Le migliori sigle della nostra vita

Claudio Bonomi, Le migliori sigle della nostra vita. Musiche imprevedibili, compositori segreti, programmi cult dei palinsesti RAI degli anni 1968-1978. Prefazione di Piergiorgio Pardo. Milano, Crac Edizioni, 2025, pp. 196, € 16.

I ricordi condivisi di una generazione, quei ricordi nati nell’ambito personale, dell’intimità, che si fissavano poi nella condivisione, nello scambio amicale, hanno acquisito da tempo, per chi sia nato negli ultimi sessant’anni, la natura consultabile di materiali d’archivio. Quel tal programma radiofonico o televisivo, quella partita di calcio, quel notiziario epocale, quella canzone, quel personaggio popolare un giorno e scomparso il giorno dopo, entità che un tempo potevano essere solo rievocate con l’emozione di un’intermittence du cœur e con il valore di pegno emotivo, oggi si trovano sulla Rete immediatamente disponibili anche al più imperito dei ricercatori che possa mettere mano a Google, a YouTube, ad Archive.org, a un social a caso: mezzi che hanno fondato gran parte delle loro fortune sul bisogno di questa sterminata biblioteca gratuita del ricordo.

Si capisce dunque che in anni recentissimi sia andata facendosi strada una filologia del ricordo, una scienza archivistica della ricerca e dell’ordinamento delle memorie condivise.

Claudio Bonomi, il giornalista repentinamente morto nel settembre scorso a Milano dov’era nato nel 1961, aveva questo lavoro, come si dice in inglese, tagliato per lui: alla curiosità e all’entusiasmo genuino per le musiche di vario genere e impiego, Claudio univa la competenza, lo scrupolo e il metodo dello studioso, affinato e applicato per molti anni in un’attività pubblicistica multiforme (fra le altre testate, per Il manifesto, Musica Jazz, Quaderni d’altri tempi), attività che probabilmente trovò culmine nell’importante studio, completato da una preziosa antologia musicale, Elastic Jazz (Auditorium), di cui fu autore nel 2005 con Gennaro Fucile, lavoro che rimane, dopo vent’anni, il miglior testo in lingua italiana sul jazz britannico del dopoguerra.

Le migliori sigle della nostra vita, che Claudio ha fatto in tempo a ultimare ma non a vedere stampato e che esce ora per le cure della moglie Federica, è definito bene dal suo sottotitolo: “Musiche imprevedibili, compositori segreti, programmi cult dai palinsesti RAI degli anni 1968-1978“. Il decennio considerato circoscrive un periodo corrispondente all’infanzia e alla primissima adolescenza dell’autore e di molti dei suoi probabili lettori e in questo senso adempie a quella funzione di “archivistica del ricordo“ di cui si diceva; se non che la trattazione si tiene poi sempre felicemente lontano dalle tentazioni della nostalgia, tramite una prosa asciutta e vivace e un’inclinazione storica e analitica, anche in senso propriamente musicale, rivolta in primo luogo agli sceneggiati tv, primo fra tutti la famosa Odissea diretta da Franco Rossi e Mario Bava, per arrivare alle sigle dei disegni animati giapponesi che approdarono in Italia sullo scorcio finale degli anni Settanta lasciando un’impronta incancellabile sull’immaginario e sulla programmazione televisiva italiani.

Attraverso dieci capitoli che passano in rassegna e analizzano sigle di programmi fra cui i telegiornali e perfino le previsioni del tempo, “la TV del ragazzi“, i telefilm d’importazione inglese quali U.F.O. e Spazio 1999, Bonomi compie un excursus nelle musiche italiane d’uso del periodo, soprattutto delle loro intersezioni con la musica colta (in figure come Egisto Macchi), la canzone d’autore (Battiato), il rock progressivo, il jazz e i primordi del lounge revival. Preziosa la seconda parte, composta d’interviste a musicisti (Roberto Colombo, Pierangelo Fornaro e Corrado Carosio, Gabriele Graziani, Fabio Zuffanti, Daniele Benati, Massimo Martellotta) e a musicologi e storici (Anna Scalfaro, Massimo Privitera). 

Il libro, oltre che istruttivo e unico nel genere, è di lettura piacevole e sorprendente per la maniera, così caratteristica del suo autore, che ha di unire la ricerca al gusto particolare della ri-scoperta, per chi serbi ricordo diretto delle musiche di cui parla: prezioso innesco dell’emozione ineffabile della memoria involontaria, l’unica memoria, secondo Proust, che conti per qualche cosa.

