Io sono tornato, Arlecchino

racconto di Lorenzo Berra

  Quando mi capita di incontrare mia sorella sulla soglia di casa, rivedo nostro padre. Persino le rare volte che vado in macchina con lei e mi fermo a osservare i suoi occhi che puntano la strada come un falco fa con la sua preda, mi rammento di nostro padre. Sono convinto che ovunque io mi trovassi, sia una via deserta o una piazza affollata, i loro sguardi mi scruterebbero e mi giudicherebbero. Di solito, quando passeggiamo in città e un estraneo ci guarda insistentemente, il suo sguardo, proprio perché ci è ignoto, ci lascia indifferenti; invece, quello di un nostro familiare ha il potere di toccarci, a volte ferirci profondamente. Proprio in merito a questo aspetto vorrei soffermarmi, raccontandovi un fatto che è stato parte di me e del mio passato.

  Una fredda notte di gennaio, continuavo a rigirarmi nel letto. Allora mi sono alzato, e mentre cercavo nell’oscurità la porta del bagno, mi era venuta l’idea di radermi barba e baffi. Ricordo che la lama del rasoio che mi sfiorava delicatamente il viso all’improvviso era oscillata fra le dita della mia mano. Lì per lì non avevo compreso l’importanza di questo gesto, così banale e improvviso, poi, guardandomi più attentamente allo specchio, avevo notato che l’immagine della mia faccia, ancora piena di schiuma, era quasi sparita; facevo fatica a distinguere chiaramente persino le mielabbra e il naso. D’istinto mi ero avvicinato il più possibile a una delle due lampade vicino allo specchio, ma l’incomprensione e soprattutto l’angoscia mi avevano reso talmente cieco da non riuscire più a scorgere i miei occhi, da non riuscire più a darmi una spiegazione logica per questa incongruenza. Così, inghiottito dall’anima del buio di una notte sempre più incombente, mi era accaduto un altro fatto inquietante: gli occhi e gli sguardi di mio padre e di mia sorella si erano impressi proprio in quello specchio e ogni dettaglio del mio viso era scomparso. Ciò che mi era accaduto, durante quella notte di gennaio, non era soltanto frutto di incomprensione, angoscia, sgomento, bensì un senso di inadeguatezza; la stessa che, avevo vissuto un lontano giorno di carnevale di alcuni anni prima.

  Non ricordo di preciso il giorno o l’anno. Ricordo solo che era un pomeriggio di febbraio, e mi trovavo tutto solo in piazza Duomo a Milano. Il sole brillava alto nel cielo terso, e il freddo mi avvolgeva, insinuandosi fra le maglie di lana spessa del mio cappotto. Mi ero guardato attorno, e mano a mano che il tempo passava, vedevo arrivare sempre più persone vestite in maschera. Quando… di punto in bianco, piazza Duomo non era più una, si era trasformata, scissa in due, diventando una sorta di dittico: a sinistra, verso via Orefici, le persone, celate da maschere variopinte e abiti goliardici, ballavano, ridevano e si lanciavano manciate di coriandoli colorati: regnava la spensieratezza dei bambini e la mia anima aveva percepito un entusiasmo che oserei definire fanciullesco; nella parte destra, invece, qualcosa mi aveva rattristato e l’entusiasmo che mi aveva colto lo sentivo scivolare nel vuoto; lo stesso che, un istante prima, aleggiava proprio nella parte destra prospicente il sagrato, sovrastata dalla facciata marmorea del Duomo.

  Nonostante tutto volevo tenermi lontano il più possibile da quella sensazione; volevo, come tutti gli altri, indossare una maschera colorata e abbandonarmi al carnevale. Ricordo che d’istinto mi sono voltato verso la più vicina fermata della metropolitana e ho notato un uomo anziano con un cappello da clown che vendeva palloni, coriandoli, maschere di Walt Disney e della commedia dell’arte; ne volevo una, ma non sapevo quale scegliere ed eventualmente indossare. Alla fine, ho comperato quella di Arlecchino e me la sono calata sugli occhi. In principio avevo pensato che fosse un caso averla scelta, poi compresi che non si trattava solamente di una maschera, ma del mio passato che tentava di tornare, soffocando la vita presente. Così la indossai e rimasi fermo vicino alla fermata della metropolitana a osservare la piazza. Ricordo che mi incamminai verso il lato sinistro, quando, su due piedi, mi fermai: due persone parlottavano tra loro a pochi metri da me e indossavano due mantelli: uno nero, lungo ed elegante, l’altro marrone, corto e assai trasandato; nessuno dei due, però, indossava una maschera, solo occhiali neri con lenti da sole. Ero sempre in tempo a tornare verso la parte festosa, ma qualcosa di familiare nei loro sguardi mi aveva toccato; qualcosa di angosciante, che non potevo più evitare. Dunque, mi feci largo fra la gente che si lamentava per le tasse e le malattie, per gli avvocati e i tribunali. Avrei voluto sgusciare via e passare dove il sole brillava, dove la gente scherzava e si divertiva, ma quei due personaggi li sentivo troppo vicini, troppo familiari. Ero a pochi passi da loro. Ricordo che mi sono fermato e ho iniziato a osservarli. Non erano estranei, erano mia sorella e mio padre. Lo sguardo di mia sorella era inespressivo, quello di mio padre corrucciato; non facevano altro che parlare di cose senza senso, carichi di rancore e disprezzo, e ogni parola che usciva dalle loro bocche era un giudizio negativo sul passato, la vita, la famiglia, me e mia madre; persino contro le persone chepassavano accanto. Di colpo mi sono sentito sprofondare nel vuoto. 

Avrei voluto piangere e scappare, ma le mie gambe e i miei piedi erano pesanti come cemento. Poi accadde un fatto: un bambino vestito da Topolino mi guardò e, sorridente, con la sua piccola mano mi accompagnò verso la parte luminosa e festosa.

  All’improvviso non ero più lì, ma di nuovo nel mio bagno, calato nel cuore di una fredda notte di gennaio, con il viso pieno di schiuma e il rasoio che oscillava ancora fra le dita della mia mano.

  Di questa notte non c’è altro da sapere, nient’altro da supporre, se non che da quello specchio ero balzato come una pallina da ping-pong in piazza Duomo, in un giorno di carnevale, alla ricerca di pace, in un anno qualunque della mia vita.

(Arlecchino, Pablo Picasso)

L’Eroe Italiano e la sua comica caduta

di Stefano Trucco

Nei cartoon americani degli anni Trenta spesso comparivano delle celebrità. Non erano i cartoon migliori del tempo, anzi, erano un ripiego un po’ pigro, e benché alcuni fossero prodotti dalla Disney o dalla Warner Bros, cioè dalle eccellenze, la maggior parte era prodotta da studios minori, a volte francamente terribili come, appunto, i Terrytoons di Paul Terry.

Le celebrità che comparivano in questi pre-spettacolo di cinque minuti circa venivano in gran parte dal cinema e dalla radio. Per quanto riguarda il cinema alcune sono  famose ancor oggi – Charlie Chaplin, Greta Garbo, Clark Gable, Stanlio e Ollio, i fratelli Marx, Shirley Temple – ma altre sono largamente dimenticate benché a volte fossero enormemente popolari – Marie Dressler, John Barrymore, Wallace Beery, W.C. Fields, Mae West e Joe E. Brown, che ricorderete, anni dopo, dire ‘nessuno è perfetto’ a Jack Lemmon in ‘A qualcuno piace caldo’ ma che all’epoca faceva film comici di successo in cui spalancava la bocca il più possibile. Quasi sempre c’era Will Rogers, che in quegli anni era uno degli americani in assoluto più famosi e influenti del mondo: un cowboy (autentico) che però aveva avuto successo come comico ed era una star a teatro, al cinema, alla radio, sui giornali e i cui frequenti commenti politici erano trattati con considerazione e largamente commentati (morì tragicamente nel 1935 alla guida del suo aereo in una tormenta di neve). Le star dimenticate ovviamente mi interessano molto di più delle altre, che è il motivo per cui sono fissato con le celebrità ancor più oscure, cioè le star della radio americana di quegli anni – Jack Benny, Walter Winchell, Ben Bernie, Kate Smith, Ed Wynn… – e che erano molto presenti nei cartoni animati di cui ci occupiamo qui (poi un giorno bisognerà fare un discorsetto sull’esplosivo cocktail totalitario di cinema e radio che dominò e plasmò quegli anni di guerre e genocidi – ma non è questo il giorno).

