Il fiume

Racconto di Lidia Noviello

Grigio e verde. È il colore della mia città, è il colore della strada ad alto scorrimento che mi porta fuori e dentro la mia città, sempre uguale, senza illuminazione, piena di curve, taglia i campi come un mantra sicuro e ripetitivo, li attraversa con la spontaneità del rivolo, fatta di buche e conche che si riempiono pericolosamente di acqua quando piove. Piove: e la mia città è sempre più verde, verde di arbusti imprevisti e brutti che spuntano dalle crepe, negli orifizi dimenticati dall’andirivieni quotidiano. Fanno parte dello spazio, sono le perle dei giochi dei bambini.

Nella mia città sembra impossibile perdersi. Costruita negli anni del fascismo, le strade del centro sono dritte e razionali, formano angoli retti e di facile comprensione, è piena di rotonde, il traffico scarno e ordinato non crea ingorghi.

Perdersi diventa una sfida, un atteggiamento. In un pomeriggio qualunque, con la noia che restringe la stanza, il rintocco del treno diretto verso o di ritorno dalla grande città, arrivato sbuffando alla stazione, può farti ricordare la strada, farti venir voglia di uscire. Così esci a guardare i grandi cieli non nascosti dai palazzi bassi e radi, le montagne all’orizzonte sempre visibili e azzurre. La luce appare ogni volta obliqua, provenire da un’altra parte; tu cammini, per esempio, tutto attorno al centro abitato, preferendo le strade veloci a ridosso dei campi e delle rotaie. Le macchine ti sfrecciano accanto, tu guardi le erbacce, i buchi nelle recinzioni – qualcuno ha nascosto un tesoro qui – e infili passo dopo passo per chilometri e chilometri. Incontri, in questo tipo di passeggiate, solo facce anonime, e non puoi fare a meno di chiederti come sia possibile; a volte un cane ti passa accanto guardandoti storto, oppure si lancia violentemente sulle sbarre di un cancello di campagna, rimescolando il flusso dei tuoi pensieri, abbaiando forte all’intruso che sei. Trasali, continui a camminare; può succedere allora che ti volti con distrazione e il campo immenso e vuoto, grigiastro sotto il sole morente, ti invade.

Un altro modo di perdersi è questo: sconvolgere le mappe, creare una fortezza segreta nell’immaginazione che nessuno potrà trovare poiché invisibile. Così, al centro della mia città, scorre da un certo numero di anni un fiume. Consiste di poche cose: un muretto fa da bordo, un pezzo di terra è il suo letto. D’estate fa molto caldo, dicono più caldo che in tutta la regione; affondiamo in questa pianura di cemento circondata dalle montagne, non passa un filo di vento e la pressione si alza, raramente scrosciando al suolo in un’ondata di sollievo. Questo fiume, ovviamente, non si asciuga mai, e d’estate sembra addirittura eguagliare con più forza le qualità dell’acqua, scrosciare e saltare. Si potrebbe dire senza esagerare che è una meta molto ambita; verso sera, i bambini e i ragazzi, i folletti e i mostri, ragazze piccole e grandi, si incontrano al fiume per prendere il fresco. Ridono, giocano a carte, si lanciano oggetti rinvenuti sul letto del fiume: cartacce oleate della pizza al taglio, gomme da masticare tutt’uno con le pietre, bottigliette e cannucce, plastiche informi. Bevono da bottiglie prese al supermercato nel pomeriggio, si ubriacano in cinque minuti, fumano tutti. Il centro del mondo è qui, per un attimo in cui ridiamo; il centro del mondo è mobile, si sposta: qualcuno parla di un’altra città, della vita dopo. Il fiume scorre in mezzo alle case popolari, la zona centrale della città; tutte le luci sono fulminate, qualcuno grida di fare silenzio o ci intima di andar via, le stelle bucano il cielo nero chiamandoci a non si sa cosa.

Le strade dritte e lunghe, i treni sporadici. Se qualcuno pensa che questi ragazzi non abbiano immaginazione, che siano stati irrimediabilmente conquistati dalla noia, possiamo obiettare che sbaglia: basterebbe ricordare loro con quale fantasia una volta si sono accaniti su M., la cui unica pecca era di essere un po’ goffo, un po’ lento, inadatto allo scambio veloce di battute e strattonate tra compagni. Gli hanno ficcato una cannuccia dietro e lo hanno ripreso, piangere e mangiarsi il suo moccio e le sue lacrime, col sedere bianco nello schermo del cellulare. Tutti hanno saputo e tutti hanno scordato in men che non si dica; io stesso non ricordo il suo volto, e l’immagine replicata dai telefoni degli altri mi ritorna in mente, pensando al passato, come un fossile senza senso, slegato e luccicante. Erano le strade a farci così? Quelle più corte – mozziconi di asfalto che finivano nel nulla senza preavviso – o i lunghi rettilinei testimoni della nostra lontananza?

Le serate finivano sempre al Villaggio, non c’era molto da fare. Più che in una città, la sensazione era di stare in una grande serra tropicale; i lampioni tutti spenti, il parco enorme e bollente, punteggiato di elementi tutti diversi, utili e non: un percorso di mattonelle attraverso l’erba, buono a nulla; panchine di marmo, utili per le ultime fasi; un campo da tennis abbandonato, ottimo se si sfruttano le ombre; cantine lasciate aperte per la gioia di topi e zanzare, utili ma pericolose. Giocavamo a nascondino, tutte le notti. Una singola partita poteva durare ore; il parco, come il complesso residenziale che lo conteneva, era enorme. Prima che la conta finisse, al buio, ci cercavamo con lo sguardo, e un minimo cenno d’intesa stabiliva chi avrebbe giocato con chi, corso con chi per le prossime ore. Il complesso residenziale sconfinato, la luna, il silenzio, lo sguardo che dice: ti voglio baciare. Così corriamo insieme, per ore; il nostro posto preferito, un albero accerchiato da cespugli al centro del parco, vicinissimo a dove sta quello che conta. Anche se ci trova, anche se non riusciamo a vincere stasera, da qualche parte, ogni volta diversa, noi abbiamo nascosto un tesoro, che nessuno potrà trovare.

In macchina, un giorno qualsiasi, percorrendo guidati dalla voce del telefono strade in cui ancora, dopo anni dal mio trasferimento, mi perdo, C. si era imbarcato in un lungo monologo sull’urbanistica di Roma, sostenendo una semplice tesi: c’è troppo poco ordine, non c’è un pensiero, un progetto unificante per chi qui deve abitare. Avrei voluto dirgli che per molto tempo ho invidiato il disordine della grande città, la possibilità di perdersi, di non conoscere zone intere del posto in cui formalmente si vive, le strade capitate una sopra all’altra. Solo ora mi sembra di afferrare questo nodo, sempre meglio ogni volta che torno nella mia città, in macchina sul rettilineo pieno di curve che mi apre la vista sulle montagne, sul cielo, sui campi inutilizzati. I pensieri cominciano a diminuire e mi sembra di essere tutto vista e tatto, gli occhi che accarezzano e si stendono sulle tele lisce dell’orizzonte, sugli sfondi, senza ostacoli. Mi tornano in mente, senza che io lo voglia, immagini slegate e puntiformi: un buco nella recinzione, le lacrime di M., un cane che abbaia, denti che brillano in un sorriso nel buio, pronti a mordere. Un grande fiume, grigio e verde, si stende davanti a me, la città ne è piena. Io guido, lo attraverso, mi lascio trasportare dalla corrente. Sono alla ricerca di qualcosa di nascosto, l’ho capito; quindi, ho smesso di cercare.

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