Uno qualunque

Racconto di Barbara Cancian

Il signor Rodolfo Mattiussi ha da poco compiuto settantacinque anni e vive con la moglie coetanea, la signora Lucia Clapis, in un appartamento piccolo borghese, pieno di libri, tappeti e piante in una tranquilla cittadina di provincia del Nord-Est italiano. Non hanno avuto figli, entrambi professori in pensione, conducono un’esistenza serena, scandita da qualche viaggio in autunno, l’abbonamento al teatro in inverno, il festival dei libri in primavera, i concerti all’aperto in estate e l’immancabile caffè delle dieci nel bar della piazzetta vicino al Duomo della città. Sono una coppia che si potrebbe definire equilibrata, forse un pochino rutinaria, in cui la moglie, di bell’aspetto, spicca per piglio e carisma. Non che sia una virago, piuttosto, a determinare questa dinamica, per contrasto, è l’indole estremamente mite del signor Mattiussi, il quale non ha mai espresso direttamente alcuna opinione e delega in modo naturale ogni decisione alla sua signora. Da ragazzo, non era stato eccellente negli studi, ma nemmeno negligente; da professore, i suoi studenti non lo avevano né amato né odiato; da pensionato, moderatissimo, lascia che la moglie sia il filtro di tutte le sue interazioni con il mondo: lei decide se invitare qualche amico a cena, cosa mangiare ogni pasto, dove andare in vacanza, lei prende gli appuntamenti dal dottore, lei paga le bollette, lei parla con l’amministratore del condominio, lei manda gli auguri a Natale ai figli della sorella che vivono lontano. Lui le sta accanto.

Fisicamente, il signor Mattiussi ha il viso più comune che si possa immaginare, nessun segno particolare, impossibile determinare il colore dei suoi occhi, probabilmente nemmeno lui lo conosce con certezza. È un viso talmente comune che, se si dovesse prendere una matita e un foglio e si disegnasse il volto un uomo caucasico tipo, di una settantina d’anni, si otterrebbe il suo ritratto perfetto, indipendentemente dalle abilità del disegnatore. Così è stato fin dalle elementari, ogni mattina la maestra si sorprendeva nel vedere quel faccino ordinario rispondere all’appello, ma chi è questo bambino, si chiedeva, nel dubbio gli metto un bel sei e mezzo.

Il signor Rodolfo Mattiussi non è né alto né basso, né robusto né minuto, né pallido né abbronzato, la sua corporatura è l’esatta media delle corporature di tutti gli uomini della sua età in questo lato del mondo. È così anonimo che molto spesso accade che le persone lo confondano con qualcun altro. Ed è proprio così che ha conosciuto la moglie, all’università, nel 1970. La signora Clapis, al tempo signorina Clapis per niente interessata alle rivolte culturali di quel periodo storico, studentessa al secondo anno di Lettere Classiche, lo aveva scorto nella biblioteca di facoltà, curvo sui libri, e le era sembrato di vedere il suo primo amore dell’estate dei suoi quindici anni, con cui aveva scambiato da sotto l’ombrellone sguardi carichi di inesperto desiderio e che era ripartito, prima che lei potesse ottenere almeno un piccolo bacio, lasciandola tutta un sospiro per mesi. A quella vista in biblioteca aveva sentito un tuffo al cuore e si era decisa ad andare a parlargli una volta per tutte. L’equivoco si era presto risolto, ma da quel momento non si erano più lasciati. Lui l’aveva trovata genuinamente bella e ne aveva apprezzato la determinazione che gli era sempre stata aliena, lei, dal canto suo, si era accoccolata nel tepore buono che lui aveva da offrirle e talvolta, guardandolo, ricordava ancora intimamente l’innocenza di quell’estate lontana e incompiuta.

Un mattino come tanti, alle dieci, davanti al solito bar della piazzetta, si dirige a passo svelto verso di loro una sconosciuta sulla trentina. “Mi scusi, mi scusi!” dice, mentre Il signor Mattiussi sta per sedersi. “Eccone un’altra”, pensa la signora Clapis prevedendo con certezza il seguito della conversazione.

“Sì, prego mi dica” risponde cortese come sempre il signor Mattiussi, in piedi accanto alla sedia scostata dal tavolino.

“Ma lei è il dottor Bianchetti?”

“No, proprio no, mi spiace.”

La donna si stropiccia gli occhi con le mani, imbarazzata, “Chiedo scusa, l’ho vista da lontano e ho pensato che fosse il medico che anni fa ha curato mia madre, ma ora che la osservo da vicino mi rendo conto che mi sono sbagliata.”

“Non si preoccupi” interviene a questo punto la signora Lucia Clapis, mediatrice del marito come di consueto. “Gli succede sempre, si figuri che lo scorso autunno a Parigi lo hanno scambiato per il Ministro del Petrolio dell’Iran e lo hanno pure insultato ingiustamente.”

La donna sorride, un po’ a disagio, fa un cenno di commiato con il capo e si allontana. Finalmente, i signori Mattiussi-Clapis si possono sedere. Ordinano il solito: un orzo macchiato con biscottino al cioccolato, lei, e un caffè decaffeinato con bicchiere d’acqua a parte, lui, ma anziché prendere dal tavolino accanto il giornale del bar, questa mattina il signor Mattiussi esita: “Lucia, guardami bene, mi vedi stanco?”

Lei lo osserva preoccupata, innanzitutto per l’uso inconsueto dell’imperativo e poi perché sì, in effetti lo vede stanco anzi, per meglio dire, lo vede sfuocato. Prende dalla borsa la custodia degli occhiali da lettura, li estrae con cura e li inforca per guardarlo meglio, li alza e li abbassa sul naso un paio di volte, sembra chiedersi com’è che non se ne era accorta prima, quel viso da uomo qualunque sembra aver perso ulteriormente definizione.

“Rodolfo, sei un po’ appannato, stai bene?” gli chiede.

“Non so, mi sento accaldato.” risponde lui.

Lei gli mette una mano sulla fronte, come fanno le madri.

“Febbre non hai” sentenzia, con una struttura che calca la lingua della sua infanzia e rivela una reale inquietudine.

Un’ombra cala sul loro momento di piacevole condivisione mattutina, il signor Mattiussi è silenzioso, la signora Clapis finge che non ci sia niente di strano, ma consumano in fretta e rientrano a casa.

Di fronte alla porta dell’appartamento a lui cadono le chiavi di mano, prova a raccoglierle, ma si arrende subito, “Lucia, apri tu, io mi sento evaporare”. Lei fa un ghigno per quella frase strana, “Evaporare” ripete a mezza voce con una punta di sarcasmo aprendo la porta.

“Vado in bagno a lavarmi il viso” dice il signor Mattiussi in un sussurro.

La signora Clapis prende l’innaffiatoio e fa come se niente fosse, bagna le piante, come tutte le mattine, ma dal bagno proviene uno strano silenzio.

“Rodolfo” chiama Lucia, una prima volta, dalla sala.

“Rodolfo” chiama, una seconda volta, dal corridoio.

 “Rodolfo, tutto bene, bambin mio?” ripete, di fronte alla porta del bagno.

Nessuna risposta.

La signora Lucia Clapis spalanca la porta: al centro del bagno c’è il mucchio di vestiti vuoti che il signor Mattiussi indossava poco prima al bar, nessun Rodolfo.

L’acqua del lavandino scorre in un filo sottile.

(Illustrazione © Klaas Verplancke)

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