Però apparivano anche altre celebrità, più sorprendenti, quelle che popolavano i cinegiornali e le notizie ‘vere’. Star della cultura alta alla portata dello spettatore medio – Albert Einstein, Leopold Stokowski, George Bernard Shaw – e i protagonisti della politica nazionale e internazionale – Franklin Delano Roosevelt, Adolf Hitler, il Mahatma Gandhi, il Principe di Galles…

E Benito Mussolini, l’Eroe Italiano, come lo definiva Salvatore Satta nel suo ‘De Profundis’, anche più spesso degli altri. 

Nei cartoon dei primi anni Trenta il Duce compare come pura e semplice celebrità, un famoso fra altri famosi, senza alcun giudizio politico o morale. 

Per esempio, The World’s Affair (1933) è incentrato sull’Esposizione Mondiale di Chicago, «A Century of Progress», e la tratta come se fosse l’evento più importante di quell’anno, il culmine della Grande Depressione, mentre il mondo stava andando letteralmente a pezzi. Scrappy, un bambino privo del benché minimo carisma che insieme al fratellino Oopy sarà protagonista di più di cinquanta cartoni per la Columbia Pictures, presenta una serie di invenzioni non particolarmente divertenti e alla fine viene premiato, in successione, dal Presidente Roosevelt (che cammina senza problemi), da Mussolini, da Hindenburg (Hitler era già Cancelliere ma meglio di no), dal Re d’Inghilterra, Giorgio V, da Maurice Chevalier in rappresentanza della Francia (cambiavano Primo Ministro ogni tre mesi) e da Gandhi. In seguito si uniscono ai festeggiamenti Einstein, Stokowsky, Stan Laurel, il Principe di Galles, Jimmy Durante e Ed Wynn. Mussolini ha ancora un po’ di capelli e un atteggiamento fiero mentre premia Scrappy con un piatto di pastasciutta.

Un Mussolini ballerino appare anche in un altro cartoon della stessa serie, Scrappy’s Party (1933), insieme alle solite celebrità già citate, a cui se ne aggiungono alcune che compaiono solo qui: John D. Rockefeller, il da poco deposto Re di Spagna Alfonso XIII e Al Capone, appena arrestato, che telefona in lacrime dal carcere di non poter venire alla festa.

Sempre nel 1933 Mussolini partecipa a I’ve got to sing a torch song, una parodia dei divi della radio (fra i quali spicca Bing Crosby che canta mentre si fa il bagno, adorato da una camerata di discinte studentesse del Vassar College), dove fa ginnastica al mattino su un cavallo a dondolo, salutandosi vigorosamente col braccio teso. La qualità è leggermente superiore e la scena finale in cui Greta Garbo, Mae West e Zasu Pitts cantano la canzone del titolo è stranamente malinconica. Nel 1935 è la volta di Buddy’s Theatre, dove il Duce («Premier Mausoleum») appare in un cinegiornale mentre dal balcone, con Giovinezza in sottofondo, passa in rassegna le nuove reclute, dei bambini.

Come dicevo, in queste apparizioni Mussolini è semplicemente una celebrità un po’ buffa ma è noto che in quegli anni il Duce era considerato molto positivamente all’estero, almeno in certi ambienti. Così potevano capitare cartoon in cui Mussolini era esplicitamente uno dei buoni.

I like mountain music (1933) è l’ennesima versione di una gag ricorrente: un drugstore, come in questo caso, o una libreria dove la notte i personaggi delle riviste o dei libri escono dalla carta e cantano, ballano o fanno gli scemi. Alcuni sono le celebrità che abbiamo già incontrato (c’è di nuovo Will Rogers), altri sono i personaggi dei romanzi, dai Tre Moschettieri a Robinson Crusoe (ma anche best seller del momento come The Good Earth di Pearl S. Buck). A un certo punto da una rivista di thriller escono dei criminali che forzano il registratore di cassa e sono inseguiti dai buoni, fra i quali Mussolini, che dal balcone incita le camicie nere a inseguire i gangster.

Il culmine della love story dei cartoni animati da poco per il Duce raggiunge però il culmine in un bruttissimo cartoon dei Terrytoon Studios, In Venice (1933). In realtà qui l’ammirazione non è nemmeno per Mussolini, che non compare, quanto proprio per il fascismo. In una Venezia popolata di cani e gondole, arriva in visita Will Rogers, sempre lui, accolto da Italo Balbo, popolarissimo negli Usa per le sue prodezze aviatorie (c’è ancora una strada a lui dedicata a Chicago, Balbo Drive). Balbo arriva volando ma senza aereo, come un uccello; Rogers in compenso fa il saluto romano a una piazza piena di camicie nere, che poi aiutano un cagnolino a sconfiggere un mostro degli abissi. Giuro.

A questo punto c’è una pausa. I cartoon con la celebrità passano di moda, se ne fanno meno e rigorosamente a tema spettacolo: la politica sta diventando troppo cupa e se Mussolini può sembrare buffo, Hitler lo è molto meno (anche se sempre nel 1933 c’è un cartoon lo si vede inseguire con una mannaia il comico Jimmy Durante, avendo scambiato il suo naso imponente per quello di un ebreo). Quando Mussolini torna nei cartoon ci torna in condizioni molto diverse – insieme a Hitler.

Già che ci siamo: John Gunther fu un giornalista americano, famoso per la sua serie di reportage continentali della serie ‘Inside’ – Inside Asia, Inside Latin America, Inside Africa, Inside U.S.A…. Inside Europe, il primo della serie, esce nel 1935. Sostanzialmente Gunther visita ogni singolo paese europeo e ne descrive i leader e le condizioni politiche. Con la situazione politica in rapida evoluzione esce una nuova edizione aggiornata praticamente ogni anno – l’ultima, la «War Edition», lunga il doppio della prima, esce all’inizio del 1940. Ottimo giornalismo, con tutti i pregi e i limiti del caso.

“Questo libro è scritto da un preciso punto di vista, cioè che gli accidenti della personalità giocano un ruolo importante nella storia (…) Non credo di aver tralasciato i fattori politici, religiosi, demografici, nazionalisti ed economici, ma il fattore più importante è quello personale (…) Può sembrare incredibile ma è innegabile: conflitti interiori irrisolti nelle vite dei vari leader europei potrebbero portare alla fine della civiltà’”.

Le quasi 50 pagine dedicate all’Italia sono divise in tre capitoli: Mussolini, Chi altro in Italia? (il Re, il Papa, Galeazzo Ciano…) e La guerra in Abissinia. Per Gunther, come per tutti all’epoca, l’Italia si identifica con Benito Mussolini.

Come andò, lo sappiamo. Farsa e tragedia intrecciate nel più puro e caratteristico Stile Novecento. Se la Seconda Guerra Mondiale fosse stata, come in realtà in gran parte fu, un film americano in bianco e nero, un kolossal di guerra con ‘thousands in the cast’, all’Italia sarebbe toccato il ruolo del comic relief, l’intermezzo comico.

