttare la tua voce. Il tono fermo, la frase disciplinata, fluida, capace di esporre senza indugio. Ho pensato a te come un individuo maturo ed esperto in fatto di robe da sollevare e riportare a terra senza scopo apparente. Serio, competente ma dannatamente sfigato con addosso quegli stracci che neanche Rocky ad inseguire la gallina.

  Chi sei tu Sisifo dalle natiche di marmo?

“Short shorts” di Peter Cherches – 4

Phone Sex

I called the phone sex line. “Hello, phone sex line,” the voice on the other end said—a sultry, sexy, breathy voice. I was hooked from the git-go. 

“Talk dirty to me,” I said. 

“I think you must be mistaken,” the voice (oh, that voice!) replied. “This is the phone sex line!” 

“Yes, I know! So go ahead, talk dirty to me.” 

“A gentleman says please.” 

“Please talk dirty to me.” 

“Who do you think you are, mister? This is the phone sex line!” 

“Yes, that’s why I called. I want phone sex!” 

“Hey, don’t talk dirty to me, buster,” she shot back, this time in a voice that was gravelly, gruff, and shrill. Then, without giving me a chance to respond, she unceremoniously ended the call. 

I kept the phone to my ear, wondering if I could get any mileage from the silence.

Telefono erotico

(da Whistler’s Mother’s Son, Pelekinesis, 2020)

Ho chiamato il telefono erotico. “Buongiorno, qui telefono erotico“ mi fa la voce dall’altro capo: sospirosa, torrida, sensuale. Io, catturato già subito.

“Parlami sporco“, ho detto.

“Dev’esserci un equivoco“, ha ribattuto la voce – oh, quella voce! “Questo è il telefono erotico!“

“Sì, lo so! E allora parlami sporco, dài“.

“Le persone educate dicono ‘per favore’“.

“Per favore parlami sporco“.

“Ma chi crede di essere, signorino? È il telefono erotico, questo!“

“Sì, è appunto per questo che chiamo. Voglio una telefonata erotica!“

“Senti, furbone, non cominciamo con le porcate“, è scattata quella, ma ora con una voce rauca, scostante, stridula. Poi, senza darmi modo di rispondere e senza tante cerimonie, ha riappeso.

Sono rimasto un po’ con il telefono all’orecchio, a domandarmi se avrei potuto cavare qualcosa almeno dal silenzio.

(Traduzione di Marco Bertoli)

La rivelazione – 2

Racconto a puntate di Giovanni Sugo Natoli, II parte

Chissà quanti mondi ignoti sulla sua pelle; per non dire delle cose nascoste, quelle che si rivelano solo durante un’autopsia, oppure quando ci si procura una ferita e oltre a imprecare per il dolore e tamponare il sangue che esce lucido ci soffermiamo a osservare quella bocca che rivela appena la superfice di un oceano di segreti. A conti fatti, lui era un universo ambulante e indifferente a sé stesso. Quel neo che aveva appena scoperto, nient’altro che uno stupido neo; era il Rivelatore. Cominciò a pensare al suo corpo come a una estesa e contorta mappa che portava sempre con sé. Ma ora il suo sguardo era diventato acuto e concentrato e decise di leggere questa mappa. Accese la luce della camera e cominciò a scrutare il suo corpo.  Quella luce non aiutava. Rendeva il suo corpo giallognolo e modellato da ombre false. Andò in cucina a recuperare una grossa torcia. Spense la luce della camera e cominciò a esplorarlo. Ne illuminò il torace. Osservò i pettorali avvizziti, i capezzoli due inutili bottoncini rosa. Percorse la leggera carenatura dello sterno di un torace coperto da una bionda lanugine, poi puntò la torcia sul ventre e illuminò l’ombelico. Immaginò che vi fossero contenuti infinitesimali universi, popolati da esseri che vivevano secondo regole condizionate dal clima umido e buio. Vi mise un dito dentro e gli parve di avere sterminato intere popolazioni in pochi istanti. I mondi si rigenerano anche in forme diverse dalle precedenti. Una gravidanza cosmica perpetua. E, pensando, scese con la torcia a illuminarsi i genitali. Sotto un’intricata foresta di peli rossastri e ricci il pene, moscio e raggrinzito, guardava in basso, come contrito per chissà quale colpa; lo scroto era protetto da una rada peluria, come un vecchio quasi del tutto calvo. I testicoli si pronunciavano nel sacco pesanti, uno più in basso e uno più in alto. Da bambino era stato portato dalla madre per il problema di un testicolo vagante; se fosse stato riassorbitosarebbe entrato a far parte di chissà quale universo interno. Scese a illuminare le gambe soffermandosi su una ferita al ginocchio sinistro che si era procurato mentre giocava con amici del tempo. Ecco un segno artificiale sul suo corpo, un segno che non doveva esserci nel Piano Originale, nella mappa precisa e nuova di stampa, e che lo spaventò fino a farlo rabbrividire. Il suo corpo, luogo sconosciuto che solo ora cominciava a manifestarsi, era passibile di modifiche esterne.

