Racconto di Simona Visciglia

Prato, 2 novembre 2023
All’uscita principale della stazione di Porta al Serraglio, mi guardo intorno. Sopra di me i binari e la pioggia che finalmente cade senza violenza; davanti a me via Magnolfi deserta, quasi pittoresca, con le luci dei lampioni che brillano sul selciato bagnato. Solitamente da qui, a poche centinaia di metri dalla farmacia in cui lavoro, prendo un treno per tornare a casa.
Mi accendo una sigaretta, anche se dovrei centellinarle: le conto, stringendo il pacchetto morbido tra le dita infreddolite: “Ne ho a sufficienza per…” penso, facendo un calcolo approssimativo. Ho dimenticato il portafoglio stamattina, mentre cambiavo la borsa. Dannazione a me e alla mania di abbinare gli accessori al cappotto, giornata sbagliata per un inconveniente del genere.
Quando sono uscita per andare al lavoro, da brava pendolare sempre di corsa, ho risposto al volo alla telefonata di mio padre: «Oggi dovresti restare a casa. Lo sai, no, che c’è allerta arancione?» mi dice rimproverandomi, ché non se lo toglierà mai il vizio di essere apprensivo, anche se oramai ho trentacinque anni e non vivo più con i miei da un pezzo.
«Oh, babbo! Se dovessi restare a casa ogni volta che questi diramano un’allerta… che poi non ci prendono mai. Stai tranquillo e dai un bacio alla mamma, vi chiamo stasera quando rientro».
E invece eccomi in questo limbo, tornare in paese è letteralmente impossibile. Avevo ragione solo su una cosa, che non ci hanno preso manco di striscio con le previsioni.
Chiamo mio padre: «Babbo, sono al Serraglio, ma la circolazione è bloccata. E ho lasciato il portafoglio a casa, non posso neanche cercarmi un albergo».
«Chiedo a tuo fratello se ce la fa a raggiungerti… Benedetta ragazza, te l’avevo detto stamattina, ma tu sei una testona e non mi ascolti mai».
Gli rispondo con la coda tra le gambe, ma con uno scampolo di fierezza: «Non è certo colpa mia se l’allerta è diventata rossa ed è successo quello che è successo. Passami Niccolò, fammici parlare un attimo».
«Ci provo a prendere la macchina, sennò che fai là? Passi la notte fuori?» mio fratello mi lascia così, mentre sento che parlotta con i nostri genitori.
Hanno tutti il cellulare scarico, perché in paese manca la corrente da ore.
Restiamo d’accordo di sentirci solo se necessario.
Nel frattempo, rispondo ai messaggi di amici e parenti lontani che stanno apprendendo dai notiziari del disastro in Toscana.
Rassereno tutti, mentre inizia a salirmi l’ansia che fino a ora avevo tenuto in pausa, sovrastata da un barlume di sangue freddo.
Eppure, in questo pezzo di città che ho davanti, sembra tutto normale: il cielo non è neanche così scuro, sopra gli eleganti palazzi che delimitano la strada verso il Duomo; per pochi minuti ha smesso persino di piovere, una pausa irreale e inaspettata.
Vedo arrivare un ragazzo di colore in sella alla sua bici: ha in testa un sacchetto di plastica rosa, di quelli per la spesa che non esistono più se non nei negozi cinesi.
Smonta e, molleggiando, viene verso di me. Mi squadra dalla testa ai piedi, come se volesse capire se posso essere una sua cliente, almeno così penso, cedendo all’associazione ragazzo-nero-nei-pressi-della-stazione uguale spacciatore. Magari si chiede solo cosa ci faccia lì e me lo sto chiedendo anche io da più di un’ora.
Tempo qualche minuto, arriva un altro ragazzo che fa cenno al primo di seguirlo. Nella mia testa i due si stanno mandando messaggi in codice, ma oramai sono preda di allucinazioni, perché inizia a divorarmi la fame. Avrei dovuto essere a casa da un po’, a gustarmi i miei sofficini spinaci e mozzarella, davanti a un episodio di The Bear.