Il bullo che alla fine le busca da tutti è un personaggio comico antichissimo, il Miles Gloriosus o Capitan Spaventa, ed è ciò che accadde all’Italia e a Mussolini personalmente, che nel giro di pochi anni passò da leader mondiale ammirato o temuto a poveraccio disprezzato da tutti, alleati compresi. La potentissima macchina militare delle parate si dimostrò pateticamente debole, compresa l’“arma fascistissima”, l’aviazione creata da quell’Italo Balbo che riceveva Will Rogers a Venezia, rapidamente spazzata via dai cieli.

Gli italiani, si diceva, non volevano combattere e si arrendevano alla prima occasione: forse non era proprio vero, ma di certo perdevamo sempre e comunque nessuno si sarebbe sognato di dirlo dei tedeschi o dei giapponesi. Tanto per fare degli esempi, tanto scemotti quanto oscuri, durante la guerra, nel serial radiofonico western americano «Tom Mix», uno dei cattivi era il gangster italo-americano Caesar Ciano – “I a-have a-no got no a-accento!” – mentre in Gran Bretagna, negli stessi anni, era popolarissimo lo show comico It’s that man again (precursore dei Goons e dei Monty Phyton), ambientato in un paesino inglese pieno di tipi eccentrici e di spie dell’Asse, fra cui l’italiano Signor So-So, specializzato in gaffe linguistiche (“Oh, yes, Mr Hagglemuch. I’m an unqualified artichoke. I’ve built many sky-scrappers, and bolks of falts”). L’Italia della WWII è tristemente riassunta dalla figura del Capitano Tonelli in Casablanca, un tipico italiano baffetti-e-brillantina con un’uniforme bianca da cameriere che lecca i piedi dei tedeschi, un penoso declino dal Benzino Napaloni, dittatore di Bacteria, interpretato da Jack Oakie in The Great Dictator, tranquillamente in grado di tenere testa all’Adenoid Hynkel di Charlie Chaplin.

La parabola di Mussolini per certi aspetti sarebbe quella per definizione della tragedia: un uomo potente che, accecato dall’hybris, cade rovinosamente. Solo che siamo nel XX secolo e la tragedia pura, non adulterata, non è più possibile, almeno nell’arte ‘seria’, e quindi la caduta di Mussolini, tragica tanto per lui quanto per l’Italia, è sfocata da uno spesso velo di commedia (morire con l’amante al fianco e poi essere appeso per i piedi – nessuno sceneggiatore di Hollywood avrebbe osato tanto). Non per niente gli italiani sono gli unici che, a metà guerra, vista la mala parata, cercano di passare dall’altra parte, non riuscendovi. Questo segna il nostro destino: saremo sempre lo stereotipato paese del Rinascimento e dell’arte, diventeremo persino una potenza economica e un modello di stile, ma guerrieri no, mai più, never again.

Nel più famoso dei cartoon anti-nazisti della Disney, Der Fürher’s Face (1942), dove Paperino sogna una vita terrificante e irreggimentata nella Germania nazista, Mussolini appare solo per un istante, nella banda musicale che sveglia i cittadini suonando le lodi di Adolf Hitler. Invece in The Ducktators (1942), un Looney Tune della Warner Bros di notevole qualità, ha un ruolo più importante. Siamo in una fattoria dove nasce un’anatra con le fattezze e la voce di Hitler, che si impadronisce del potere e comincia a fare guerra alle fattorie vicine. Fra i suoi alleati ci sono un’anatra giapponese, che potrebbe essere sia l’imperatore Hirohito che il Primo Ministro Tojo, e un inconfondibile Benito Mussolini, un’oca nera gradassa che parla sia un pesante italo-americano di Brooklyn che parole italiane a caso, fra cui spicca “Tuttifrutti”. Lo vediamo fare un discorso dal balcone a un pulcino incatenato e costretto ad applaudire. Verrà poi massacrato insieme agli altri dalla colomba della Pace finalmente incazzata.

Mussolini appare anche in altri cartoon di livello decisamente inferiore – del resto la propaganda di guerra raramente è di qualità. Tokyo Jokyo (1943), una satira del Giappone piuttosto cruda e un po’ razzista (tutti, proprio tutti i giapponesi sono miopi e con i denti sporgenti), è in forma di cinegiornale. A un certo punto arrivano le notizie dall’Asse, lette da Lord Haw Haw, un inglese che faceva propaganda anti-inglese alla radio nazista e che finì prevedibilmente malissimo: Hitler, perplesso, riceve una cartolina da Rudolph Hess in prigione; Mussolini invece è fra le rovine del Foro Romano, lui stesso una triste rovina incerottata che gioca con uno yo-yo. Molto peggio in The Last Round Up (1943), dove è addirittura una specie di cane-scimmia che implora bocconcini da Hitler e fa le capriole per la gioia. Infine, c’è Six Legged Saboteurs (1944), un filmato del Ministero per l’Agricoltura statunitense sul pericolo dei parassiti, preceduto da un cartone in cui i leader dell’Asse sono rappresentati insetti che complottano contro la produzione agricola americana. Ci sono tutti, compreso un vanesio Mussolini che Hitler zittisce a pedate per lasciare parlare (l’unica volta in cui compare, che io sappia) il leader collaborazionista francese Pierre Laval, un verme ma molto astuto. “Sic transit gloria mundi”, da Eroe Italiano a insetto non meglio identificato…

A quel punto gli italiani, dopo il 1943, erano diventati i buoni e il povero Mussolini si dovette prendere tutta la colpa (del resto, perché no? L’attacco a una Francia già sconfitta il 10 giugno 1940 è probabilmente il singolo atto più spregevole dell’intera millenaria storia italiana, paragonabile solo all’invasione della Grecia di pochi mesi dopo). Caesar Ciano, il gangster nemico di Tom Mix si pente e diventa un barbiere, passando senza sforzo apparente da uno stereotipo all’altro: il Signor So-So invece mette su un negozio di antiquariato nella felice cittadina inglese, continuando a torturarne la lingua e senza un solo pensiero per la patria lontana. E nel 1958, in A qualcuno piace caldo, Little Bonaparte, il boss della Società degli Amici dell’Opera Italiana, è un gangster vistosamente mussoliniano ma solo nominalmente uno dei cattivi – in fondo nessuno è perfetto.

P.S. La scena in cui, in un episodio di Lupin III, l’ispettore Zenigata viene improvvisamente posseduto dallo spirito di Mussolini e dopo aver urlato ‘Mussolini banzai!’ si mette a marciare con una bandierina italiana in mano, è troppo assurda per essere inclusa qui. Siamo al Polo Nord e il riferimento è alla spedizione del dirigibile Italia del 1928, quella della Tenda Rossa, ma no, davvero non è il caso.

Tutti i cartoon ricordati nell’articolo si possono vedere su YouTube o DailyMotion. L‘illustrazione è di David Low.

Il fiume

Racconto di Lidia Noviello

Grigio e verde. È il colore della mia città, è il colore della strada ad alto scorrimento che mi porta fuori e dentro la mia città, sempre uguale, senza illuminazione, piena di curve, taglia i campi come un mantra sicuro e ripetitivo, li attraversa con la spontaneità del rivolo, fatta di buche e conche che si riempiono pericolosamente di acqua quando piove. Piove: e la mia città è sempre più verde, verde di arbusti imprevisti e brutti che spuntano dalle crepe, negli orifizi dimenticati dall’andirivieni quotidiano. Fanno parte dello spazio, sono le perle dei giochi dei bambini.

Nella mia città sembra impossibile perdersi. Costruita negli anni del fascismo, le strade del centro sono dritte e razionali, formano angoli retti e di facile comprensione, è piena di rotonde, il traffico scarno e ordinato non crea ingorghi.