Volle arrivare alla chiave di tutto. Focalizzarsi solo su un punto che desse un senso a una mappa all’apparenza senza senso. “Gli occhi”, si rispose immediatamente. “Gli occhi hanno sicuramente la risposta!”. Cercò di illuminare la pupilla del destro, per poter osservare al dettaglio la costituzione dell’organo instancabile. Ma non bastava. Avrebbe voluto entrare nel dettaglio, scoprirne il linguaggio, le parti del tutto. Diventare cieco, era sempre stata la sua paura più grande. Fece una foto alla pupilla destra con la fotocamera digitale. Dopo alcuni tentativi riuscì a ottenere un’immagine più che accettabile. Scaricò la foto nel pc. Cominciò a guardarla. Su schermo più grande l’immagine non era eccelsa ma sufficiente per poter intravedere la trama muscolare della pupilla. Lo guardò: era grande da sembrare quello di un ciclope; le ramificazioni della pupilla celestesi intersecavano e gettavano una cascata rotonda verso l’orrido del foro centrale. Ingrandì l’immagine per aumentare la visione del foro, stretto dal bagliore della luce dello scatto. Fu dopo qualche secondo che si accorse che attorno a lui era diventato buio.

“Short shorts” di Peter Cherches – 3

From A Certain Clarence

Clarence went to the doctor. He needed to get the requisite inoculations for his vacation, a trip to the dustball in the corner of his room. The doctor gave him a shot of house dust serum and prescribed some antihistamines. “Are you sure you want to make this trip?” the doctor asked. “It doesn’t sound like much fun.” 

“It’s more for education than relaxation,” Clarence replied. “I’m curious.” 

It was a large dustball. Clarence had let it accumulate, with a visit specifically in mind. He went to the dustball on Saturday morning, planning to spend the weekend. A dust- ball is the perfect place for a short excursion—there’s not much to do in one, but it’s worth a look, or so the guidebook had said. 

For the trip Clarence wore a pair of jeans and an old sweatshirt. The guidebook, Dustballs on Pennies a Day, said, “No need to pack a jacket and tie. In a dustball, casual is the word.” 

The dustball was revolting, but it was cheap. As Clarence walked around he noticed hair, and crumbs and dirt of vari- ous kinds, a few dead cockroaches, and, of course, plenty of house dust. The antihistamines made him sleepy, so he lay down in the dust for a nap. 

Clarence had a dream. It was an erotic dream, of the frustrating variety. In the dream, Botticelli’s Venus arose from the dust. “You look familiar,” Clarence said. “Aren’t you Botticelli’s Venus?” But the woman didn’t answer. 

Clarence was quite aroused, and he began to caress the nude apparition, planting kisses all over her face and breasts. 

“Not here,” she finally said. “Dirty!”
“But you came from the dust,” Clarence said, imploringly. “Dirty, dirty, dirty,” she said, and crumbled to dust. 

When Clarence woke up he didn’t remember the dream. But he was seized with a fascination for house dust, and he once again began to wander. Dust everywhere. Venice has canals, Paris has bridges, and dustballs have dust. Clarence was intoxicated by the dust. Transfixed, he sat down and wondered, why does dust have this powerful effect on me? He began to thumb through the guidebook and came upon a section entitled “The Composition of House Dust.” He read, “The greater portion of house dust is composed of par- ticles of dead human skin.” There was Clarence’s answer: As he never had visitors to his apartment, this house dust was, for the most part, his own dead skin. He cut his trip short and left the dustball, for that was all he needed to know. 

Outside the dustball but still in his room, Clarence coughed and thought, I have made the journey and I have found myself. 

(da «A Certain Clarence», Lift Your Right Arm, Pelekinesis, 2013)

Clarence andò dal dottore per la vaccinazione d’obbligo in vista della sua vacanza: una gita al laniccio di polvere depositatosi in un angolo di camera sua. Il dottore gli inoculò un vaccino contro la polvere domestica e gli scrisse una ricetta per degli antistaminici. “Ma vuole proprio farlo, quel viaggio?“, gli domandò. “Non so se ne valga la pena“.

