Racconto di Anna Martini

Eve era sotto la doccia quando il cane ha abbaiato. Lo fa sempre quando c’è qualcuno sul pianerottolo, ma stavolta ha insistito di più. Magari è entrato un ladro? Eve ha chiuso l’acqua ed è andata in salotto scalza e bagnata, in accappatoio.
Lì in piedi davanti a Roll c’era Gigi.
Si è chiesta come fosse entrato. Adesso che era arrivata, Roll non abbaiava più, lo guardava e scodinzolava lentamente con quel sorriso che hanno i cani, contento di aver fatto bene il suo lavoro, di averla chiamata e che lei gli avesse dato retta. Gigi le ha rivolto uno dei suoi sorrisi indisponenti – lei non sapeva neanche di ricordarseli – e le ha detto: «È la prima volta che ti vedo nuda». Eve aveva l’accappatoio aperto. L’ha allacciato senza fretta e ha sorriso anche lei. A diciassette anni, quando lo aveva conosciuto, era molto più pudica e molto più bella. Comunque, anche allora, lui aveva visto più di un pezzetto di lei. Adesso, dopo tanto tempo, non le importava; passata è la giovinezza, sono come sono, amen.
L’ha guardato: non era mai stato bello così, lui. Non altissimo, sul metro e settanta. Fisico asciutto (prima era solo magro), occhi grandi verdi e oro sempre quelli, barba, baffi e capelli rossicci alla come-mi-alzo-esco.
Quella faccia le è sempre piaciuta, non era una bellezza regolare, era asimmetrica, occhi sempre un po’ pesti, denti da coniglio. Si è ricordata l’odore caldo che aveva nelle pieghe del collo.
Non sapendo che cosa dirgli, l’ha invitato a seguirla in cucina e a sedersi. Gli ha detto «Accomodati, ti preparo un caffè» e si è sentita strana: era una frase che non gli aveva mai detto. Poi: «Aspetta, mi metto qualcosa addosso e torno».
Si è infilata un paio di jeans e una camicetta gialla.
Era vestita così quando era scesa sotto casa a conoscerlo la prima volta, fino ad allora si erano solo parlati al baracchino, e dopo, ogni tanto, lui le cantava la canzone di Edoardo Bennato: Con quei blue jeans, con quella camicia gialla / quanto sei bella, quanto sei bella.
«Cosa mi racconti?» gli ha chiesto. Cosa si può dire a uno che non vedi da vent’anni? Non lo hai più visto perché vent’anni fa era morto.
«Cosa ti racconto… mah, ho dormito, ho riposato. Io il tunnel con la luce in fondo non l’ho visto.»
«Ma vedevi qualcosa? Sentivi qualcosa?»
«Sognavo di essere al mare sotto l’Etna, da piccolo. Correvo avanti e indietro sulla sabbia nera, raccoglievo le palline di posidonia, i sassi lisci più belli, i gusci di riccio e portavo tutto a mamma. Stavo accovacciato nell’acqua, giocavo con gli anemoni marini.»
«Anch’io lo facevo… Ci mettevo il dito in mezzo finché non si attaccavano.»
«Sì.» Sorride ancora, a labbra chiuse.
«Quindi, poi ti sei svegliato?»
«Sì, il sogno andava avanti come un vecchio filmino. E man mano mi sentivo sempre meglio, sempre più pieno di forza, finché non mi sono svegliato.»
Eve gli ha posato davanti la tazzina e la zuccheriera pensando che forse stava sognando anche lei. Lui ha bevuto il caffè con godimento. «Mi mancava il gusto.»
Poi si è alzato ed è andato a guardare fuori dalla porta del balcone.
Lei è riuscita solo a pensare: Sta in piedi! Non lo aveva mai visto camminare, non aveva mai saputo quant’era alto. Quanto alto sarebbe stato senza la polio. A cinque anni si era ammalato, prima che il vaccino diventasse obbligatorio, e per il resto della vita era rimasto in carrozzina. Paraplegico. Paralisi flaccida degli arti inferiori. Da quella carrozzina, comunque, era riuscito a fare un sacco di cose; compreso farla innamorare di lui.
«Qualche volta ho pensato che il tuo fantasma venisse a sbirciarmi» gli ha detto Eve. «Mentre mi spogliavo, mentre facevo la doccia. Che mi guardassi e dicessi: Ecco, adesso non puoi fare niente per impedirmelo, ti guardo finché mi pare.»
Lui ha riso e «Non funziona così» ha detto.
«E come funziona? Pensavo che i morti sapessero tutto.»
«Mah… io so solo che ci sono ancora, esisto ancora. Da vivo non ci credevo.»
Ha gustato il caffè e se n’è andato, senza toccarla, senza darle un bacio di saluto o stringerle la mano. Le ha detto che si sarebbero visti ancora. Ha fatto una carezza a Roll che ha socchiuso gli occhi compiaciuto. Lei non ha saputo dirgli nemmeno ciao, arrivederci.
Era troppo giovane quando l’aveva lasciato, con una lettera. Non ricorda quasi niente, le pare di avergli scritto, in sostanza, che gli voleva bene ma basta, fine. Crede di aver cercato di addolcirgli la pillola.
Un po’ da vigliacca, gli aveva dato un bacio, poi la lettera, e se n’era andata. Era scesa dall’auto, la A112 blu con l’adesivo del Sole che ride nell’angolo del lunotto posteriore, e se n’era andata.