Perdersi diventa una sfida, un atteggiamento. In un pomeriggio qualunque, con la noia che restringe la stanza, il rintocco del treno diretto verso o di ritorno dalla grande città, arrivato sbuffando alla stazione, può farti ricordare la strada, farti venir voglia di uscire. Così esci a guardare i grandi cieli non nascosti dai palazzi bassi e radi, le montagne all’orizzonte sempre visibili e azzurre. La luce appare ogni volta obliqua, provenire da un’altra parte; tu cammini, per esempio, tutto attorno al centro abitato, preferendo le strade veloci a ridosso dei campi e delle rotaie. Le macchine ti sfrecciano accanto, tu guardi le erbacce, i buchi nelle recinzioni – qualcuno ha nascosto un tesoro qui – e infili passo dopo passo per chilometri e chilometri. Incontri, in questo tipo di passeggiate, solo facce anonime, e non puoi fare a meno di chiederti come sia possibile; a volte un cane ti passa accanto guardandoti storto, oppure si lancia violentemente sulle sbarre di un cancello di campagna, rimescolando il flusso dei tuoi pensieri, abbaiando forte all’intruso che sei. Trasali, continui a camminare; può succedere allora che ti volti con distrazione e il campo immenso e vuoto, grigiastro sotto il sole morente, ti invade.

Un altro modo di perdersi è questo: sconvolgere le mappe, creare una fortezza segreta nell’immaginazione che nessuno potrà trovare poiché invisibile. Così, al centro della mia città, scorre da un certo numero di anni un fiume. Consiste di poche cose: un muretto fa da bordo, un pezzo di terra è il suo letto. D’estate fa molto caldo, dicono più caldo che in tutta la regione; affondiamo in questa pianura di cemento circondata dalle montagne, non passa un filo di vento e la pressione si alza, raramente scrosciando al suolo in un’ondata di sollievo. Questo fiume, ovviamente, non si asciuga mai, e d’estate sembra addirittura eguagliare con più forza le qualità dell’acqua, scrosciare e saltare. Si potrebbe dire senza esagerare che è una meta molto ambita; verso sera, i bambini e i ragazzi, i folletti e i mostri, ragazze piccole e grandi, si incontrano al fiume per prendere il fresco. Ridono, giocano a carte, si lanciano oggetti rinvenuti sul letto del fiume: cartacce oleate della pizza al taglio, gomme da masticare tutt’uno con le pietre, bottigliette e cannucce, plastiche informi. Bevono da bottiglie prese al supermercato nel pomeriggio, si ubriacano in cinque minuti, fumano tutti. Il centro del mondo è qui, per un attimo in cui ridiamo; il centro del mondo è mobile, si sposta: qualcuno parla di un’altra città, della vita dopo. Il fiume scorre in mezzo alle case popolari, la zona centrale della città; tutte le luci sono fulminate, qualcuno grida di fare silenzio o ci intima di andar via, le stelle bucano il cielo nero chiamandoci a non si sa cosa.

Le strade dritte e lunghe, i treni sporadici. Se qualcuno pensa che questi ragazzi non abbiano immaginazione, che siano stati irrimediabilmente conquistati dalla noia, possiamo obiettare che sbaglia: basterebbe ricordare loro con quale fantasia una volta si sono accaniti su M., la cui unica pecca era di essere un po’ goffo, un po’ lento, inadatto allo scambio veloce di battute e strattonate tra compagni. Gli hanno ficcato una cannuccia dietro e lo hanno ripreso, piangere e mangiarsi il suo moccio e le sue lacrime, col sedere bianco nello schermo del cellulare. Tutti hanno saputo e tutti hanno scordato in men che non si dica; io stesso non ricordo il suo volto, e l’immagine replicata dai telefoni degli altri mi ritorna in mente, pensando al passato, come un fossile senza senso, slegato e luccicante. Erano le strade a farci così? Quelle più corte – mozziconi di asfalto che finivano nel nulla senza preavviso – o i lunghi rettilinei testimoni della nostra lontananza?

Le serate finivano sempre al Villaggio, non c’era molto da fare. Più che in una città, la sensazione era di stare in una grande serra tropicale; i lampioni tutti spenti, il parco enorme e bollente, punteggiato di elementi tutti diversi, utili e non: un percorso di mattonelle attraverso l’erba, buono a nulla; panchine di marmo, utili per le ultime fasi; un campo da tennis abbandonato, ottimo se si sfruttano le ombre; cantine lasciate aperte per la gioia di topi e zanzare, utili ma pericolose. Giocavamo a nascondino, tutte le notti. Una singola partita poteva durare ore; il parco, come il complesso residenziale che lo conteneva, era enorme. Prima che la conta finisse, al buio, ci cercavamo con lo sguardo, e un minimo cenno d’intesa stabiliva chi avrebbe giocato con chi, corso con chi per le prossime ore. Il complesso residenziale sconfinato, la luna, il silenzio, lo sguardo che dice: ti voglio baciare. Così corriamo insieme, per ore; il nostro posto preferito, un albero accerchiato da cespugli al centro del parco, vicinissimo a dove sta quello che conta. Anche se ci trova, anche se non riusciamo a vincere stasera, da qualche parte, ogni volta diversa, noi abbiamo nascosto un tesoro, che nessuno potrà trovare.

In macchina, un giorno qualsiasi, percorrendo guidati dalla voce del telefono strade in cui ancora, dopo anni dal mio trasferimento, mi perdo, C. si era imbarcato in un lungo monologo sull’urbanistica di Roma, sostenendo una semplice tesi: c’è troppo poco ordine, non c’è un pensiero, un progetto unificante per chi qui deve abitare. Avrei voluto dirgli che per molto tempo ho invidiato il disordine della grande città, la possibilità di perdersi, di non conoscere zone intere del posto in cui formalmente si vive, le strade capitate una sopra all’altra. Solo ora mi sembra di afferrare questo nodo, sempre meglio ogni volta che torno nella mia città, in macchina sul rettilineo pieno di curve che mi apre la vista sulle montagne, sul cielo, sui campi inutilizzati. I pensieri cominciano a diminuire e mi sembra di essere tutto vista e tatto, gli occhi che accarezzano e si stendono sulle tele lisce dell’orizzonte, sugli sfondi, senza ostacoli. Mi tornano in mente, senza che io lo voglia, immagini slegate e puntiformi: un buco nella recinzione, le lacrime di M., un cane che abbaia, denti che brillano in un sorriso nel buio, pronti a mordere. Un grande fiume, grigio e verde, si stende davanti a me, la città ne è piena. Io guido, lo attraverso, mi lascio trasportare dalla corrente. Sono alla ricerca di qualcosa di nascosto, l’ho capito; quindi, ho smesso di cercare.

Uno qualunque

Racconto di Barbara Cancian

Il signor Rodolfo Mattiussi ha da poco compiuto settantacinque anni e vive con la moglie coetanea, la signora Lucia Clapis, in un appartamento piccolo borghese, pieno di libri, tappeti e piante in una tranquilla cittadina di provincia del Nord-Est italiano. Non hanno avuto figli, entrambi professori in pensione, conducono un’esistenza serena, scandita da qualche viaggio in autunno, l’abbonamento al teatro in inverno, il festival dei libri in primavera, i concerti all’aperto in estate e l’immancabile caffè delle dieci nel bar della piazzetta vicino al Duomo della città. Sono una coppia che si potrebbe definire equilibrata, forse un pochino rutinaria, in cui la moglie, di bell’aspetto, spicca per piglio e carisma. Non che sia una virago, piuttosto, a determinare questa dinamica, per contrasto, è l’indole estremamente mite del signor Mattiussi, il quale non ha mai espresso direttamente alcuna opinione e delega in modo naturale ogni decisione alla sua signora. Da ragazzo, non era stato eccellente negli studi, ma nemmeno negligente; da professore, i suoi studenti non lo avevano né amato né odiato; da pensionato, moderatissimo, lascia che la moglie sia il filtro di tutte le sue interazioni con il mondo: lei decide se invitare qualche amico a cena, cosa mangiare ogni pasto, dove andare in vacanza, lei prende gli appuntamenti dal dottore, lei paga le bollette, lei parla con l’amministratore del condominio, lei manda gli auguri a Natale ai figli della sorella che vivono lontano. Lui le sta accanto.