(Marco Bertoli)

Il cane

(Racconto di Luca Testa)

Il peggior incontro in cui chiunque possa incappare è l’enorme cane inferocito che m’insegue sbavando e latrando.

Non è un incubo. È qua dietro di me. Lo sento ansimare. Percepisco la sua furia onnivora tra le tempie pulsanti e l’affanno del mio stesso respiro mentre corro a perdifiato. Tento di scappare dalle sue grinfie lungo una scoscesa strada di campagna nell’immensità di colline disabitate. Per chilometri non ho intravisto un solo ovile o la miseria di qualche altro tipo di ricovero. L’animale possiede un fiuto un milione di volte più sviluppato del mio olfatto. Avverte nitide le endorfine e la paura sprigionarsi dal mio corpo. Sono spacciato. La mia corsa lo agita ancora di più, lo sfida e lo eccita al tempo stesso. Ci si mette pure il vento. Percuote l’aria ed accentua la nostra reciproca agitazione. È questione di qualche decina di metri, massimo un paio di centinaia, poi mi raggiungerà e mi addenterà. Il gusto per il primo sangue lo spronerà a sbranarmi. Cercherà di buttarmi a terra e così di ridurmi a brandelli. Proverò a difendermi, ma è molto probabile che sia fottuto in partenza. Potrei fingermi morto. Non credo basterebbe. Digrignerà i denti e odorerà le mie pulsazioni. Con foga finirà l’opera e strapperà a morsi il mio corpo sino a dilaniarmi.

Dovrebbe intervenire qualcuno. Cazzo. Aiutarmi, soccorrermi. In questa valle non sembra esistere anima viva. C’è solo il vento che soffia. Gli arbusti sono troppo bassi per inerpicarmi e stare al riparo dalla sua psicosi predatrice. Rotolare dalla scarpata creerebbe un diversivo, ma la belva salterebbe e mi attaccherebbe al collo prim’ancora che io possa toccare terra.

Ho una sola possibilità per sopravvivere, l’unica logica nonostante le apparenze affermino il contrario.

“Devi stare fermo. Immobile.”

Mi sprono sottovoce. Me lo ripeto.

Con gradualità decelero. Ho cominciato a compensare dal naso e a respirare in profondità per ricondurre nel minor tempo possibile il battito cardiaco verso soglie regolari. Non sarà semplice, non come dirlo o pensarlo. Devo avvicinarmi alla bradicardia, accedere ai suoi benefici. Allora la corsa si trasforma in incedere veloce e poi in passeggio. Anche il cane rallenta. Frena la rincorsa e si mantiene ad una ventina di metri da me Ascolto le sue unghie picchiettare sull’asfalto. Lo graffiano. Indietreggia, rincula e abbaia roco, sommesso. È una sorta di litania greve o di lamento. Scuote il capo. Diminuisco ancora il passo fino a fermarmi. L’animale rimane alla stessa distanza da me ma è inquieto.

A breve toccherà voltarmi. Dovrà essere una manovra molto cauta. Non mi sarà concesso nessun movimento brusco. È così che inizio a parlare in tono lieve e conciliante come se dialogassi con me stesso. Scandisco ogni sillaba. La mia voce risuona calma, quasi rilassata. L’intenzione sarebbe quella di condurre il cane con cautela ad abituarsi sia al timbro che al tono della mia parlata. Roteo le punte dei piedi di centoottanta gradi come un ballerino senza commettere un solo gesto scoordinato.

Sono una marionetta animata.

Ora i miei occhi sono dentro i suoi. Le sue pupille luccicano. Digrigna ancora la dentatura al punto che le fauci gli sanguinano. Il corpo perfetto dal pelo corto è lucido, forse bagnato per il passaggio in qualche pozza durante l’inseguimento. Nonostante la stazza trema come un cucciolo. Il mio cuore ha raggiunto quota zero pulsazioni.

Siamo alla resa dei conti.

“Ehi!” gli dico appena “adesso ognuno va per la sua strada. Va bene?”

La domanda produce un’eco lieve nel silenzio intorno a noi. La strada in mezzo alle colline, io e il cane, nemmeno il berciare curioso di un qualche cazzo di uccello sperduto.

