Racconto di Cristiana Vittigli

«Quel ragazzo è diventato proprio strano. Lunedì è il due di luglio, il suo compleanno. Ne compie quattordici e sarà trascorso un anno da quando è mancato mio padre inghiottito dal mare come un boccone prelibato. La barca su cui erano fuori a pescare si è capovolta ed è caduto in acqua, ridendo. Lorenzo ha pensato a uno scherzo e rideva anche lui ma poi il nonno è andato giù sparendo nel buio delle nostre acque profonde. Il tutto è durato solo qualche minuto. Un delfino ha aiutato Lorenzo a girare la barca. Lui è salito a bordo ed è rientrato. Tranquillo, beato, sereno, solo.»
Aveva sentito le parole di sua madre: era al telefono con la zia Ninetta, quella che stava in Svizzera e che aveva sposato un tizio pieno di soldi che lavorava in banca oppure vendeva orologi. Non aveva mai capito quale fosse il mestiere dello zio Flavio: sapeva che quando arrivavano quei due si andava sempre a cena fuori e tanto gli bastava per farseli piacere.
Quello che non gli piaceva era che sua madre, da un anno a quella parte, non trovasse un altro argomento di conversazione; con ogni persona che incontrava parlava solo di quel due di luglio aggiungendo di volta in volta particolari, aneddoti, varianti. Lei che non c’era stata, lei che non sapeva.
Oggi zia Ninetta, ieri l’amica Lorena, la scorsa settimana il parroco e via così. Mamma si riempiva la bocca di parole per proteggersi dal dolore con il rumore di fondo della sua voce.
A Lorenzo dispiaceva per lei che, giorno dopo giorno, lo guardava con occhi tristi, gli passava una mano tra i ricci spettinati e sospirava emettendo una sorta di rantolo fastidioso e continuo.
Il nonno gli ripeteva di darle tempo. Prima o poi capirà, gli diceva scoprendo i sei denti che gli rimanevano in bocca.
Lorenzo si era fidato.
Aveva sorriso alla madre, infilato furtivamente il nonno nella tasca sinistra del giacchino ed era uscito dirigendosi verso il paese.
Il ritrovo con gli amici era in piazza, ci voleva un buon quarto d’ora di camminata sul lungomare per arrivarci. Lorenzo non prendeva la strada principale, quella piena di turisti e bimbi chiassosi, lui prendeva l’allungatoia, quella che passa dietro a tutto: al paese, al mare e alla gente. Così facendo non incontrava anima viva e allora il nonno poteva tirar fuori la sua testolina canuta e godersi il sole, l’odore del mare ed il passo rapido e sicuro del nipote.
Gli amici in piazza lo scorgevano già da lontano: alto, magro e riccio, gesticolava con tale irruenza che le sue braccia parevano le pale di un mulino in una giornata di vento. Che poi si chiedevano con chi parlasse visto che loro erano tutti lì ad aspettarlo. Erano curiosi: chi ipotizzava una ragazza bionda e formosa, chi rilanciava con una castana tutta muscoli e chi sapeva: era una più grande, una di diciassette anni e con un fidanzato grosso e molto geloso. Tutti osservavano, confabulavano e congetturavano ma nessuno si era accorto che Lorenzo non indossava air pods, cuffiette o auricolari.
Passavano il pomeriggio a cazzeggiare e a ridere. In fondo era estate, la scuola un ricordo sbiadito e ogni madre del paese aveva istruito il figlio affinché stesse vicino a Lorenzo e lo aiutasse ad elaborare il lutto.
Lui e il nonno erano stati inseparabili ed entrambi amavano il mare sopra ogni cosa. Il ragazzo soffriva, ovvio che soffriva e nessuno in paese si azzardava a dar voce al pensiero comune: quell’adolescente alto e dinoccolato sembrava felice e senza nulla da elaborare.
Soltanto la settimana prima era successo un fatto.
Era tornato a casa per recuperare le scarpe da calcio e raggiungere gli altri al campetto. Aveva appeso il giacchino su una sedia del soggiorno ed era corso in bagno a liberarsi della colazione ipercalorica del mattino.
Alleggerito, si era precipitato verso la sedia lasciata incustodita ma sua madre era stata più veloce e il giacchino era già finito in lavatrice.
«È strano quel ragazzo» pensava la donna mentre il figlio sbraitava per fermare l’elettrodomestico, «è molto strano» si avviliva osservandolo tastare con disperazione gli indumenti bagnati che aveva gettato sul pavimento, «è troppo, troppo strano» aveva concluso vedendo che tentava di infilare le sue spalle da nuotatore nel piccolo oblò della cinque chili.
Affranta lo aveva lasciato solo.
Quando lui era riapparso sereno e tranquillo quasi non credeva potesse essere la stessa persona che aveva visto in lavanderia.
Lorenzo aveva indossato un altro giacchino. Anche questo con una bella tasca sul lato sinistro.
«Quella tasca sembra gonfia» aveva pensato la madre sentendosi osservata e non solo da suo figlio.
Senza motivo apparente, senza necessità di darsi una spiegazione e senza sensi di colpa si era sentita felice ed era la prima volta che accadeva dal due di luglio dell’anno prima. Lorenzo per evitare pericolose domande era uscito di corsa e il nonno, dalla sua nuova postazione, gli aveva strizzato l’occhio sorridendo impertinente.
(illustrazione di Winsor McCay)

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