Fisicamente, il signor Mattiussi ha il viso più comune che si possa immaginare, nessun segno particolare, impossibile determinare il colore dei suoi occhi, probabilmente nemmeno lui lo conosce con certezza. È un viso talmente comune che, se si dovesse prendere una matita e un foglio e si disegnasse il volto un uomo caucasico tipo, di una settantina d’anni, si otterrebbe il suo ritratto perfetto, indipendentemente dalle abilità del disegnatore. Così è stato fin dalle elementari, ogni mattina la maestra si sorprendeva nel vedere quel faccino ordinario rispondere all’appello, ma chi è questo bambino, si chiedeva, nel dubbio gli metto un bel sei e mezzo.

Il signor Rodolfo Mattiussi non è né alto né basso, né robusto né minuto, né pallido né abbronzato, la sua corporatura è l’esatta media delle corporature di tutti gli uomini della sua età in questo lato del mondo. È così anonimo che molto spesso accade che le persone lo confondano con qualcun altro. Ed è proprio così che ha conosciuto la moglie, all’università, nel 1970. La signora Clapis, al tempo signorina Clapis per niente interessata alle rivolte culturali di quel periodo storico, studentessa al secondo anno di Lettere Classiche, lo aveva scorto nella biblioteca di facoltà, curvo sui libri, e le era sembrato di vedere il suo primo amore dell’estate dei suoi quindici anni, con cui aveva scambiato da sotto l’ombrellone sguardi carichi di inesperto desiderio e che era ripartito, prima che lei potesse ottenere almeno un piccolo bacio, lasciandola tutta un sospiro per mesi. A quella vista in biblioteca aveva sentito un tuffo al cuore e si era decisa ad andare a parlargli una volta per tutte. L’equivoco si era presto risolto, ma da quel momento non si erano più lasciati. Lui l’aveva trovata genuinamente bella e ne aveva apprezzato la determinazione che gli era sempre stata aliena, lei, dal canto suo, si era accoccolata nel tepore buono che lui aveva da offrirle e talvolta, guardandolo, ricordava ancora intimamente l’innocenza di quell’estate lontana e incompiuta.

Un mattino come tanti, alle dieci, davanti al solito bar della piazzetta, si dirige a passo svelto verso di loro una sconosciuta sulla trentina. “Mi scusi, mi scusi!” dice, mentre Il signor Mattiussi sta per sedersi. “Eccone un’altra”, pensa la signora Clapis prevedendo con certezza il seguito della conversazione.

“Sì, prego mi dica” risponde cortese come sempre il signor Mattiussi, in piedi accanto alla sedia scostata dal tavolino.

“Ma lei è il dottor Bianchetti?”

“No, proprio no, mi spiace.”

La donna si stropiccia gli occhi con le mani, imbarazzata, “Chiedo scusa, l’ho vista da lontano e ho pensato che fosse il medico che anni fa ha curato mia madre, ma ora che la osservo da vicino mi rendo conto che mi sono sbagliata.”

“Non si preoccupi” interviene a questo punto la signora Lucia Clapis, mediatrice del marito come di consueto. “Gli succede sempre, si figuri che lo scorso autunno a Parigi lo hanno scambiato per il Ministro del Petrolio dell’Iran e lo hanno pure insultato ingiustamente.”

La donna sorride, un po’ a disagio, fa un cenno di commiato con il capo e si allontana. Finalmente, i signori Mattiussi-Clapis si possono sedere. Ordinano il solito: un orzo macchiato con biscottino al cioccolato, lei, e un caffè decaffeinato con bicchiere d’acqua a parte, lui, ma anziché prendere dal tavolino accanto il giornale del bar, questa mattina il signor Mattiussi esita: “Lucia, guardami bene, mi vedi stanco?”

Lei lo osserva preoccupata, innanzitutto per l’uso inconsueto dell’imperativo e poi perché sì, in effetti lo vede stanco anzi, per meglio dire, lo vede sfuocato. Prende dalla borsa la custodia degli occhiali da lettura, li estrae con cura e li inforca per guardarlo meglio, li alza e li abbassa sul naso un paio di volte, sembra chiedersi com’è che non se ne era accorta prima, quel viso da uomo qualunque sembra aver perso ulteriormente definizione.

“Rodolfo, sei un po’ appannato, stai bene?” gli chiede.

“Non so, mi sento accaldato.” risponde lui.

Lei gli mette una mano sulla fronte, come fanno le madri.

“Febbre non hai” sentenzia, con una struttura che calca la lingua della sua infanzia e rivela una reale inquietudine.

Un’ombra cala sul loro momento di piacevole condivisione mattutina, il signor Mattiussi è silenzioso, la signora Clapis finge che non ci sia niente di strano, ma consumano in fretta e rientrano a casa.

Di fronte alla porta dell’appartamento a lui cadono le chiavi di mano, prova a raccoglierle, ma si arrende subito, “Lucia, apri tu, io mi sento evaporare”. Lei fa un ghigno per quella frase strana, “Evaporare” ripete a mezza voce con una punta di sarcasmo aprendo la porta.

“Vado in bagno a lavarmi il viso” dice il signor Mattiussi in un sussurro.

La signora Clapis prende l’innaffiatoio e fa come se niente fosse, bagna le piante, come tutte le mattine, ma dal bagno proviene uno strano silenzio.

“Rodolfo” chiama Lucia, una prima volta, dalla sala.

“Rodolfo” chiama, una seconda volta, dal corridoio.

 “Rodolfo, tutto bene, bambin mio?” ripete, di fronte alla porta del bagno.

Nessuna risposta.

La signora Lucia Clapis spalanca la porta: al centro del bagno c’è il mucchio di vestiti vuoti che il signor Mattiussi indossava poco prima al bar, nessun Rodolfo.

L’acqua del lavandino scorre in un filo sottile.

(Illustrazione © Klaas Verplancke)

Il giacchino

Racconto di Cristiana Vittigli

  «Quel ragazzo è diventato proprio strano. Lunedì è il due di luglio, il suo compleanno. Ne compie quattordici e sarà trascorso un anno da quando è mancato mio padre inghiottito dal mare come un boccone prelibato. La barca su cui erano fuori a pescare si è capovolta ed è caduto in acqua, ridendo. Lorenzo ha pensato a uno scherzo e rideva anche lui ma poi il nonno è andato giù sparendo nel buio delle nostre acque profonde. Il tutto è durato solo qualche minuto. Un delfino ha aiutato Lorenzo a girare la barca. Lui è salito a bordo ed è rientrato. Tranquillo, beato, sereno, solo.»

  Aveva sentito le parole di sua madre: era al telefono con la zia Ninetta, quella che stava in Svizzera e che aveva sposato un tizio pieno di soldi che lavorava in banca oppure vendeva orologi. Non aveva mai capito quale fosse il mestiere dello zio Flavio: sapeva che quando arrivavano quei due si andava sempre a cena fuori e tanto gli bastava per farseli piacere.

  Quello che non gli piaceva era che sua madre, da un anno a quella parte, non trovasse un altro argomento di conversazione; con ogni persona che incontrava parlava solo di quel due di luglio aggiungendo di volta in volta particolari, aneddoti, varianti. Lei che non c’era stata, lei che non sapeva.