“È più un viaggio d’istruzione che altro“, replicò Clarence. “Per curiosità“.

Era un laniccio bello grosso. Clarence aveva lasciato che si accumulasse appunto in previsione di quella gita. Partì dunque per il laniccio un sabato mattina, con il programma di trascorrervi la fine settimana. Un laniccio di polvere è destinazione ideale per una vacanza breve; anche se lì da fare c’è poco, un’occhiata la vale comunque, almeno a dar retta alla guida.

Per il viaggio Clarence indossò un paio di jeans e una vecchia felpa. La guida, Turismo economico ai lanicci, diceva: “Giacca e cravatta lasciateli nell’armadio: il casual è d’obbligo ai lanicci“.

Il laniccio faceva schifo ma costava poco. Aggirandovisi, Clarence notò capelli, briciole, immondezze varie, qualche scarafaggio morto e, com’è ovvio, molta polvere di casa. L’antistaminico gli aveva fatto venire sonno; fece un pisolino, coricato nella polvere.

Clarence fece un sogno, un sogno erotico di quelli frustranti. Nel sogno, dalla polvere emergeva la Venere del Botticelli. “Mi sembra di conoscerti“, disse Clarence, “non sei la venere del Botticelli?“. La donna, però, non rispose. Clarence, piuttosto eccitato, aveva cominciato ad accarezzare le nudità dell’apparizione, riempiendole di baci il viso e le mammelle.

– Lì no – aveva infine dello lei. – Sei sudicio!

– Ma tu sei sorta dalla polvere – obiettò Clarence implorante.

– Sudicio, sudicio, sudicio – ribatté lei, e si disfece in polvere.

Al risveglio, Clarence il sogno non se lo ricordava. Tuttavia si trovò affatturato in un’attrazione per la polvere domestica, e una volta ancora cominciò a girovagare. Polvere dappertutto. Venezia aveva i canali, Parigi i ponti; i lanicci avevano la polvere. Dalla polvere, Clarence era inebriato. Sedeva e, ammaliato, rifletteva: che cos’ha, la polvere, per esercitare su di me un potere così grande? Mise mano alla sua guida e trovò una sezione intitolata La composizione della polvere domestica. Lesse: “La polvere domestica è composta in massima parte di particelle di pelle umana morta“. Ecco la risposta che Clarence cercava: lui non aveva mai ricevuto visite nel suo appartamento; dunque quella polvere domestica era, per la maggior parte, la sua stessa pelle, morta. Interruppe bruscamente la vacanza e lasciò il laniccio. Non gli serviva sapere altro.

Fuori dal laniccio, ma sempre dentro la sua stanza, Clarence tossì e pensò: il viaggio è compiuto, ho trovato me stesso.

(Traduzione di Marco Bertoli)

Le migliori sigle della nostra vita

Claudio Bonomi, Le migliori sigle della nostra vita. Musiche imprevedibili, compositori segreti, programmi cult dei palinsesti RAI degli anni 1968-1978. Prefazione di Piergiorgio Pardo. Milano, Crac Edizioni, 2025, pp. 196, € 16.

I ricordi condivisi di una generazione, quei ricordi nati nell’ambito personale, dell’intimità, che si fissavano poi nella condivisione, nello scambio amicale, hanno acquisito da tempo, per chi sia nato negli ultimi sessant’anni, la natura consultabile di materiali d’archivio. Quel tal programma radiofonico o televisivo, quella partita di calcio, quel notiziario epocale, quella canzone, quel personaggio popolare un giorno e scomparso il giorno dopo, entità che un tempo potevano essere solo rievocate con l’emozione di un’intermittence du cœur e con il valore di pegno emotivo, oggi si trovano sulla Rete immediatamente disponibili anche al più imperito dei ricercatori che possa mettere mano a Google, a YouTube, ad Archive.org, a un social a caso: mezzi che hanno fondato gran parte delle loro fortune sul bisogno di questa sterminata biblioteca gratuita del ricordo.

Si capisce dunque che in anni recentissimi sia andata facendosi strada una filologia del ricordo, una scienza archivistica della ricerca e dell’ordinamento delle memorie condivise.