I due se ne vanno, ignorandomi. Avrebbero potuto chiedermi se fossi in difficoltà o, almeno, offrirmi un po’ di haschisch per calmare i nervi.
A interrompere le mie riflessioni socioantropologiche la telefonata di mio fratello: «Virgi, qui è un casino assurdo, non ce la posso fare… Sto seguendo un mezzo dei vigili del fuoco per tornare indietro, quasi restavo impantanato. È tutto buio e le strade fuori dal paese sono un fiume, ti giuro, un cazzo di fiume di fango e pietre».
Non ho mai sentito mio fratello così preoccupato. Gli dico di fare attenzione, di mandarmi un messaggio appena riesce ad arrivare a casa: «In qualche modo farò» è l’ultima cosa che gli dico prima che cada la linea.
Inizio a passeggiare avanti e indietro per scaldarmi.
Riprendo il cellulare, ho una decina di messaggi, ma non li leggo. Scorro tutte le chat fino a quella con Federico, persino i messaggi con l’elettricista sono più recenti dei suoi.
L’ultimo scambio è datato 2022: “Quindi è finita” aveva scritto, dimenticando oppure omettendo volontariamente il punto interrogativo.
Digito, non prima di avere acceso l’ennesima sigaretta:
“Ciao, Fede, come stai? Sarai sorpreso di sentirmi” mi fermo, cancello, riscrivo.
“Ciao, Fede… Lo so che non ci sentiamo da un po’ ma se puoi mi richiami?”. Guardo il suo ultimo accesso, è recente.
Resto a fissare lo schermo in attesa delle spunte blu, mentre sento delle sirene in lontananza.
Trascorrono solo pochi secondi che sembrano eterni, poi la sua chiamata.
La sua voce mi scende fino allo stomaco che si contrae: sarà la fame, sarà che ancora lui mi fa effetto.
«Ehi, Virginia», pronunciava il mio nome per intero solo nei momenti più seri, «è successo qualcosa di grave?»
Riprendo fiato e gli spiego in che situazione mi trovo: bloccata in centro, senza soldi e senza possibilità di raggiungere casa o qualsiasi altro luogo all’asciutto.
«Vengo a prenderti, non muoverti da lì», lui abita in città.
«E chi si muove, intorno c’è l’apocalisse… Non lo so nemmeno se ce la fai ad arrivare»
«Ti richiamo quando sono per strada e ti aggiorno. Ma tu stai tranquilla,quando ti agiti troppo ti viene il mal di testa, me lo ricordo bene».
Le sue parole suonano dolci e rassicuranti e per un attimo dimentico Porta al Serraglio e il freddo pungente che non si arrende neanche al giaccone impermeabile.
Avviso i miei, mentre osservo un tizio che arriva su una moto imprecando, si ferma e poi riparte. È una notte assurda, dove le persone sembrano comparse che appaiono fugacemente e poi spariscono nel nulla, lasciandomi sola al mio destino.
Guardo il cielo che adesso è veramente nero e cade in rapidi frammenti sulle tegole dei tetti. Leggo le notizie in diretta, guardo i video sui social. Povera gente. Case devastate dalla furia del fango, macchine sommerse, alberi che galleggiano lungo le strade. Cose che pensavo non potessero mai accadere a noi. Si sa già quanti morti ci sono stati?
Finalmente la telefonata di Federico: «Sono arrivato, ho parcheggiato dietro la stazione».
Do un’ultima occhiata intorno, come se stessi lasciando un rifugio e mi avvio a passo spedito. L’ombrellino mi si inceppa, si apre sbilenco sulla testa che copro con il cappuccio. I fari accesi della sua Golf sono come la luce in fondo al tunnel: è arrivata la cavalleria a portarmi in salvo.
Salgo in macchina emettendo un lungo sospiro seguito da un ciao rotto dall’affanno.
Lui mi sorride: «Che gran casino, eh?», accennando un movimento verso di me che assecondo sfilandomi il cappuccio e sistemandomi i capelli increspati dall’umidità.
Ci sfioriamo appena: la nostra esitazione si trasforma in un bacio sulla guancia.
«Mi dispiace per il fastidio… Spero non sia stato troppo complicato arrivare fin qui» balbetto.