  Oggi zia Ninetta, ieri l’amica Lorena, la scorsa settimana il parroco e via così. Mamma si riempiva la bocca di parole per proteggersi dal dolore con il rumore di fondo della sua voce.

  A Lorenzo dispiaceva per lei che, giorno dopo giorno, lo guardava con occhi tristi, gli passava una mano tra i ricci spettinati e sospirava emettendo una sorta di rantolo fastidioso e continuo.

  Il nonno gli ripeteva di darle tempo. Prima o poi capirà, gli diceva scoprendo i sei denti che gli rimanevano in bocca.

  Lorenzo si era fidato.

  Aveva sorriso alla madre, infilato furtivamente il nonno nella tasca sinistra del giacchino ed era uscito dirigendosi verso il paese.

  Il ritrovo con gli amici era in piazza, ci voleva un buon quarto d’ora di camminata sul lungomare per arrivarci. Lorenzo non prendeva la strada principale, quella piena di turisti e bimbi chiassosi, lui prendeva l’allungatoia, quella che passa dietro a tutto: al paese, al mare e alla gente. Così facendo non incontrava anima viva e allora il nonno poteva tirar fuori la sua testolina canuta e godersi il sole, l’odore del mare ed il passo rapido e sicuro del nipote.

  Gli amici in piazza lo scorgevano già da lontano: alto, magro e riccio, gesticolava con tale irruenza che le sue braccia parevano le pale di un mulino in una giornata di vento. Che poi si chiedevano con chi parlasse visto che loro erano tutti lì ad aspettarlo. Erano curiosi: chi ipotizzava una ragazza bionda e formosa, chi rilanciava con una castana tutta muscoli e chi sapeva: era una più grande, una di diciassette anni e con un fidanzato grosso e molto geloso. Tutti osservavano, confabulavano e congetturavano ma nessuno si era accorto che Lorenzo non indossava air pods, cuffiette o auricolari.

  Passavano il pomeriggio a cazzeggiare e a ridere. In fondo era estate, la scuola un ricordo sbiadito e ogni madre del paese aveva istruito il figlio affinché stesse vicino a Lorenzo e lo aiutasse ad elaborare il lutto.

  Lui e il nonno erano stati inseparabili ed entrambi amavano il mare sopra ogni cosa. Il ragazzo soffriva, ovvio che soffriva e nessuno in paese si azzardava a dar voce al pensiero comune: quell’adolescente alto e dinoccolato sembrava felice e senza nulla da elaborare.

  Soltanto la settimana prima era successo un fatto.

  Era tornato a casa per recuperare le scarpe da calcio e raggiungere gli altri al campetto. Aveva appeso il giacchino su una sedia del soggiorno ed era corso in bagno a liberarsi della colazione ipercalorica del mattino.

  Alleggerito, si era precipitato verso la sedia lasciata incustodita ma sua madre era stata più veloce e il giacchino era già finito in lavatrice.

 «È strano quel ragazzo» pensava la donna mentre il figlio sbraitava per fermare l’elettrodomestico, «è molto strano» si avviliva osservandolo tastare con disperazione gli indumenti bagnati che aveva gettato sul pavimento, «è troppo, troppo strano» aveva concluso vedendo che tentava di infilare le sue spalle da nuotatore nel piccolo oblò della cinque chili.

  Affranta lo aveva lasciato solo.

  Quando lui era riapparso sereno e tranquillo quasi non credeva potesse essere la stessa persona che aveva visto in lavanderia.

  Lorenzo aveva indossato un altro giacchino. Anche questo con una bella tasca sul lato sinistro.

  «Quella tasca sembra gonfia» aveva pensato la madre sentendosi osservata e non solo da suo figlio.

  Senza motivo apparente, senza necessità di darsi una spiegazione e senza sensi di colpa si era sentita felice ed era la prima volta che accadeva dal due di luglio dell’anno prima.   Lorenzo per evitare pericolose domande era uscito di corsa e il nonno, dalla sua nuova postazione, gli aveva strizzato l’occhio sorridendo impertinente.

(illustrazione di Winsor McCay)

La Rivelazione – il finale

racconto di Giovanni Natoli

  “Che succede?”  Stava precipitando dentro una notte senza spiragli. Per quanto folle potesse sembrare, capì di essere stato catturato dalla pupilla. La caduta durò una decina di secondi; ad un certo punto si trovò in un posto illuminato da una luce giallastra. Tratti neri che formavano circoli e rettangoli fluttuavano dappertutto creando geometrie dotate di una logica segreta. Iniziò a camminare, privo di riferimenti. I suoi piedi non appoggiavano su nulla, non capiva dove fossero il basso, l’alto, la destra e la sinistra. Era una malinconica marea cremosa. La luce gli fece tornare in mente quelle che provenivano dallefinestre degli ospedali al calare della sera che spezzavano il blocco scuro della facciata; tristi luci per un triste luogo. D’un tratto la marea giallastra sparì e una traiettoria di globi sfarfallanti, scintille argentee che nascevano dal buio più fitto,si dirigevano spedite verso di lui, e, giunte a pochi millimetri lo scansarono per lanciarsi chissà dove. Tutto durò pochi istanti. Grumi di vapori fecero la loro comparsa; nubi nere su fondo bluastro sembravano assumere forme abbozzate, ma sufficienti per richiamare i soggetti; ora un leone, ora una testa di cavallo, ora dei serpenti, ora tristi giganti sdraiati. Duravano non più di un secondo per essere sostituite da altre pareidolie. Poi d’un tratto il buio. Nonrimanevapiù nulla, nemmeno gli orrori a cui aveva assistito fino a quel momento. Pensò che fosse finita, una volta per tutte. “Ecco l’eternità”. La notte senza fine sembrava dover essere l’ultimo passaggio di quell’assurdo viaggio. Ma apparve un bagliore; un puntino di luce sempre più ampio. Sembrava quella di uno dolcissimo, melanconico tardo pomeriggio. Gli sembrò di stare acquattato dietro il nero fogliame di un cespuglio. Improvvisamente crebbe un albero al centro della scena. Aveva un’ampia fronda tondeggiante e rigogliosa, scurita dal controluce di un’aureola beatificante. Provò un sentimento lontanissimo; lo stesso sentimento che lo coglieva da ragazzo quando il crepuscolo cominciava ad erodere certi bellissimi pomeriggi di sole. Un’emozione dolce e amaro, fragile e potente. Momenti in cui un’ala nera si posava sul suo cuore. “Che sia la Verità?”, la Verità nascosta in un cimitero a primavera inoltrata.

  Era la fine del Tempo, il risultato di tutta una vita, la sua vita, che finalmente toccava il suo sentimento profondo. E il viaggio si era concluso. Per sempre.

Sembri Sisifo

Racconto di Carlo Rossi

  Ti vedo sorreggere chili di ferro. Ti sento troncare urla da sforzo sotto pesi che a stento confermano la forza di gravità. 

  Il tuo tempo è scandito da gesti netti che seguono una liturgia rigorosa.

Guardi il cronografo, tergi il sudore: prima la fronte, poi il collo. Porti le mani ai fianchi e prendi aria, ti siedi su una panca a recuperare energie e batti impercettibilmente un tallone a ritmo della musica che hai nelle cuffie. Non guardi mai chi ti gira intorno. Vuoi essere assolutamente solo con il tuo umore carico di nubi, cieli di nubi da sgombrare con quella collera che riversi contro le macchine. E non ti guardi mai allo specchio. Mai, se non quando muovi su e giù i tuoi giocattoli.   Sembra quasi che tu non riesca a sopportare altra idea di te stesso, se non quella di uno costretto a stare nei panni di Sisifo.