Claudio Bonomi, il giornalista repentinamente morto nel settembre scorso a Milano dov’era nato nel 1961, aveva questo lavoro, come si dice in inglese, tagliato per lui: alla curiosità e all’entusiasmo genuino per le musiche di vario genere e impiego, Claudio univa la competenza, lo scrupolo e il metodo dello studioso, affinato e applicato per molti anni in un’attività pubblicistica multiforme (fra le altre testate, per Il manifesto, Musica Jazz, Quaderni d’altri tempi), attività che probabilmente trovò culmine nell’importante studio, completato da una preziosa antologia musicale, Elastic Jazz (Auditorium), di cui fu autore nel 2005 con Gennaro Fucile, lavoro che rimane, dopo vent’anni, il miglior testo in lingua italiana sul jazz britannico del dopoguerra.

Le migliori sigle della nostra vita, che Claudio ha fatto in tempo a ultimare ma non a vedere stampato e che esce ora per le cure della moglie Federica, è definito bene dal suo sottotitolo: “Musiche imprevedibili, compositori segreti, programmi cult dai palinsesti RAI degli anni 1968-1978“. Il decennio considerato circoscrive un periodo corrispondente all’infanzia e alla primissima adolescenza dell’autore e di molti dei suoi probabili lettori e in questo senso adempie a quella funzione di “archivistica del ricordo“ di cui si diceva; se non che la trattazione si tiene poi sempre felicemente lontano dalle tentazioni della nostalgia, tramite una prosa asciutta e vivace e un’inclinazione storica e analitica, anche in senso propriamente musicale, rivolta in primo luogo agli sceneggiati tv, primo fra tutti la famosa Odissea diretta da Franco Rossi e Mario Bava, per arrivare alle sigle dei disegni animati giapponesi che approdarono in Italia sullo scorcio finale degli anni Settanta lasciando un’impronta incancellabile sull’immaginario e sulla programmazione televisiva italiani.

Attraverso dieci capitoli che passano in rassegna e analizzano sigle di programmi fra cui i telegiornali e perfino le previsioni del tempo, “la TV del ragazzi“, i telefilm d’importazione inglese quali U.F.O. e Spazio 1999, Bonomi compie un excursus nelle musiche italiane d’uso del periodo, soprattutto delle loro intersezioni con la musica colta (in figure come Egisto Macchi), la canzone d’autore (Battiato), il rock progressivo, il jazz e i primordi del lounge revival. Preziosa la seconda parte, composta d’interviste a musicisti (Roberto Colombo, Pierangelo Fornaro e Corrado Carosio, Gabriele Graziani, Fabio Zuffanti, Daniele Benati, Massimo Martellotta) e a musicologi e storici (Anna Scalfaro, Massimo Privitera). 

Il libro, oltre che istruttivo e unico nel genere, è di lettura piacevole e sorprendente per la maniera, così caratteristica del suo autore, che ha di unire la ricerca al gusto particolare della ri-scoperta, per chi serbi ricordo diretto delle musiche di cui parla: prezioso innesco dell’emozione ineffabile della memoria involontaria, l’unica memoria, secondo Proust, che conti per qualche cosa.

(Marco Bertoli)

Il cane

(Racconto di Luca Testa)

Il peggior incontro in cui chiunque possa incappare è l’enorme cane inferocito che m’insegue sbavando e latrando.

Non è un incubo. È qua dietro di me. Lo sento ansimare. Percepisco la sua furia onnivora tra le tempie pulsanti e l’affanno del mio stesso respiro mentre corro a perdifiato. Tento di scappare dalle sue grinfie lungo una scoscesa strada di campagna nell’immensità di colline disabitate. Per chilometri non ho intravisto un solo ovile o la miseria di qualche altro tipo di ricovero. L’animale possiede un fiuto un milione di volte più sviluppato del mio olfatto. Avverte nitide le endorfine e la paura sprigionarsi dal mio corpo. Sono spacciato. La mia corsa lo agita ancora di più, lo sfida e lo eccita al tempo stesso. Ci si mette pure il vento. Percuote l’aria ed accentua la nostra reciproca agitazione. È questione di qualche decina di metri, massimo un paio di centinaia, poi mi raggiungerà e mi addenterà. Il gusto per il primo sangue lo spronerà a sbranarmi. Cercherà di buttarmi a terra e così di ridurmi a brandelli. Proverò a difendermi, ma è molto probabile che sia fottuto in partenza. Potrei fingermi morto. Non credo basterebbe. Digrignerà i denti e odorerà le mie pulsazioni. Con foga finirà l’opera e strapperà a morsi il mio corpo sino a dilaniarmi.

