L’ultimo tango

Racconto di Cristiana Vittigli

È riuscito anche a infilarsi nel mio letto quel vecchio porco. Continua a dire di essere mio marito, mi segue ovunque, parla con me e lo fa con voce dolce. Pensa di riuscire a fregarmi e insiste con le sue moine. Idiota, come può pensare che io ci caschi, che io creda ad una simile follia?

 Mio marito si chiamava Angelo ed era l’incarnazione del suo nome, il padre dei miei figli, la ragione della mia vita. È morto cinque anni fa, in una giornata di dicembre in cui faceva molto freddo, il cielo era limpido e un pallido sole diffondeva una luce delicata e intensa allo stesso tempo.

 Angelo è morto e da quel giorno terribile non so più come liberarmi di questo pazzo che gira per casa.

 Non ho nessuno a cui chiedere aiuto: i figli sono lontani, impegnati e distratti, gli amici sono quasi tutti ammalati e quelli che stavano bene fino a poco tempo fa hanno pensato di lasciare questa terra. Io non vado a trovarli: l’unica volta che andrò al cimitero sarà quando mi ci porteranno. Io l’ho sempre detto che voglio che le mie ceneri siano disperse tra le montagne che tanto amo. L’ho detto ma nessuno mi ascolta: non potrò far nulla e mi chiuderanno dentro una bara.

 Mi chiamo Arabella che vuol dire amabile. Ho fatto battere molti cuori in gioventù: mi volevano in tanti ma, quando a diciotto anni, ho incontrato Angelo non mi è più importato di nessun altro. Siamo stati una cosa sola, ci siamo amati nella gioia e nel dolore. Tutti a parole si impegnano a farlo ma per noi è stato veramente così.  Ne abbiamo passate tante insieme: Sarò al tuo fianco qualsiasi cosa accada, mi diceva. È l’unica promessa che non ha mantenuto.

 Non ricordo com’è successo che è morto, credo sia stato un incidente ma non ne sono sicura. Da quando se n’è andato mi è salita dentro tanta rabbia che annebbia ciò che è stato, confonde quello che è, annulla ogni speranza per ciò che sarà. Sento il viso contratto e penso che sia perché mantengo un’espressione dura e severa. Non lo faccio di proposito, non so più sorridere. Se ci provo immagino sul mio volto delle smorfie orrende e mi spavento.

 In tanti pronunciavano il mio nome; ora lo fa solo il porco e la sua è l’unica voce che non vorrei sentire.

 Questa mattina ha preteso che io mi vestissi per uscire. Andiamo a fare una passeggiata ha detto con voce sgradevole e forzatamente gioiosa. È una giornata troppo bella per restare qui in casa ad ammuffire, un po’ di aria buona ti farà bene. Siamo quasi a giugno, nel prato qua di fronte sono sbocciati i papaveri. Se ti affacci alla finestra vedrai una distesa rossa che mette allegria. Ricordi come ti piacevano i fiori? I tulipani gialli erano i tuoi preferiti, dicevi che guardandoli ti sentivi cullata dal sole.

 La rabbia, di nuovo tanta rabbia: l’ho sentita partire dallo stomaco, rafforzarsi e salire fino a esplodere nel petto: non ricordavo nulla di quanto il porco diceva. Cosa ne sapeva lui di me?   Cos’erano questi papaveri? Di che giallo parlava?

 Ho fatto resistenza in tutti i modi: lui voleva che alzassi le braccia per sfilarmi il pigiama e io le tenevo incrociate sul petto, lui tentava di farmi indossare la gonna e io mi sono tolta le mutande, lui provava a mettermi le scarpe e io le ho lanciate dietro alla televisione appena si è inginocchiato per farmele indossare.

 Per recuperarle ha dovuto faticare molto. Ha spostato il tappeto e ha armeggiato goffamente per parecchi minuti con una scopa. Si erano incastrate tra un’insenatura del muro e il mobile porta tv.  Ogni sua mossa rischiava di compromettere ulteriormente la situazione: lui arrancava e sudava per lo sforzo, io gli ridevo in faccia.

 Alla fine ci è riuscito e io mi sono ritrovata con le scarpe ai piedi. Mi ha guardato e aveva gli occhi tristi. Pareva molto stanco ma ha sorriso. E quando il porco sorride io lo odio ancora di più.

 So bene perché vuole farmi uscire. Appena la casa è vuota arrivano i suoi amici ladri: entrano da padroni e rubano le mie cose. Portano via tutto quello che è mio. Io ho capito subito il suo inganno e, in un paio di occasioni, ho chiamato i carabinieri ma lui è maledettamente furbo ed è riuscito a convincerli che tutto era in ordine e che io ero solo un po’ esaurita. È riuscito ad ingannare anche loro: ho visto il più giovane dei due – un ragazzo dagli occhi buoni che assomigliava a mio figlio – passargli un braccio attorno alle spalle e dirgli di farsi coraggio.  

 Maledetto bugiardo. Lo sanno tutti che qua dentro è tutto mio: se lo deve ficcare bene in quella testa da ladro. Non so più cosa fare per cacciarlo via. Lui è sempre qui, continua a girare per casa, a usare le mie cose e a infilarsi nel mio letto.

 Vuole rubarmi tutto, anche i ricordi, anche gli affetti che non ho più e ogni giorno diventa più crudele.

 Ieri – si credo fosse ieri – ha acceso il vecchio stereo, quello del soggiorno che anni fa accompagnava tutte le mie giornate. Lo ha fatto di proposito per farmi soffrire anche se non so come sia riuscito a scoprire che a me piaceva tanto ballare il tango.

 Piaceva anche ad Angelo che era molto più bravo di me.

 Non ricordo il titolo del brano che ha fatto partire, ricordo solo la fitta che ho provato e il dolore che ho sentito quando ha detto: Vieni Arabella, balliamo come facevamo un tempo.

Ladro! Come ha osato? Voleva rubarmi anche Angelo: gli ho dato uno schiaffo in pieno viso con tutta la poca forza che mi rimaneva e sono andata nella mia camera con la rabbia incastrata nel petto.

 Non so quanto tempo sia passato. È tutto sfumato, tutto incerto, dov’è finito ora quel porco?   Eccolo lì, sul mio divano e sta parlando al telefono.

 «Si, siamo usciti una mezz’ora, abbiamo fatto un bel giretto, si certo fino all’edicola. Mamma oggi è tranquilla, abbiamo anche chiacchierato un po’ di quando eravate piccoli e trascorrevamo le vacanze al mare. Abbiamo riso pensando al tuo costumino giallo e alla paura dei granchi di tua sorella: quando ne individuava uno, anche se a metri di distanza, usciva dall’acqua terrorizzata e non rientrava più.

 Come? Parlo male? Ah già, mi sono scordato di dirtelo, distratto come sono ho sbattuto contro lo sportello della cucina. Niente di che solo che mi fa un po’ male la guancia. Non c’è proprio nulla di cui preoccuparsi, state tranquilli, noi stiamo bene e ce la caviamo alla grande. Dai un bacio ai bambini da parte nostra. Ci sentiamo domani» e il porco ha chiuso il telefono.

(dipinto di Jack Vettriano, Il maggiordomo cantante)

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