Così il cane emette un verso strano. È una via di mezzo tra un guaito ed un ululato. Allunga il collo verso di me e avanza di qualche metro. Adesso siamo uno di fronte all’altro. Potrei stendere il braccio ed offrirgli la mano da fiutare ma forse è ancora presto oppure non sono abbastanza coraggioso. Trascorrono istanti interminabili. Avanza e indietreggia restando sul posto, in quel mezzo metro occupato dalla sua sagoma vibrante. Rincula e scivola in avanti. Scodinzola sempre più baldanzoso. Poi il grugno si distende e gli porgo le dita. Gliele offro in segno di fiducia. Le annusa dapprima furtivo, poi convinto. Comincia a leccarle. La sua lingua è ruvida, spugnosa e di un calore sorprendente. Sembra non volersi fermare più. Lo accarezzo sul collo e poi sul capo. Glielo accosto ad un ginocchio con una pacca leggera sul costato e un’altra ancora. Dopo un istante procediamo fianco a fianco. Adesso credo che sarà difficile separarci.

L’auspicio che ciascuno riprenda il suo percorso suona come un’esortazione vuota. La vallata è ancora più desolata. Insieme forse sarà più semplice rintracciare la via e rientrare nel mondo abitato prima che l’oscurità copra tutto.

Il vento è calato d’improvviso, come se non avesse mai spirato. Il suo sibilare odioso tra gli arbusti bassi tace e vige un silenzio armonico strano da accettare. Solo l’aria è rimasta fredda. La sento penetrarmi tra le ossa e i muscoli sfiancati dalla fuga. Mi scalda però il corpo del cane accanto. Molto in lontananza si odono rintocchi di campane. Non siamo così distanti dal paese più vicino.

La notte ci porterà solo le luci del borgo sperduto come segnavia e forse un rifugio dove riposare entrambi. Io e il cane.

(illustrazione di Davide Majocchi)

La rivelazione

Racconto a puntate di Giovanni Sugo Natoli

Giovanni Sugo Natoli nasce a Venezia il 19 luglio 1965 mentre fuori esplodono i fuochi d’artificio della festa del Redentore. Per hobby suona la washboard e la batteria, scrive di cinema e scrive in generale.

Prima puntata

Ora sono morto ma un tempo ero vivo. Sono morto un giorno che me ne stavo disteso su una sdraio nel rettangolo d’erba davanti a casa. Era una di quelle giornate tipiche della primavera di mezzo; né calda né fredda. Giusta di una giustezza talmente puntuale, a cui si deve aggiungere un cielo cristallino e un sole netto che rendeva ogni cosa attorno a me definita. Erano le tre e mezzo circa di un lunedì pomeriggio. Stavo in un piacevole dormiveglia; mi scivolò dal bracciolo il braccio destro e la mia mano andò a sfiorare l’erba che avrebbe avuto bisogno di un giro di tosatura. I fili accarezzavano le dita, quasi sembrava che volessero avvilupparle e unirle a loro. Mi misi a guardare quest’erba dal perfetto colore smeraldino, screziato dal baluginio dei riflessi del sole quando, e fu un infinitesimo di attimo, sentii una vampata nel cervello e un sussulto in tutto il corpo. Con la vista degna di un finissimo orafo percepii l’erba nella sua presenza. E non c’era altro che quella presenza. Era soltanto erba; ma nel dire “soltanto” percepii una vastità incommensurabile, un tutto che di nient’altro aveva necessità. Mi guardai attorno e vidi che questa luce perfetta, questo cielo terso definiva le cose di una luce che sembrava nera. Le case, le cose; tutte scontornate, incise, delineate in geometrie che si alienavano dal loro complesso, sfuggivano al nome del loro insieme e diventavano linee e curve che altro non chiamavano che loro stesse. Cominciai a provare paura e mi ritirai dentro casa; volevo solo allungarmi a letto nella penombra della mia camera. Questo infinitesimo di attimo divise la mia vita in due; prima ogni cosa rimandava a un altro sé, era correlato a un qualcosa che maldestramente potrei definire come “familiare” e che era un tutto, un’unità che possedeva uno spirito. Ma quell’attimo aveva definitivamente scomposto ogni cosa, che era diventata nient’altro che quella cosa. Il mondo non mi era più familiare; ero circondato da un paese straniero che sapeva di Nulla, immobile, bloccato in uno schema insensato. Prima di distendermi sul letto a cercare di superare questa sensazione mi guardai allo specchio. Questa rivelazione non era accaduta alla visione del mio corpo di uomo di mezza età. Il mio corpo leggermente sovrappeso e non molto tonico mi rimaneva familiare. Mi spogliai, rimanendo nudo. Accesi la luce e cominciai a osservare ogni punto del mio corpo. Studiavo la mia anatomia come se dovessi affrontare un viaggio in un paese sconosciuto e volessi informarmi sui luoghi e i confini. Osservai il mio gozzo; una leggera mollezza che pendeva; la presi tra il pollice e l’indice e cominciai a tirarla leggermente e a farla ballonzolare. Una leggera barba grattava i polpastrelli. Niente di nuovo. Poi osservai il collo fin dove riuscivo e lo accarezzai. Le carni erano lisce per un cinquantenne e con poche linee sotto il pomo d’Adamo.Guardai il torace, piuttosto ampio, con i suoi peli biondastri che feci frusciare con la mano sinistra.Passai al ventre leggermente adiposo (qualche birra in meno sarebbe stata necessaria per riallineare la prominenza). Misi un dito nell’ombelico e vi trovai della lanugine; tempo di farsi una doccia, pensai. Passai al pene e allo scroto e osservai i testicoli che, malinconici, penzolavano tra gli inguini. Tutto familiare. Sono io, non sono diventato alieno a me stesso. Ma ad un certo momento mi accorsi di un neo; un piccolissimo neo bruno, a cui non avevo mai fatto caso. Lo guardai direttamente, senza la visione dello specchio e il sentimento di estraneità mi sopraffece di nuovo. Un corpo estraneo, sconosciuto. Una sorpresa che poteva completamente demolire il senso di familiarità che ormai disperatamente cercavo di recuperare dopo quella che, forse scioccamente, stavo per chiamare Rivelazione

