Io sono tornato, Arlecchino

racconto di Lorenzo Berra

  Quando mi capita di incontrare mia sorella sulla soglia di casa, rivedo nostro padre. Persino le rare volte che vado in macchina con lei e mi fermo a osservare i suoi occhi che puntano la strada come un falco fa con la sua preda, mi rammento di nostro padre. Sono convinto che ovunque io mi trovassi, sia una via deserta o una piazza affollata, i loro sguardi mi scruterebbero e mi giudicherebbero. Di solito, quando passeggiamo in città e un estraneo ci guarda insistentemente, il suo sguardo, proprio perché ci è ignoto, ci lascia indifferenti; invece, quello di un nostro familiare ha il potere di toccarci, a volte ferirci profondamente. Proprio in merito a questo aspetto vorrei soffermarmi, raccontandovi un fatto che è stato parte di me e del mio passato.

  Una fredda notte di gennaio, continuavo a rigirarmi nel letto. Allora mi sono alzato, e mentre cercavo nell’oscurità la porta del bagno, mi era venuta l’idea di radermi barba e baffi. Ricordo che la lama del rasoio che mi sfiorava delicatamente il viso all’improvviso era oscillata fra le dita della mia mano. Lì per lì non avevo compreso l’importanza di questo gesto, così banale e improvviso, poi, guardandomi più attentamente allo specchio, avevo notato che l’immagine della mia faccia, ancora piena di schiuma, era quasi sparita; facevo fatica a distinguere chiaramente persino le mielabbra e il naso. D’istinto mi ero avvicinato il più possibile a una delle due lampade vicino allo specchio, ma l’incomprensione e soprattutto l’angoscia mi avevano reso talmente cieco da non riuscire più a scorgere i miei occhi, da non riuscire più a darmi una spiegazione logica per questa incongruenza. Così, inghiottito dall’anima del buio di una notte sempre più incombente, mi era accaduto un altro fatto inquietante: gli occhi e gli sguardi di mio padre e di mia sorella si erano impressi proprio in quello specchio e ogni dettaglio del mio viso era scomparso. Ciò che mi era accaduto, durante quella notte di gennaio, non era soltanto frutto di incomprensione, angoscia, sgomento, bensì un senso di inadeguatezza; la stessa che, avevo vissuto un lontano giorno di carnevale di alcuni anni prima.

  Non ricordo di preciso il giorno o l’anno. Ricordo solo che era un pomeriggio di febbraio, e mi trovavo tutto solo in piazza Duomo a Milano. Il sole brillava alto nel cielo terso, e il freddo mi avvolgeva, insinuandosi fra le maglie di lana spessa del mio cappotto. Mi ero guardato attorno, e mano a mano che il tempo passava, vedevo arrivare sempre più persone vestite in maschera. Quando… di punto in bianco, piazza Duomo non era più una, si era trasformata, scissa in due, diventando una sorta di dittico: a sinistra, verso via Orefici, le persone, celate da maschere variopinte e abiti goliardici, ballavano, ridevano e si lanciavano manciate di coriandoli colorati: regnava la spensieratezza dei bambini e la mia anima aveva percepito un entusiasmo che oserei definire fanciullesco; nella parte destra, invece, qualcosa mi aveva rattristato e l’entusiasmo che mi aveva colto lo sentivo scivolare nel vuoto; lo stesso che, un istante prima, aleggiava proprio nella parte destra prospicente il sagrato, sovrastata dalla facciata marmorea del Duomo.

  Nonostante tutto volevo tenermi lontano il più possibile da quella sensazione; volevo, come tutti gli altri, indossare una maschera colorata e abbandonarmi al carnevale. Ricordo che d’istinto mi sono voltato verso la più vicina fermata della metropolitana e ho notato un uomo anziano con un cappello da clown che vendeva palloni, coriandoli, maschere di Walt Disney e della commedia dell’arte; ne volevo una, ma non sapevo quale scegliere ed eventualmente indossare. Alla fine, ho comperato quella di Arlecchino e me la sono calata sugli occhi. In principio avevo pensato che fosse un caso averla scelta, poi compresi che non si trattava solamente di una maschera, ma del mio passato che tentava di tornare, soffocando la vita presente. Così la indossai e rimasi fermo vicino alla fermata della metropolitana a osservare la piazza. Ricordo che mi incamminai verso il lato sinistro, quando, su due piedi, mi fermai: due persone parlottavano tra loro a pochi metri da me e indossavano due mantelli: uno nero, lungo ed elegante, l’altro marrone, corto e assai trasandato; nessuno dei due, però, indossava una maschera, solo occhiali neri con lenti da sole. Ero sempre in tempo a tornare verso la parte festosa, ma qualcosa di familiare nei loro sguardi mi aveva toccato; qualcosa di angosciante, che non potevo più evitare. Dunque, mi feci largo fra la gente che si lamentava per le tasse e le malattie, per gli avvocati e i tribunali. Avrei voluto sgusciare via e passare dove il sole brillava, dove la gente scherzava e si divertiva, ma quei due personaggi li sentivo troppo vicini, troppo familiari. Ero a pochi passi da loro. Ricordo che mi sono fermato e ho iniziato a osservarli. Non erano estranei, erano mia sorella e mio padre. Lo sguardo di mia sorella era inespressivo, quello di mio padre corrucciato; non facevano altro che parlare di cose senza senso, carichi di rancore e disprezzo, e ogni parola che usciva dalle loro bocche era un giudizio negativo sul passato, la vita, la famiglia, me e mia madre; persino contro le persone chepassavano accanto. Di colpo mi sono sentito sprofondare nel vuoto. 

Avrei voluto piangere e scappare, ma le mie gambe e i miei piedi erano pesanti come cemento. Poi accadde un fatto: un bambino vestito da Topolino mi guardò e, sorridente, con la sua piccola mano mi accompagnò verso la parte luminosa e festosa.

  All’improvviso non ero più lì, ma di nuovo nel mio bagno, calato nel cuore di una fredda notte di gennaio, con il viso pieno di schiuma e il rasoio che oscillava ancora fra le dita della mia mano.

  Di questa notte non c’è altro da sapere, nient’altro da supporre, se non che da quello specchio ero balzato come una pallina da ping-pong in piazza Duomo, in un giorno di carnevale, alla ricerca di pace, in un anno qualunque della mia vita.

(Arlecchino, Pablo Picasso)

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