Racconto di Giovanni Natoli

Un giorno i miei genitori decisero di passare la domenica entrante in gita a Bassano del Grappa. Avevo sette anni, era il 1973, quella domenica mi fecero indossare un cappottino blu con i bottoni di finta madreperla e un berretto col paraorecchie. Era un ottobre insolitamente rigido.
Ci svegliammo alle sette in punto per prendere il treno delle 8.37. Il sole era velato da una leggerissima trina di foschia che rendeva Venezia un tenue, languido ectoplasma, tiepido come il caffelatte di quelli che mi servirono al bar della stazione assieme al croissant che mio padre mi porse dal piattino poggiato sul gigantesco bancone d’acciaio e legno che occupava a semicerchio un quarto del locale.
Guadagnammo il binario dove il treno era in paziente attesa dei passeggeri. Salimmo su un vagone di terza, le cui panche di legno mi ricordavano quelle dei treni dei film western che vedevo i lunedì sera sul primo canale, o con mio padre, quando certi pomeriggi di primavera, andavamo al cinema del C.R.A.L. della marina. I western in tv li vedevamo in bianco e nero, per forza di cose e per questo motivo il sole risultava più sfavillante che nella realtà a colori. Mentre quelli, giganteschi, sul grande schermo, che quasi sempre erano produzioni di terza scelta italo-ispaniche, mi ricordavano le precarietà dei luoghi dove inscenavo con amici – ma più spesso da solo – i miei di western, nella verde valle dei Giardini di sant’Elena.
Il treno per Bassano si mise in moto, prima arrancando e tossendo per poi guadagnare la velocità regolare. Le durissime panche tormentavano i miei glutei in sobbalzi, ora regolari, ora imprevisti dovuti agli scarti di velocità al giungere nelle diverse stazioni dove il treno si fermava, rallentando la tosse e il brontolio. Durante il viaggio osservavo in silenzio il mutare del paesaggio. Dopo l’infinita distesa acquea della laguna che affiancava a sinistra e a destra il treno, ecco che faceva capolino il cemento mestrino con la sua stazione grigia.
Via via che ci si dirigeva verso la meta, il panorama mutava: alberi, cespugli, cittadine che nulla avevano se non l’anonimato. Poi, via via che si guadagnavano le stazioni, l’umore diventava quello da primi decenni del ’900, con le tettoie atte a proteggere dal sole o dalla pioggia, i viaggiatori che coprivano panche di ferro dipinte di verde da cui spuntava qui e lì qualche isola di ruggine. Ogni tanto qualche alpino stava seduto in attesa di un treno che lo riportasse a casa. Giunti a Bassano l’aria era più fresca, frizzante e l’atmosfera diventava anche più ovattata di quella lagunare, e più greve. Passeggiando per Bassano le case, le chiese e i negozi sembravano massicci rettangoli su cui era stato cosparso dell’intonaco di pallidissima ocra. Era quello un luogo agli antipodi della mia città, un paese che non sfuggiva dalle dita come Venezia, liquida anche nei più grevi monumenti, ma si mostrava con la granitica certezza di una solida montanara. La normalità, fatta di alluminio anodizzato e vetrine di negozi di scarpe e abbigliamento con insegne che non si potranno più dimenticare e che ancora oggi talvolta appaiono inaspettate – dove immancabili spuntavano pantaloni alla zuava, alpenstock e borracce con lo stemma della città – si mescolava ai luoghi sacri della Grande Guerra, marcati da lapidi, statue e dallo stile delle insegne delle osterie e delle locande.
Camminare per Bassano mi provocava una stretta in gola e un’impressione di calo di pressione, uno stato mesmerico in cui mi sentivo persino protetto. Ma a quel senso di cura di me si insinuava una innominata melanconia che più avanti, a un certo momento assunse il nome di morte. Le passeggiate per i vicoli, la salita al monte Grappa con l’autobus che odorava di finta pelle e scoregge stantie e unto generico. Poi il ristorante affacciato sulla riva del fiume Brenta, che scorreva in un letto carico di memorie carico quanto quello nascosto dentro ai fori di mitraglia, ancora evidenti sulle pareti degli edifici costeggianti.