“Short shorts” di Peter Cherches – 2

Passed Out 

As I left my building for a walk one Saturday morning, I saw a bunch of people standing around in a circle, looking down at the pavement. I figured whatever it was, there were enough people to take care of it, no need for another gawker, but still I was curious. 

“What happened?” I asked a woman as I went to join the circle. 

“I don’t know, he was just lying there.” 

I wondered who it was. Perhaps one of my neighbors? It was, after all, right in front of my building. I couldn’t get a good look at the guy until I moved further into the circle. Then I saw who it was. It was me! What was the meaning of this? How was I lying unconscious in front of my building and looking at myself from above at the same time? I was wearing the same clothes, the unconscious me and the conscious me. The standing, conscious me had no memory of anything happening to myself that could have caused me to be lying on the pavement. 

“Does anybody know his name?” someone called out. 

“Yes,” I said, “it’s me! Peter Cherches!” 

“Peter Cherches? That’s a funny name for a dog,” someone else said. 

Dog? I thought. Then I took another look. It was a big, mangy, stray dog passed out on the pavement, not me at all. Embarrassed, I slunk away from the circle and then ran as fast and as far as my four legs would take me.

Svenuto

(da Whistler’s Mother’s Son, Pelekinesis, 2020)

Sabato mattina sono uscito di casa per fare due passi e ho visto un capannello di persone con lo sguardo fisso al marciapiedi. Di qualunque cosa si tratti, ho pensato, c’è già chi se ne sta occupando, non c’è bisogno un altro allocco intorno. Però ero curioso.

“Che cos’è successo?“, ho domandato a una donna, unendomi alla cerchia.

“Non so, stava lì disteso“.

Chissà chi era. Un mio vicino, forse? In fondo eravamo proprio di fronte al mio palazzo. Non sono riuscito a vedere chi fosse se non dopo essermi fatto un po’ di strada in quella calca. Allora ho visto che ero io!

Che cosa significava ciò? Com’era possibile che giacessi privo di conoscenza davanti a casa mia e che, al tempo stesso, mi guardassi dall’alto? Indossavo gli stessi vestiti, voglio dire l’io incosciente e l’io conscio. L’io conscio, lì in piedi, non aveva alcun ricordo che mi fosse successo qualcosa tale da ridurmi lungo disteso sul marciapiedi.

“Si sa chi è?“, ha detto qualcuno.

“Sì“, ho detto io, “sono io! Peter Cherches!“

“Peter Cherches? Che nome per un cane“, ha detto un altro.

Un cane?, ho pensato. Poi  ho guardato meglio. Privo di sensi sul marciapiedi c’era un grosso cane rognoso, un randagio, non io, per niente.

L’imbarazzo. Sono sgattaiolato fuori dalla piccolo assembramento, poi mi sono messo a correre con tutta la forza delle mie quattro gambe.

