La rivelazione – 2

Racconto a puntate di Giovanni Sugo Natoli, II parte

Chissà quanti mondi ignoti sulla sua pelle; per non dire delle cose nascoste, quelle che si rivelano solo durante un’autopsia, oppure quando ci si procura una ferita e oltre a imprecare per il dolore e tamponare il sangue che esce lucido ci soffermiamo a osservare quella bocca che rivela appena la superfice di un oceano di segreti. A conti fatti, lui era un universo ambulante e indifferente a sé stesso. Quel neo che aveva appena scoperto, nient’altro che uno stupido neo; era il Rivelatore. Cominciò a pensare al suo corpo come a una estesa e contorta mappa che portava sempre con sé. Ma ora il suo sguardo era diventato acuto e concentrato e decise di leggere questa mappa. Accese la luce della camera e cominciò a scrutare il suo corpo.  Quella luce non aiutava. Rendeva il suo corpo giallognolo e modellato da ombre false. Andò in cucina a recuperare una grossa torcia. Spense la luce della camera e cominciò a esplorarlo. Ne illuminò il torace. Osservò i pettorali avvizziti, i capezzoli due inutili bottoncini rosa. Percorse la leggera carenatura dello sterno di un torace coperto da una bionda lanugine, poi puntò la torcia sul ventre e illuminò l’ombelico. Immaginò che vi fossero contenuti infinitesimali universi, popolati da esseri che vivevano secondo regole condizionate dal clima umido e buio. Vi mise un dito dentro e gli parve di avere sterminato intere popolazioni in pochi istanti. I mondi si rigenerano anche in forme diverse dalle precedenti. Una gravidanza cosmica perpetua. E, pensando, scese con la torcia a illuminarsi i genitali. Sotto un’intricata foresta di peli rossastri e ricci il pene, moscio e raggrinzito, guardava in basso, come contrito per chissà quale colpa; lo scroto era protetto da una rada peluria, come un vecchio quasi del tutto calvo. I testicoli si pronunciavano nel sacco pesanti, uno più in basso e uno più in alto. Da bambino era stato portato dalla madre per il problema di un testicolo vagante; se fosse stato riassorbitosarebbe entrato a far parte di chissà quale universo interno. Scese a illuminare le gambe soffermandosi su una ferita al ginocchio sinistro che si era procurato mentre giocava con amici del tempo. Ecco un segno artificiale sul suo corpo, un segno che non doveva esserci nel Piano Originale, nella mappa precisa e nuova di stampa, e che lo spaventò fino a farlo rabbrividire. Il suo corpo, luogo sconosciuto che solo ora cominciava a manifestarsi, era passibile di modifiche esterne.

Volle arrivare alla chiave di tutto. Focalizzarsi solo su un punto che desse un senso a una mappa all’apparenza senza senso. “Gli occhi”, si rispose immediatamente. “Gli occhi hanno sicuramente la risposta!”. Cercò di illuminare la pupilla del destro, per poter osservare al dettaglio la costituzione dell’organo instancabile. Ma non bastava. Avrebbe voluto entrare nel dettaglio, scoprirne il linguaggio, le parti del tutto. Diventare cieco, era sempre stata la sua paura più grande. Fece una foto alla pupilla destra con la fotocamera digitale. Dopo alcuni tentativi riuscì a ottenere un’immagine più che accettabile. Scaricò la foto nel pc. Cominciò a guardarla. Su schermo più grande l’immagine non era eccelsa ma sufficiente per poter intravedere la trama muscolare della pupilla. Lo guardò: era grande da sembrare quello di un ciclope; le ramificazioni della pupilla celestesi intersecavano e gettavano una cascata rotonda verso l’orrido del foro centrale. Ingrandì l’immagine per aumentare la visione del foro, stretto dal bagliore della luce dello scatto. Fu dopo qualche secondo che si accorse che attorno a lui era diventato buio.

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