Dovrebbe intervenire qualcuno. Cazzo. Aiutarmi, soccorrermi. In questa valle non sembra esistere anima viva. C’è solo il vento che soffia. Gli arbusti sono troppo bassi per inerpicarmi e stare al riparo dalla sua psicosi predatrice. Rotolare dalla scarpata creerebbe un diversivo, ma la belva salterebbe e mi attaccherebbe al collo prim’ancora che io possa toccare terra.

Ho una sola possibilità per sopravvivere, l’unica logica nonostante le apparenze affermino il contrario.

“Devi stare fermo. Immobile.”

Mi sprono sottovoce. Me lo ripeto.

Con gradualità decelero. Ho cominciato a compensare dal naso e a respirare in profondità per ricondurre nel minor tempo possibile il battito cardiaco verso soglie regolari. Non sarà semplice, non come dirlo o pensarlo. Devo avvicinarmi alla bradicardia, accedere ai suoi benefici. Allora la corsa si trasforma in incedere veloce e poi in passeggio. Anche il cane rallenta. Frena la rincorsa e si mantiene ad una ventina di metri da me Ascolto le sue unghie picchiettare sull’asfalto. Lo graffiano. Indietreggia, rincula e abbaia roco, sommesso. È una sorta di litania greve o di lamento. Scuote il capo. Diminuisco ancora il passo fino a fermarmi. L’animale rimane alla stessa distanza da me ma è inquieto.

A breve toccherà voltarmi. Dovrà essere una manovra molto cauta. Non mi sarà concesso nessun movimento brusco. È così che inizio a parlare in tono lieve e conciliante come se dialogassi con me stesso. Scandisco ogni sillaba. La mia voce risuona calma, quasi rilassata. L’intenzione sarebbe quella di condurre il cane con cautela ad abituarsi sia al timbro che al tono della mia parlata. Roteo le punte dei piedi di centoottanta gradi come un ballerino senza commettere un solo gesto scoordinato.

Sono una marionetta animata.

Ora i miei occhi sono dentro i suoi. Le sue pupille luccicano. Digrigna ancora la dentatura al punto che le fauci gli sanguinano. Il corpo perfetto dal pelo corto è lucido, forse bagnato per il passaggio in qualche pozza durante l’inseguimento. Nonostante la stazza trema come un cucciolo. Il mio cuore ha raggiunto quota zero pulsazioni.

Siamo alla resa dei conti.

“Ehi!” gli dico appena “adesso ognuno va per la sua strada. Va bene?”

La domanda produce un’eco lieve nel silenzio intorno a noi. La strada in mezzo alle colline, io e il cane, nemmeno il berciare curioso di un qualche cazzo di uccello sperduto.

Così il cane emette un verso strano. È una via di mezzo tra un guaito ed un ululato. Allunga il collo verso di me e avanza di qualche metro. Adesso siamo uno di fronte all’altro. Potrei stendere il braccio ed offrirgli la mano da fiutare ma forse è ancora presto oppure non sono abbastanza coraggioso. Trascorrono istanti interminabili. Avanza e indietreggia restando sul posto, in quel mezzo metro occupato dalla sua sagoma vibrante. Rincula e scivola in avanti. Scodinzola sempre più baldanzoso. Poi il grugno si distende e gli porgo le dita. Gliele offro in segno di fiducia. Le annusa dapprima furtivo, poi convinto. Comincia a leccarle. La sua lingua è ruvida, spugnosa e di un calore sorprendente. Sembra non volersi fermare più. Lo accarezzo sul collo e poi sul capo. Glielo accosto ad un ginocchio con una pacca leggera sul costato e un’altra ancora. Dopo un istante procediamo fianco a fianco. Adesso credo che sarà difficile separarci.

L’auspicio che ciascuno riprenda il suo percorso suona come un’esortazione vuota. La vallata è ancora più desolata. Insieme forse sarà più semplice rintracciare la via e rientrare nel mondo abitato prima che l’oscurità copra tutto.

Il vento è calato d’improvviso, come se non avesse mai spirato. Il suo sibilare odioso tra gli arbusti bassi tace e vige un silenzio armonico strano da accettare. Solo l’aria è rimasta fredda. La sento penetrarmi tra le ossa e i muscoli sfiancati dalla fuga. Mi scalda però il corpo del cane accanto. Molto in lontananza si odono rintocchi di campane. Non siamo così distanti dal paese più vicino.

La notte ci porterà solo le luci del borgo sperduto come segnavia e forse un rifugio dove riposare entrambi. Io e il cane.

(illustrazione di Davide Majocchi)

Blog su WordPress.com.

Su ↑