«Facilissimo no. Sul ponte Datini, il Bisenzio è al livello della strada… Ora vediamo come tornare indietro, mi inventerò qualcosa. Non abbiamo fretta, credo» non ha perso la sua ironia.
«Hai freddo? Alzo un po’ il riscaldamento?», mi chiede ingranando la marcia.
L’abitacolo si riempie di un piacevole tepore e del nostro silenzio. Iniziamo a barcamenarci tra strade allagate, impraticabili e percorse da pochi veicoli, in difficoltà come noi. Sembra di stare in un film distopico: vediamo persone affannarsi per mettere in salvo le loro cose da torrenti fuoriusciti dagli argini che ingoiano tutto. Evitiamo i percorsi più pericolosi, guardando da lontano, un egoismo necessario che però ci turba.
Fortunatamente troviamo il modo per arrivare a destinazione, senza dirci più niente. Non parliamo d’altro se non del tempo e di quello che vediamo, dei danni, della mala gestione del territorio, di quello che forse si poteva fare per prevenire il disastro. Niente di noi, della nostra storia.
Un anno senza vederci, né sentirci.
Il quartiere dove vive Federico è rimasto illeso: qua e là l’asfalto è chiazzato di grosse pozzanghere melmose, ma i tombini reggono, non vomitano acqua di fogna come abbiamo visto altrove.
Entriamo in casa, scrollandoci di dosso la pioggia che abbiamo preso nel tragitto dalla macchina fino alla porta. C’è ancora lo zerbino di Star Wars che avevamo comprato insieme in un mercatino rionale.
«Grazie, Fede» gli dico dopo essermi schiarita la voce «cioè, non lo davo per scontato».
«Ma figurati, gli amici servono a questo».
A un certo punto avevamo pensato che potessimo rimanere amici: le persone che si lasciano si raccontano spesso questa inutile bugia.
«Hai fame?» apre il frigo, scrutandone il contenuto senza convinzione «O preferisci una tisana? Le bevi sempre la sera.»
Conosciamo le nostre abitudini: «Qualcosa di caldo va benissimo»
«E dei biscotti, ho le Gocciole o se preferisci i Pan di Stelle». Ci riempivamo sempre il carrello di schifezze da golosi impenitenti quando facevamo la spesa insieme, le domeniche mattina.
Accende il bollitore, poi resta in piedi tra il frigo e il piano cottura, con le mani in tasca.
«Vado in bagno, posso?» gli chiedo, come un’estranea qualsiasi. Mi accompagna per prendermi un asciugamano pulito.
Guardo lo spazzolino solitario sul lavello e il dentifricio lasciato aperto come sempre.
Odore di Coccolino Profumo di Primavera e di dopobarba al tabacco e vaniglia.
Mi guardo allo specchio, le occhiaie hanno preso il sopravvento sul correttore.
La tazza fumante mi aspetta sulla tovaglietta in rattan.
«Avevo solo malva e tiglio»
«Va benissimo, grazie»
«Basta dirmi grazie. Come stai? Cioè, non adesso. È un po’ che non ci sentiamo, noi due».
Iniziamo a chiacchierare, dei nostri lavori, delle famiglie, degli amici che ancora abbiamo in comune. Un fluire di parole interrotto solo dal crocchiare dei biscotti tra le mie dita che ora sono caldissime.
«Ti preparo il letto in camera nos… mia» gli resta tra i denti un nostra che corregge subito, grattandosi la barba che rade solo una volta a settimana.
«E tu? Dove dormi?»
«Divano letto… alla fine l’ho comprato, come volevi tu. Da Ikea»
«Ah, vedo, non ci avevo fatto caso entrando. Ma ci dormo io, dai, lo sai che poi mi sveglio prestissimo la mattina. Domani ti preparo il caffè».
Mi ignora di proposito, l’accoglienza per lui è sacra e io sono un’ospite.
Gli do una mano a rifare il letto, mi prende una tuta per stare più comoda.
«Ti lascio, sarai stanchissima» mi scruta dalla porta mentre sto finendo di infilare il cuscino nella federa.
Restiamo congelati come in un fermo immagine.