  La prima volta che ti ho visto eri camuffato sotto una felpa di almeno due taglie più grande, mentre gli altri indossavano con nonchalance canottiere e leggings che la legge dovrebbe vietare agli uomini. Poi ti ho visto con quella t-shirt vecchia di dieci anni, una seconda pelle riempita da muscoli gonfi che denunciavano un’anatomia da atleta. E, ai piedi, un paio di Chuck Taylor che avrebbero preferito appendersi da sole al chiodo piuttosto che portarti in giro ancora un istante. Mi sei sembrato fuori moda, reietto, sfigato. Ma non sono stati i tuoi muscoli ad attrarmi, così come non è stata la tua sciatteria ad infastidirmi. Forse il tuo essere isola sperduta e non arcipelago. Mi ha incuriosita il tuo essere fieramente antisociale tra un’accozzaglia ipocritamente socievole.

  Cercavo di concentrarmi su quel dannatissimo esercizio per i glutei, ma con la coda dell’occhio non facevo altro che guardare il tuo sudore costringere il grigio della tua maglia farsi nero. Dopo i primi “wow!” spuntati come funghi nello spazio fertile della mia ammirazione, avrei voluto mollare tutto e raggiungerti per chiedere se ne valesse la pena. Temo di essere rimasta vittima di un inaspettato senso materno misto a sindrome da crocerossina. Ti ho visto esasperare il dualismo sforzo-riposo in una sorta di sperimentazione personale che sembrava svantaggiarti in favore di un allenamento al massacro. Eppure, inspiegabilmente, ogni volta ti bastavano tre minuti per scacciare la congestione dal tuo volto e riconquistare il colorito verdastro. Tre minuti per risorgere e ricominciare a soffrire. Ancora, e ancora, Sisifo.

  Mario mi stava tastando il culo, con la scusa di spiegarmi l’ennesimo esercizio per le gambe, quando gl’ho chiesto di farmi fare quello che facevi tu. Mi ha detto che lo squat è un esercizio molto tecnico, per atleti avanzati e che l’avrei potuto fare dopo mesi di pratica. Ma io volevo solo avere una scusa per guardarti eseguire quei movimenti precisi, composti, con un carico così sproporzionato per la tua figura e, magari, chiedere a Mario chi fossi. Ma poi non ho avuto coraggio e ho lasciato perdere.

  La routine preliminare è quasi sempre la stessa. Si vede che in lei trovi certezze che confortano dal caos quotidiano. Mediti a due passi da quegli enormi pesi issati sulla sbarra semiarrugginita. Inspiri e porti le mani agli auricolari che cospargono di musica il tuo mondo. Musica che ti dice molto, perché sembra gettare benzina su fiamme che ardono già alte dentro il tuo cuore. Poi serri le palpebre per prepararti ad attraversare l’intero inferno. Ti do le spalle e torno a fingermi interessata al barboso esercizio che giura di trasformare i miei glutei in mongolfiere pronte a prendere il volo.

  La palestra mi annoia a morte. Non vedo come si possa stare chiusi in una scatola che puzza di sudore a faticare a pagamento. Eppure, quando trovo qualcuno motivato come te, in un cesso come questo, capisco che deve davvero esserci un perché. Il tuo scava dentro, come un magma che corrode, che annienta ogni sbarramento. È una colata d’odio che non può essere repressa, ma che al tempo stesso è celata sotto strati di diffidenza. Non mi sembra che uno sfigato come te ci tenga ad apparire dannatamente bello e in forma. La tua uniforme ti condanna: sei qualcosa di diverso, sei in cerca di riscatto. Oppure sei un monomaniaco masochista.

  Per un attimo, ti ho visto cedere alla tentazione di essere normale. Ti ho scorto suggerire a quel ragazzino come impugnare e spingere quel peso. Il volto sereno e lo sguardo rassicurante. Hai smesso gli auricolari e hai fatto debuttare la tua voce. Il tono fermo, la frase disciplinata, fluida, capace di esporre senza indugio. Ho pensato a te come un individuo maturo ed esperto in fatto di robe da sollevare e riportare a terra senza scopo apparente. Serio, competente ma dannatamente sfigato con addosso quegli stracci che neanche Rocky ad inseguire la gallina.

  Chi sei tu Sisifo dalle natiche di marmo?

“Short shorts” di Peter Cherches – 4

Phone Sex

I called the phone sex line. “Hello, phone sex line,” the voice on the other end said—a sultry, sexy, breathy voice. I was hooked from the git-go. 

“Talk dirty to me,” I said. 

“I think you must be mistaken,” the voice (oh, that voice!) replied. “This is the phone sex line!” 

“Yes, I know! So go ahead, talk dirty to me.” 

“A gentleman says please.” 

“Please talk dirty to me.” 

“Who do you think you are, mister? This is the phone sex line!” 

“Yes, that’s why I called. I want phone sex!” 

“Hey, don’t talk dirty to me, buster,” she shot back, this time in a voice that was gravelly, gruff, and shrill. Then, without giving me a chance to respond, she unceremoniously ended the call. 

I kept the phone to my ear, wondering if I could get any mileage from the silence.

Telefono erotico

(da Whistler’s Mother’s Son, Pelekinesis, 2020)

Ho chiamato il telefono erotico. “Buongiorno, qui telefono erotico“ mi fa la voce dall’altro capo: sospirosa, torrida, sensuale. Io, catturato già subito.

“Parlami sporco“, ho detto.

“Dev’esserci un equivoco“, ha ribattuto la voce – oh, quella voce! “Questo è il telefono erotico!“

“Sì, lo so! E allora parlami sporco, dài“.

“Le persone educate dicono ‘per favore’“.

“Per favore parlami sporco“.

“Ma chi crede di essere, signorino? È il telefono erotico, questo!“

“Sì, è appunto per questo che chiamo. Voglio una telefonata erotica!“

“Senti, furbone, non cominciamo con le porcate“, è scattata quella, ma ora con una voce rauca, scostante, stridula. Poi, senza darmi modo di rispondere e senza tante cerimonie, ha riappeso.

Sono rimasto un po’ con il telefono all’orecchio, a domandarmi se avrei potuto cavare qualcosa almeno dal silenzio.

(Traduzione di Marco Bertoli)

La rivelazione – 2

Racconto a puntate di Giovanni Sugo Natoli, II parte

Chissà quanti mondi ignoti sulla sua pelle; per non dire delle cose nascoste, quelle che si rivelano solo durante un’autopsia, oppure quando ci si procura una ferita e oltre a imprecare per il dolore e tamponare il sangue che esce lucido ci soffermiamo a osservare quella bocca che rivela appena la superfice di un oceano di segreti. A conti fatti, lui era un universo ambulante e indifferente a sé stesso. Quel neo che aveva appena scoperto, nient’altro che uno stupido neo; era il Rivelatore. Cominciò a pensare al suo corpo come a una estesa e contorta mappa che portava sempre con sé. Ma ora il suo sguardo era diventato acuto e concentrato e decise di leggere questa mappa. Accese la luce della camera e cominciò a scrutare il suo corpo.  Quella luce non aiutava. Rendeva il suo corpo giallognolo e modellato da ombre false. Andò in cucina a recuperare una grossa torcia. Spense la luce della camera e cominciò a esplorarlo. Ne illuminò il torace. Osservò i pettorali avvizziti, i capezzoli due inutili bottoncini rosa. Percorse la leggera carenatura dello sterno di un torace coperto da una bionda lanugine, poi puntò la torcia sul ventre e illuminò l’ombelico. Immaginò che vi fossero contenuti infinitesimali universi, popolati da esseri che vivevano secondo regole condizionate dal clima umido e buio. Vi mise un dito dentro e gli parve di avere sterminato intere popolazioni in pochi istanti. I mondi si rigenerano anche in forme diverse dalle precedenti. Una gravidanza cosmica perpetua. E, pensando, scese con la torcia a illuminarsi i genitali. Sotto un’intricata foresta di peli rossastri e ricci il pene, moscio e raggrinzito, guardava in basso, come contrito per chissà quale colpa; lo scroto era protetto da una rada peluria, come un vecchio quasi del tutto calvo. I testicoli si pronunciavano nel sacco pesanti, uno più in basso e uno più in alto. Da bambino era stato portato dalla madre per il problema di un testicolo vagante; se fosse stato riassorbitosarebbe entrato a far parte di chissà quale universo interno. Scese a illuminare le gambe soffermandosi su una ferita al ginocchio sinistro che si era procurato mentre giocava con amici del tempo. Ecco un segno artificiale sul suo corpo, un segno che non doveva esserci nel Piano Originale, nella mappa precisa e nuova di stampa, e che lo spaventò fino a farlo rabbrividire. Il suo corpo, luogo sconosciuto che solo ora cominciava a manifestarsi, era passibile di modifiche esterne.