(Traduzione di Marco Bertoli)

“Short shorts” di Peter Cherches – 1

“Uno degli innovatori del genere della short short storysecondo Publishers Weekly, Peter Cherches conduce dagli anni Settanta la sua vita creativa nel mondo letterario, musicale e performativo di New York City e non solo, nelle vesti di scrittore, editor, performance artist, cantante e lyricist.

Suoi testi sono apparsi su riviste, antologie e siti web, fra cui Transatlantic Review, Harper’s e The Big Book od New American Humor.

Il suo libro più recente è Everything Happens to Me (Pelekinesis 2024), romanzo a episodi sui triboli di un immaginario scrittore di New York a nome Peter Cherches. Altri libri recenti: Whistler’s Mother’s Son e Tracks (quest’ultimo definito dall’Autore un “a musical memoir”).

Così ha scritto Billy Collins della sua raccolta Lift You Right Arm del 2013: “A Gödel, Escher e Bach non è fuori luogo pensare di aggiungere Peter Cherches”.

A Kiss Before Dying

Certain, once again, that his time is up, Mr. Deadman would like a kiss before dying, one last kiss, one more time.  So he goes to the carnival, to the kissing booths.  Mr. Deadman has been here before.  In fact, he’s a regular.

There are quite a number of kissing booths at the carnival, staffed by all manner of women, a woman for every taste.  All the women recognize Mr. Deadman, and they greet him as he strolls by their booths, hoping for a little business.  But, just like every other time, Mr. Deadman passes most of them by.  He passes the cute girls-next-door, a dime a dozen at kissing booths.  He passes the sexy vixens and the various and sundry other hot numbers.  He passes the stunning and elegant fashion-model types.  They all have their allure, Mr. Deadman acknowledges, but none of them have the power.  So Mr. Deadman heads straight for the kissing booth of Big Bertha, a gargantuan woman who doubles as the carnival’s fat lady, the only kisser at the carnival, he knows, who has the power to take away the breath of life, to bestow the kiss of death.

He ponies up his cash, many times the other women’s prevailing rate, and Bertha stuffs the wad of bills in her massive cleavage.  Then she leans forward, puts her lips to Mr. Deadman’s, and lets loose with the mother of all kisses.  Mr. Deadman crumbles to the ground.  The medics are called, but it’s too late.  Mr. Deadman is D.O.A.

As the medics load Mr. Deadman onto the stretcher, Bertha winks at the corpse and calls out, “Come back and see me some time, honey,” certain, once again, that he will.

Un bacio prima di morire

(da Lift Your Right Arm, Pelekinesis 2013)

Persuasosi una volta di più che sia arrivata la sua ora, mr. Deadman prova il desiderio di un bacio prima di morire: un ultimo bacio, ancora uno. Per questo va al luna park, al baraccone dei baci. Non è la prima volta per mr. Deadman. Si può dire che sia un cliente abituale.

Al luna park i baracconi dei baci sono parecchi, con donne d’ogni sorta; ce n’è per tutti i gusti. Tutte riconoscono mr. Deadman, lo salutano quando passa davanti ai loro baracconi, casomai ci sia da guadagnarci qualcosa. Come tutte le altre volte, però, mr. Deadman tira diritto. Ignora una graziosa ragazza della porta accanto, del tipo che ai baracconi ti tirano dietro. Ignora un tipo di fotomodella mozzafiato. Hanno tutte le loro attrattive, mr. Deadman lo sa bene, ma nessuna è in grado. Perciò mr. Deadman procede sicuro verso il baraccone dei baci della gargantuesca Big Bertha, facente funzione al luna park anche di Donna Cannone, l’unica baciatrice della fiera, mr. Deadman sa bene, in grado di aspirargli lo spirito vitale, di conferire il bacio della morte.

Sgancia il valsente, pari a diverse volte la tariffa media delle altre. Bertha accomoda il mazzetto di banconote fra le montagne dei suoi seni. Poi si china verso mr. Deadman e scatena la madre di tutti i baci. Mr. Deadman collassa come sbriciolato. Accorrono i sanitari, ma troppo tardi. Mr. Deadman è dichiarato morto

Mentre lo caricano in barella, Bertha ammicca a mr. Deadman cadavere ed esclama: “Torna pure quando vuoi, tesoro“, persuasa, una volta di più, che lui tornerà.

(Traduzione di Marco Bertoli)

Appello o, come si dice, call for papers

Appello o, come si dice, call for papers

Accoppiamenti Giudiziosi ti invita a mandarci una tua invenzione (breve quanto tu voglia, lunga non più di ventimila battute) suggestionata da quanto segue, o più precisamente dall’ascolto della composizione di Fryderyk Chopin di cui si parla qui sotto.

