La rivelazione

Racconto a puntate di Giovanni Sugo Natoli

Giovanni Sugo Natoli nasce a Venezia il 19 luglio 1965 mentre fuori esplodono i fuochi d’artificio della festa del Redentore. Per hobby suona la washboard e la batteria, scrive di cinema e scrive in generale.

Prima puntata

Ora sono morto ma un tempo ero vivo. Sono morto un giorno che me ne stavo disteso su una sdraio nel rettangolo d’erba davanti a casa. Era una di quelle giornate tipiche della primavera di mezzo; né calda né fredda. Giusta di una giustezza talmente puntuale, a cui si deve aggiungere un cielo cristallino e un sole netto che rendeva ogni cosa attorno a me definita. Erano le tre e mezzo circa di un lunedì pomeriggio. Stavo in un piacevole dormiveglia; mi scivolò dal bracciolo il braccio destro e la mia mano andò a sfiorare l’erba che avrebbe avuto bisogno di un giro di tosatura. I fili accarezzavano le dita, quasi sembrava che volessero avvilupparle e unirle a loro. Mi misi a guardare quest’erba dal perfetto colore smeraldino, screziato dal baluginio dei riflessi del sole quando, e fu un infinitesimo di attimo, sentii una vampata nel cervello e un sussulto in tutto il corpo. Con la vista degna di un finissimo orafo percepii l’erba nella sua presenza. E non c’era altro che quella presenza. Era soltanto erba; ma nel dire “soltanto” percepii una vastità incommensurabile, un tutto che di nient’altro aveva necessità. Mi guardai attorno e vidi che questa luce perfetta, questo cielo terso definiva le cose di una luce che sembrava nera. Le case, le cose; tutte scontornate, incise, delineate in geometrie che si alienavano dal loro complesso, sfuggivano al nome del loro insieme e diventavano linee e curve che altro non chiamavano che loro stesse. Cominciai a provare paura e mi ritirai dentro casa; volevo solo allungarmi a letto nella penombra della mia camera. Questo infinitesimo di attimo divise la mia vita in due; prima ogni cosa rimandava a un altro sé, era correlato a un qualcosa che maldestramente potrei definire come “familiare” e che era un tutto, un’unità che possedeva uno spirito. Ma quell’attimo aveva definitivamente scomposto ogni cosa, che era diventata nient’altro che quella cosa. Il mondo non mi era più familiare; ero circondato da un paese straniero che sapeva di Nulla, immobile, bloccato in uno schema insensato. Prima di distendermi sul letto a cercare di superare questa sensazione mi guardai allo specchio. Questa rivelazione non era accaduta alla visione del mio corpo di uomo di mezza età. Il mio corpo leggermente sovrappeso e non molto tonico mi rimaneva familiare. Mi spogliai, rimanendo nudo. Accesi la luce e cominciai a osservare ogni punto del mio corpo. Studiavo la mia anatomia come se dovessi affrontare un viaggio in un paese sconosciuto e volessi informarmi sui luoghi e i confini. Osservai il mio gozzo; una leggera mollezza che pendeva; la presi tra il pollice e l’indice e cominciai a tirarla leggermente e a farla ballonzolare. Una leggera barba grattava i polpastrelli. Niente di nuovo. Poi osservai il collo fin dove riuscivo e lo accarezzai. Le carni erano lisce per un cinquantenne e con poche linee sotto il pomo d’Adamo.Guardai il torace, piuttosto ampio, con i suoi peli biondastri che feci frusciare con la mano sinistra.Passai al ventre leggermente adiposo (qualche birra in meno sarebbe stata necessaria per riallineare la prominenza). Misi un dito nell’ombelico e vi trovai della lanugine; tempo di farsi una doccia, pensai. Passai al pene e allo scroto e osservai i testicoli che, malinconici, penzolavano tra gli inguini. Tutto familiare. Sono io, non sono diventato alieno a me stesso. Ma ad un certo momento mi accorsi di un neo; un piccolissimo neo bruno, a cui non avevo mai fatto caso. Lo guardai direttamente, senza la visione dello specchio e il sentimento di estraneità mi sopraffece di nuovo. Un corpo estraneo, sconosciuto. Una sorpresa che poteva completamente demolire il senso di familiarità che ormai disperatamente cercavo di recuperare dopo quella che, forse scioccamente, stavo per chiamare Rivelazione

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