Volle arrivare alla chiave di tutto. Focalizzarsi solo su un punto che desse un senso a una mappa all’apparenza senza senso. “Gli occhi”, si rispose immediatamente. “Gli occhi hanno sicuramente la risposta!”. Cercò di illuminare la pupilla del destro, per poter osservare al dettaglio la costituzione dell’organo instancabile. Ma non bastava. Avrebbe voluto entrare nel dettaglio, scoprirne il linguaggio, le parti del tutto. Diventare cieco, era sempre stata la sua paura più grande. Fece una foto alla pupilla destra con la fotocamera digitale. Dopo alcuni tentativi riuscì a ottenere un’immagine più che accettabile. Scaricò la foto nel pc. Cominciò a guardarla. Su schermo più grande l’immagine non era eccelsa ma sufficiente per poter intravedere la trama muscolare della pupilla. Lo guardò: era grande da sembrare quello di un ciclope; le ramificazioni della pupilla celestesi intersecavano e gettavano una cascata rotonda verso l’orrido del foro centrale. Ingrandì l’immagine per aumentare la visione del foro, stretto dal bagliore della luce dello scatto. Fu dopo qualche secondo che si accorse che attorno a lui era diventato buio.

“Short shorts” di Peter Cherches – 3

From A Certain Clarence

Clarence went to the doctor. He needed to get the requisite inoculations for his vacation, a trip to the dustball in the corner of his room. The doctor gave him a shot of house dust serum and prescribed some antihistamines. “Are you sure you want to make this trip?” the doctor asked. “It doesn’t sound like much fun.” 

“It’s more for education than relaxation,” Clarence replied. “I’m curious.” 

It was a large dustball. Clarence had let it accumulate, with a visit specifically in mind. He went to the dustball on Saturday morning, planning to spend the weekend. A dust- ball is the perfect place for a short excursion—there’s not much to do in one, but it’s worth a look, or so the guidebook had said. 

For the trip Clarence wore a pair of jeans and an old sweatshirt. The guidebook, Dustballs on Pennies a Day, said, “No need to pack a jacket and tie. In a dustball, casual is the word.” 

The dustball was revolting, but it was cheap. As Clarence walked around he noticed hair, and crumbs and dirt of vari- ous kinds, a few dead cockroaches, and, of course, plenty of house dust. The antihistamines made him sleepy, so he lay down in the dust for a nap. 

Clarence had a dream. It was an erotic dream, of the frustrating variety. In the dream, Botticelli’s Venus arose from the dust. “You look familiar,” Clarence said. “Aren’t you Botticelli’s Venus?” But the woman didn’t answer. 

Clarence was quite aroused, and he began to caress the nude apparition, planting kisses all over her face and breasts. 

“Not here,” she finally said. “Dirty!”
“But you came from the dust,” Clarence said, imploringly. “Dirty, dirty, dirty,” she said, and crumbled to dust. 

When Clarence woke up he didn’t remember the dream. But he was seized with a fascination for house dust, and he once again began to wander. Dust everywhere. Venice has canals, Paris has bridges, and dustballs have dust. Clarence was intoxicated by the dust. Transfixed, he sat down and wondered, why does dust have this powerful effect on me? He began to thumb through the guidebook and came upon a section entitled “The Composition of House Dust.” He read, “The greater portion of house dust is composed of par- ticles of dead human skin.” There was Clarence’s answer: As he never had visitors to his apartment, this house dust was, for the most part, his own dead skin. He cut his trip short and left the dustball, for that was all he needed to know. 

Outside the dustball but still in his room, Clarence coughed and thought, I have made the journey and I have found myself. 

(da «A Certain Clarence», Lift Your Right Arm, Pelekinesis, 2013)

Clarence andò dal dottore per la vaccinazione d’obbligo in vista della sua vacanza: una gita al laniccio di polvere depositatosi in un angolo di camera sua. Il dottore gli inoculò un vaccino contro la polvere domestica e gli scrisse una ricetta per degli antistaminici. “Ma vuole proprio farlo, quel viaggio?“, gli domandò. “Non so se ne valga la pena“.

“È più un viaggio d’istruzione che altro“, replicò Clarence. “Per curiosità“.

Era un laniccio bello grosso. Clarence aveva lasciato che si accumulasse appunto in previsione di quella gita. Partì dunque per il laniccio un sabato mattina, con il programma di trascorrervi la fine settimana. Un laniccio di polvere è destinazione ideale per una vacanza breve; anche se lì da fare c’è poco, un’occhiata la vale comunque, almeno a dar retta alla guida.

Per il viaggio Clarence indossò un paio di jeans e una vecchia felpa. La guida, Turismo economico ai lanicci, diceva: “Giacca e cravatta lasciateli nell’armadio: il casual è d’obbligo ai lanicci“.

Il laniccio faceva schifo ma costava poco. Aggirandovisi, Clarence notò capelli, briciole, immondezze varie, qualche scarafaggio morto e, com’è ovvio, molta polvere di casa. L’antistaminico gli aveva fatto venire sonno; fece un pisolino, coricato nella polvere.

Clarence fece un sogno, un sogno erotico di quelli frustranti. Nel sogno, dalla polvere emergeva la Venere del Botticelli. “Mi sembra di conoscerti“, disse Clarence, “non sei la venere del Botticelli?“. La donna, però, non rispose. Clarence, piuttosto eccitato, aveva cominciato ad accarezzare le nudità dell’apparizione, riempiendole di baci il viso e le mammelle.

– Lì no – aveva infine dello lei. – Sei sudicio!

– Ma tu sei sorta dalla polvere – obiettò Clarence implorante.

– Sudicio, sudicio, sudicio – ribatté lei, e si disfece in polvere.

Al risveglio, Clarence il sogno non se lo ricordava. Tuttavia si trovò affatturato in un’attrazione per la polvere domestica, e una volta ancora cominciò a girovagare. Polvere dappertutto. Venezia aveva i canali, Parigi i ponti; i lanicci avevano la polvere. Dalla polvere, Clarence era inebriato. Sedeva e, ammaliato, rifletteva: che cos’ha, la polvere, per esercitare su di me un potere così grande? Mise mano alla sua guida e trovò una sezione intitolata La composizione della polvere domestica. Lesse: “La polvere domestica è composta in massima parte di particelle di pelle umana morta“. Ecco la risposta che Clarence cercava: lui non aveva mai ricevuto visite nel suo appartamento; dunque quella polvere domestica era, per la maggior parte, la sua stessa pelle, morta. Interruppe bruscamente la vacanza e lasciò il laniccio. Non gli serviva sapere altro.

Fuori dal laniccio, ma sempre dentro la sua stanza, Clarence tossì e pensò: il viaggio è compiuto, ho trovato me stesso.

(Traduzione di Marco Bertoli)

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