Non importa se tu non l’abbia mai sentita prima, e se magari i tuoi ascolti abituali vadano da Lucio Battisti a Lucio Dalla: anzi, tanto meglio così.

In fondo al pezzullo troverai dove poter ascoltare la musica.

Davanti allo scrivere di letteratura, scrivere di musica si presenta in una più facile, perché in musica significante e significato sono consustanziali al punto che un’analisi descrittiva sembrerebbe poterne rendere ragione completa, e più difficile, per il carattere almeno in apparenza meno esplicito delle note rispetto alle parole. Ma tanti abbiamo letti esempi di scrittura musicale non solo suggestivi, ma rivelatorî, che aprire gli accoppiamenti giudiziosi non con un accoppiamento esplicito, bensì con una suggestione letteraria di proposito vaga, ispirata da un pezzo di musica, non ci è sembrato poi così fuor di luogo.

Si tratta qui di un esempio scelto a caso, offerto dalla casualità di un ascolto e di una lettura, allo scopo di circoscrivere un aspetto semantico, di senso, di un’arte asemantica come la musica. Non c’è pezzo di musica, fosse anche una canzonetta, da cui questo tipo di analisi non colga frutto, anche se non sempre, è ovvio, nel segno della bellezza e della seduzione espressiva.

Nella seconda parte del Secondo Scherzo in sib minore op. 31 di Chopin (1838), l’indicazione dinamica cambia da presto a sostenuto, e la tonalità, da Re♭, relativo maggiore della tonalità d’impianto, enarmonicamente, in rapporto di terza, a La maggiore.

Il clima espressivo muta repentino insieme con quello tonale, ma entro una salda coerenza strutturale che in Chopin non manca mai; è un corale in cui i due primi, distesi accordi, ciascuno di una misura intera, si configurano infatti come la risposta differita sulla lunga distanza alla formidabile apertura “interrogativa” dello Scherzo e alla sua natura tempestosa (che verrà ripresa nella quarta parte, dopo l’inquieta transizione “a valzer” della terza).

Questi due accordi di apertura definiscono una cadenza plagale I-IV, la cadenza dell’amen, ampliata nella sua risonanza da ottave parallele e una quinta nascosta, ma con un molto chopiniano e meraviglioso quirk: il do# del primo accordo, la maggiore (I) si mantiene con legatura di valore nel secondo, re (IV). Il do#, sensibile della scala di re, è in flagrante dissonanza (settima maggiore) con l’accordo maggiore, o meglio lo sarebbe se fosse ribattuto anziché legato (la legatura, per patente omissione, manca nella prima edizione Breitkopf dello Scherzo): nella scrittura di Chopin, invece, rimane come una eco, sia pure ben presente, come memoria della stabilità dell’accordo di tonica, e prima nota del breve inciso che si sviluppa nel ristretto ambito di terza minore.

Il valore di questo in apparenza minimo gesto musicale, un ritardo armonico, come sempre in musica è molto prima percepito e apprezzato che descritto; l’effetto è sottile e potentissimo e a volersi abbandonare alle sinestesie, fertilissimo di suggestioni: un raggio di luce crepuscolare, un’affermazione pronunciata con un’intenzione nascosta, l’intensità di un ricordo grato (suggestione per tradizione dalla cadenza plagale) con una sfumatura malinconica, o ancora un’affermazione accorata, ma sommessa non schiva di una riserva; fu del resto Robert Schumann a paragonare questo Scherzo a una poesia di Byron, «così fine, così audace, miscuglio d’amore d ’ironia».

Questa annotazione non ha pretese, anzi una ne ha: di invitare chi ci legga e, auspichiamo, ci voglia scrivere, a portare la sua scrittura fuori dai recinti in cui l’espressione letteraria di recente pare sempre più costretta, si chiamino «impegno sociale» o «autofiction»: per esempio col riprendere quell’affascinante pratica antica e tardoantica dell’ ἔκϕρασις (ekphrasis), la descrizione in prosa o in versi di un’opera d’arte di cui esempio moderno è l’Ode su un’urna greca di John Keats.

A seguire e in conclusione, lo Scherzo in Siminore di Chopin nell’interpretazione incomparabile di Arturo Benedetti Michelangeli in un programma RAI del 1962. Il trio, dal min. 3:25.

https://www.youtube.com/watch?v=A6rSA4xL5EU

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