Scorre pigro il fiume sotto il ponte degli alpini e osservo il suo levigare i massicci sassi che, accarezzati dal suo corso, si levigano e diventano lustri, riflettono il cielo sempre un po’ malcerto, anche nelle giornate più limpide. Siamo in montagna, in fondo, e il monte Grappa veglia sul carico di gravità umorale del centro città.
Io guardavo questo Brenta, lo seguivo fin chissà dove, in un mondo senza uomini e cose, perennemente grigio come le armi della Grande Guerra. Triste e fallimentare come tutte le guerre. Ma la Prima Guerra mondiale, col suo ossimorico incontro tra antico e moderno risuona sempre dolorosa, fatta di carni strappate, di balle di cannone, di sangue nerissimo,torvo filo spinato, campi verdissimi violati dal sangue e montagne indifferenti e aspre.
La gita si concluse con la tappa all’osteria Nardini, la cui omonima grappa aveva da sempre l’aura di leggendaria. Era per noi la grappa delle grappe; mica come quelle che apparivano pubblicizzate a Carosello da Luigi Vannucchi – via la testa, via la coda, solo cuore. Ma che cuore volete che sia di fronte al cuore dei valorosi alpini e della grappa di Bassano?
Ci sedemmo a un tavolino di legno che mi parve impregnato dello stesso distillato, con sedie di legno che sapevano di acquavite anch’esse. L’oste con un grembiulone nero ci portò l’ordinazione: due grappe lisce e per me una spuma. Il tavolino era posto vicino a una finestra. Ritornai a osservare il lento corso del Brenta e i fori di proiettili sulla parete dirimpetto. Provai un sentimento che poi non mi abbandonò mai più, un misto tra tepore protettivo e soffocamento. Un leggero brivido d’angoscia mi accompagnò da quel momento sino al ritorno a casa. Guardavo il treno ripercorrere a ritroso la strada che avevamo fatto al mattino e sentivo qualcosa di fatale dentro di me. Complice la foschia che non se n’era andata, complice l’inizio del crepuscolo, che indicava la fine del giorno di festa senza scuola, e il lunedì si piazzò al centro dei miei pensieri. Quello era il giorno dove si ricominciava a imbastire la prosa dei giorni qualsiasi, i giorni del dovere, i giorni della routine. Dove mi porterà questa ruota? mi chiesi.
La risposta la dovetti imparare più tardi, quando le persone attorno a me cominciarono a morire e le città a svuotarsi, senza più un ricambio che potesse riempire i vuoti che man mano si aprivano nel mio cuore. Intanto, quella domenica, la cui sera si presentò senza stelle e con una luna opaca, cercavo di aggrapparmi a ogni minuto che passava prima di andare a letto, a consumarlo lentamente, come si fa con una corretta masticazione. Ogni frammento veniva da me assaporato e trattenuto nell’illusione che almeno qualche residuo rimanesse per consolarmi dal lunedì che arrivava: la luce della cucina, il tavolo da pranzo, il cibo della cena, il lento navigare dell’ennesimo sceneggiato Rai al primo canale.
E furono proprio lo sceneggiato, e tutti gli altri a venire, la mia principale fonte di sopravvivenza, coi loro ritmi lenti e le immagini spettrali delle riprese in esterna, fatte con la pellicola in bianco e nero e il contrasto con le riprese negli studi in nastro magnetico, con i microfoni della presa diretta che catturavano ogni fruscio, ogni scivolamento di fogli di carta, ogni clickclack della telescrivente che rigettava messaggi cifrati da un ipotetico pianeta. E quegli arredamenti optical, illusione di un futuribile che in realtà era pressappoco uguale al presente, quelle voci stentoree che scandivano con chiarezza teatrale le battute lasciando lunghe pause tra una frase e l’altra, quelle penombre che sembravano venire dritte da un sogno spiato dal buco della serratura: universi che entravano dentro i miei sogni e li rendevano ancora più depressi.
E fu per tutti questi motivi che mi dissi, mentre cercavo di addormentarmi, che, se la verità di muoversi anche per un così piccolo viaggio dovevano essere questi orizzonti di morte, allora dovevo decidere di non viaggiare più. Mai più.
(Immagine d’archivio, Ponte di Bassano del Grappa)

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