Il cane

(Racconto di Luca Testa)

Il peggior incontro in cui chiunque possa incappare è l’enorme cane inferocito che m’insegue sbavando e latrando.

Non è un incubo. È qua dietro di me. Lo sento ansimare. Percepisco la sua furia onnivora tra le tempie pulsanti e l’affanno del mio stesso respiro mentre corro a perdifiato. Tento di scappare dalle sue grinfie lungo una scoscesa strada di campagna nell’immensità di colline disabitate. Per chilometri non ho intravisto un solo ovile o la miseria di qualche altro tipo di ricovero. L’animale possiede un fiuto un milione di volte più sviluppato del mio olfatto. Avverte nitide le endorfine e la paura sprigionarsi dal mio corpo. Sono spacciato. La mia corsa lo agita ancora di più, lo sfida e lo eccita al tempo stesso. Ci si mette pure il vento. Percuote l’aria ed accentua la nostra reciproca agitazione. È questione di qualche decina di metri, massimo un paio di centinaia, poi mi raggiungerà e mi addenterà. Il gusto per il primo sangue lo spronerà a sbranarmi. Cercherà di buttarmi a terra e così di ridurmi a brandelli. Proverò a difendermi, ma è molto probabile che sia fottuto in partenza. Potrei fingermi morto. Non credo basterebbe. Digrignerà i denti e odorerà le mie pulsazioni. Con foga finirà l’opera e strapperà a morsi il mio corpo sino a dilaniarmi.

Dovrebbe intervenire qualcuno. Cazzo. Aiutarmi, soccorrermi. In questa valle non sembra esistere anima viva. C’è solo il vento che soffia. Gli arbusti sono troppo bassi per inerpicarmi e stare al riparo dalla sua psicosi predatrice. Rotolare dalla scarpata creerebbe un diversivo, ma la belva salterebbe e mi attaccherebbe al collo prim’ancora che io possa toccare terra.

Ho una sola possibilità per sopravvivere, l’unica logica nonostante le apparenze affermino il contrario.

“Devi stare fermo. Immobile.”

Mi sprono sottovoce. Me lo ripeto.

Con gradualità decelero. Ho cominciato a compensare dal naso e a respirare in profondità per ricondurre nel minor tempo possibile il battito cardiaco verso soglie regolari. Non sarà semplice, non come dirlo o pensarlo. Devo avvicinarmi alla bradicardia, accedere ai suoi benefici. Allora la corsa si trasforma in incedere veloce e poi in passeggio. Anche il cane rallenta. Frena la rincorsa e si mantiene ad una ventina di metri da me Ascolto le sue unghie picchiettare sull’asfalto. Lo graffiano. Indietreggia, rincula e abbaia roco, sommesso. È una sorta di litania greve o di lamento. Scuote il capo. Diminuisco ancora il passo fino a fermarmi. L’animale rimane alla stessa distanza da me ma è inquieto.

A breve toccherà voltarmi. Dovrà essere una manovra molto cauta. Non mi sarà concesso nessun movimento brusco. È così che inizio a parlare in tono lieve e conciliante come se dialogassi con me stesso. Scandisco ogni sillaba. La mia voce risuona calma, quasi rilassata. L’intenzione sarebbe quella di condurre il cane con cautela ad abituarsi sia al timbro che al tono della mia parlata. Roteo le punte dei piedi di centoottanta gradi come un ballerino senza commettere un solo gesto scoordinato.

Sono una marionetta animata.

Ora i miei occhi sono dentro i suoi. Le sue pupille luccicano. Digrigna ancora la dentatura al punto che le fauci gli sanguinano. Il corpo perfetto dal pelo corto è lucido, forse bagnato per il passaggio in qualche pozza durante l’inseguimento. Nonostante la stazza trema come un cucciolo. Il mio cuore ha raggiunto quota zero pulsazioni.

Siamo alla resa dei conti.

“Ehi!” gli dico appena “adesso ognuno va per la sua strada. Va bene?”

La domanda produce un’eco lieve nel silenzio intorno a noi. La strada in mezzo alle colline, io e il cane, nemmeno il berciare curioso di un qualche cazzo di uccello sperduto.

Così il cane emette un verso strano. È una via di mezzo tra un guaito ed un ululato. Allunga il collo verso di me e avanza di qualche metro. Adesso siamo uno di fronte all’altro. Potrei stendere il braccio ed offrirgli la mano da fiutare ma forse è ancora presto oppure non sono abbastanza coraggioso. Trascorrono istanti interminabili. Avanza e indietreggia restando sul posto, in quel mezzo metro occupato dalla sua sagoma vibrante. Rincula e scivola in avanti. Scodinzola sempre più baldanzoso. Poi il grugno si distende e gli porgo le dita. Gliele offro in segno di fiducia. Le annusa dapprima furtivo, poi convinto. Comincia a leccarle. La sua lingua è ruvida, spugnosa e di un calore sorprendente. Sembra non volersi fermare più. Lo accarezzo sul collo e poi sul capo. Glielo accosto ad un ginocchio con una pacca leggera sul costato e un’altra ancora. Dopo un istante procediamo fianco a fianco. Adesso credo che sarà difficile separarci.

L’auspicio che ciascuno riprenda il suo percorso suona come un’esortazione vuota. La vallata è ancora più desolata. Insieme forse sarà più semplice rintracciare la via e rientrare nel mondo abitato prima che l’oscurità copra tutto.

Il vento è calato d’improvviso, come se non avesse mai spirato. Il suo sibilare odioso tra gli arbusti bassi tace e vige un silenzio armonico strano da accettare. Solo l’aria è rimasta fredda. La sento penetrarmi tra le ossa e i muscoli sfiancati dalla fuga. Mi scalda però il corpo del cane accanto. Molto in lontananza si odono rintocchi di campane. Non siamo così distanti dal paese più vicino.

La notte ci porterà solo le luci del borgo sperduto come segnavia e forse un rifugio dove riposare entrambi. Io e il cane.

(illustrazione di Davide Majocchi)

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