Di nuovo in quella camera, io e lui. Rivedo le domeniche a letto, a dirci parole evanescenti e a toccarci come se non potessimo farne a meno.
«Fede» il suo nome sulle mie labbra.
«Virgi» la sua risposta velata di nostalgia.
Torna verso di me, lascio cadere il guanciale in terra. Cadono le parole che forse dovremmo avere.
La distanza tra noi implode, mentre la pioggia batte sulla finestra coprendo il rumore dei nostri pensieri. Il crollo definitivo di ogni nostra reticenza è un lungo bacio che ci sembra quasi necessario.
Le mani si intrecciano. Io che spoglio lui, lui che spoglia me. Mi guarda, come faceva prima di perderci.
Sa come toccarmi, so come toccarlo. La memoria della nostra pelle. Sincronismo che si ripete uguale eppure diverso. L’unica routine che reggeva allo sfilacciamento di tutto il resto.
Siamo a letto: un groviglio di gambe, dita, sospiri. Occhi aperti, occhi chiusi. Piacere che arriva, lingua contro lingua, pugni stretti il cuore che si ferma e poi riparte. Come eravamo, come siamo. Lui dentro di me, avvolto nel mio abbraccio, sa di giorni perduti, di mancanza e di sospensione del tempo.
Poi una dissolvenza e il ritorno da un luogo lontano: i nostri corpi riacquistano consistenza sulle lenzuola stropicciate, fuori la città è un mare senza onde, un inferno liquido che fa paura.
Tratteniamo il respiro. Sulla pelle rimane un residuo del nostro piacere, una piega sulla coperta arrotolata sotto i nostri piedi.
Guardiamo il soffitto, come se avessimo una sigaretta che si consuma tra le dita. Poi lui si mette su un fianco, solleva la testa poggiandola sulla mano, il gomito a sprofondare nel materasso di molle insacchettate: «Non stavamo malissimo insieme. E anche ora…»
Lo guardo senza scompormi, girandomi appena verso di lui: «Stavamo bene solo in questa camera. E mi sa che abbiamo fatto l’ennesima cazzata».
Si solleva, poggiando la schiena sulla testiera morbida del letto: «La cazzata l’ho fatta io a dirti che… insomma…che mi è piaciuto».
Mi siedo anche io, portandomi le ginocchia al petto. Le tengo strette a me come in un abbraccio, per non abbracciare lui, perché ne avrei voglia.
«Stamattina quando sono uscita dicevano che c’era allerta arancione» inizio a parlare con una freddezza che esplode tra i nostri corpi.
«Non immaginavo che sarebbe venuto giù il mondo. Cioè, si vedeva che non era solo un temporale, che le cose si stavano mettendo male. E che non eravamo preparati. ‘Spetta, cos’è che mi hai spiegato prima in macchina? La faccenda delle casse di espansione…»
«Virginia, di che stai parlando?» mi interrompe, la sua voce vibra sotto un sorriso stiracchiato.
Ma io continuo: «Quando ti dicono che l’allerta è rossa è già troppo tardi. Che potevano fare qualcosa prima che la città venisse sommersa».
«Ma stai parlando dell’alluvione? O di cosa?» un attimo di esitazione, con una mano stira le lenzuola, sollevandole fino a coprirsi il torace ancora leggermente ansimante.
Sento un brivido che mi attraversa da parte a parte, come una stilettata.
«Dai, lo sappiamo entrambi come sono andate le cose tra di noi. Ci stavamo consumando ma ce ne siamo accorti troppo tardi, non potevamo farci più niente».
Non risponde, si stende di nuovo: «Colpa dell’amministrazione sbagliata. E della cementificazione selvaggia. Anche del cambiamento climatico o delle scie chimiche».
Gli do uno scappellotto sulla testa e mi sdraio anche io, chiudendo gli occhi e respirando il suo odore che è anche un po’ il mio.
«Dormiamo?» mi propone, con quella suavoce leggera che sorvolava sempre sulle nostre vite e sulle nuvole nere che c’erano, e che lui non vedeva.
«Ma sì, domani conteremo i danni. Esono stata bene. Adesso».
(fotografia di Luluwithheld)

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