A dire il vero aveva deciso di mollarlo per un motivo: si era presa una cotta per un compagno di classe, che suonava la chitarra e cantava le canzoni di Neil Young, uno a cui lei era simpatica, ma nient’altro. Però non le andava di uscire con Gigi e pensare a Odo, anche se con Odo non aveva speranze. Quanta onestà sentimentale! Ma era così giovane che il lobo frontale del cervello non aveva finito di svilupparsi, ci avrebbe messo ancora almeno cinque o sei anni. Quello di Gigi, invece… Quanti anni aveva più di lei? Sei, forse.
Eve non sapeva cosa avesse poi fatto Gigi di quella lettera, se l’avesse conservata o bruciata. Lei sentiva ancora tutta la vergogna e la curiosità impossibile di rileggerla, dopo quei trent’anni abbondanti.
Eve esce con Roll e pensa a lui. L’aveva amata davvero, lei dev’essere stata il grande amore della sua vita e la cosa le dava fastidio, all’epoca. Lui la guardava con quegli occhi brucianti. Essere così tanto voluta la metteva a disagio. Forse lui l’aveva anche odiata, poi. Per qualche anno era andato a stare in un’altra città, al mare, con una donna più grande, ma dopo era tornato ad abitare in zona, tanto che certe volte si incontravano per caso in strada o all’Ipercoop.
Lui poi si era ammalato di cancro, uno di quelli più cattivi, e aveva fatto ricerche su Internet e trovato articoli, pubblicazioni, e aveva chiesto a Eve di tradurgli qualcosa. Lei traduceva e vedeva quanto era grave la malattia e gli riportava fedelmente il senso orrendo di quegli articoli ma all’inizio non credeva che sarebbe morto. Era una cosa troppo brutta di cui morire.
Quando era andata a trovarlo in ospedale aveva capito che la vita stava uscendo da lui a torrenti. Non durò molto. Alla fine era riuscito a farsi mandare a casa in tempo; alla fine della vita non voleva avere l’ospedale negli occhi, nel naso, nelle orecchie, su tutta la pelle.
Eve guarda Roll e si accorge che somiglia moltissimo alla Sally di Gigi, pastora focata col pelo un po’ lungo, tranquilla e dolce, sembrava nata per la pet therapy.
Prende la macchina e porta Roll in un posto che gli piace, quasi in campagna. Lo libera sul sentierino che parte alle spalle della stazione di servizio e lui va col trotto elastico, si ferma, annusa e ansima e riparte al galoppo.
Il sorriso indisponente di Gigi funzionava sempre, cioè la indisponeva sempre. La indisponeva la sua tristezza velata, perché alludeva a qualcosa che lei gli negava, che fosse il sesso o solo la presenza. Come si permette di farmi sentire in colpa? Non è colpa mia, pensava Eve.
Non è colpa mia se voglio che al mio primo uomo funzionino anche le gambe e magari sia più alto di me, se voglio perfino che sia capace di cancellare dalla faccia di mia madre quell’aria terrorizzata.
La mamma aveva paura che lei «si sacrificasse». Vedeva solo la carrozzina, quell’affare che rende tutto goffo e complicato, imbarazzante e penoso. E diceva cose il cui senso era questo: che lui non aveva il diritto di desiderarla.
Poi Eve, tempo dopo, seppe che il babbo aveva rassicurato la mamma: non sarebbe durata, le aveva detto, perché Eve non aveva la vocazione dell’infermiera.
Cattiverie, cattiverie, ma se non c’è dentro una perla infrangibile di verità, che male fanno?
Roll si è buttato in una roggia, si sporcherà tutto. Pazienza, è tanto felice. Ora si fermerà all’ombra di quel platano e allungherà la pancia sull’erba.
Perché Gigi è tornato proprio adesso?
Non gli ha neanche chiesto se gli piace stare dritto sulle sue gambe, se gli sembra strano.
*
Sono passati sette anni. Gigi aveva detto che si sarebbero rivisti ma chissà come cammina, o se cammina, il tempo per lui, per i morti. Eve intanto ha cambiato casa; Roll non c’è più, la mamma non c’è più e anche la cattiveria che era in lei è morta prima del corpo. È diventata una vecchia collana di perle, elegante, bianco argenteo.
Si chiede se verranno anche loro a trovarla, come Gigi.
Ma perché gli altri miei morti no? Perché non il babbo, perché non i nonni? E le mie amiche?
Quanti morti.
Esce in giardino. È aprile, il vento è freddo e sul ciottolato dei lunghi gradini del vialetto le foglie secche sono sorrisi un po’ maligni, rivolti a chissà chi. Le fanno venire in mente quei collage animati dei film dei Monty Python. Guarda la luna. Gobba a ponente, luna crescente… ma dov’è il ponente? Dev’essere verso destra. Quanto poco so.
Una di quelle foglie secche è il sorriso di Gigi, la volta che tornavano da un viaggio, lui aveva giocato una partita di basket in carrozzina in una qualche città lombarda ed Eve lo aveva accompagnato, per fargli il tifo, per farsi voler bene anche dagli amici di lui, per non passare la domenica chiusa in camera a fare la muffa. Nel viaggio di ritorno gli aveva tenuto la testa sulla spalla (senza cintura di sicurezza, ancora si poteva fare). Lui le aveva raccontato qualcosa del suo amico Mario. Eve lo aveva conosciuto, Mario: era simpatico, alto, forte, bello, e una volta aveva detto a Gigi che a loro sderenati, «per farvi contenti, bisognerebbe farvi volare».
Eve resiste alla tentazione di rientrare in casa. Si impone di provare piacere per il freddo sulla pelle. Concentra l’anima in una foglia e si fa portare su dal vento.
Forse dovrei aver paura, pensa. Invece è bello. La luce dei due lampioni della piazzetta la acceca e non sa dove stia andando. Quanto poco capisco, pensa.
(Illustrazione: Edward Delaney, Figures in Blue Landscape)

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