Racconto di Giuseppe Coco

L’ultima volta, ventidue giorni prima: Rocco, affranto, la informava che gli era stata assegnata una missione; questo voleva dire che non ci sarebbero state neppure telefonate e messaggi.
Marta si era sentita sollevata mentre gli diceva: «Cosa vuoi che sia una settimana rispetto agli anni che abbiamo da vivere insieme?» poi aveva intonato la canzone di Bennato.
Lui sorrideva e gli si inumidivano gli occhi; lei si sentiva una merda.
Rocco l’abbracciava con disperazione perché non voleva allontanarsi; Marta aveva avuto paura di essere stritolata dal suo corpo immenso.
Nei giorni seguenti, pur facendo la stessa vita di sempre, si sentiva sollevata: il muco colloso in gola era svanito.
L’assenza di lui si prolungava oltre i sette giorni, cosa mai accaduta prima, e lei iniziava a sperare che avesse perso la testa per un’altra e che non avesse le palle per dirle che era finita.
A Noemi diceva di non avere rancore e quando meditava gli augurava che potesse ottenere tutta la felicità desiderabile che lei non era stata capace di dispensare.
Il pomeriggio del ventunesimo giorno, stufe di stare in ammollo nella vasca wellness, cianciando con Noemi, in attesa che scatti l’ora dell’aperitivo per concludere in sazietà il pacchetto benessere, Marta percepisce lo smartphone vibrare. Per inerzia lo estrae dalla tasca della borsa; guarda il nome sullo schermo e una scarica di disagio la trapassa: è Rocco. Irrigidita fissa il susseguirsi ansiogeno dei lampi, non sa cosa fare, trattiene il respiro. Col pompare del cuore nelle orecchie sblocca la chiamata.
Con voce fosca, Rocco si scusa per non essersi fatto vivo; le chiede come è stata nei lunghi giorni in cui non si sono visti; poi con tono felpato le dice che ha impellenza di parlarle.
Anche se il momento non è adatto per intrattenersi in una telefonata prolissa – rischiano di trovare solo bicchieri vuoti e briciole sui tavoli – lo invita a parlare subito, convinta dal tono di voce che vuole mollarla.
«No», risponde Rocco, perentorio «Non al telefono»
«Come vuoi. Allora, domani a cena da me?» mentre Noemi con la mano le fa cenno di chiudere.
Marta sorseggia, mangia, sente Noemi raccontare le sue solite beghe con la madre, ma è presa nel rappresentarsi la scena dell’indomani: Rocco a testa bassa, un bambino colpevole che frigna e chiede perdono per la sbandata; lei arrabbiata inveisce che stavolta è troppo, non è la trombata di una sera.
Al rientro, nel silenzio della casa risente la voce di lui echeggiare e le manca l’aria: ricomincia a schiarirsi la gola per liberarsi del muco colloso.
Come ogni sera esegue il rito meticoloso della crema notte e del controllo dello stato delle rughe sul viso. La spossatezza nervosa la riporta alla preparazione accurata del primo appuntamento con Rocco: il parrucchiere per dare una domata ai ricci; il tubino blu Klein non troppo aderente che esaltava il corpo e il rosso dei suoi capelli. Ricorda come la relazione si fosse insinuata negli spazi liberi tra un turno lavorativo e l’altro, le lezioni di yoga, il cinema con le amiche. Lui non reclamava, aspettava; era buono, premuroso, asfissiante. Lei aveva lasciato che la relazione andasse avanti per inerzia fino a quella volta – erano passati solo quattro mesi – quando aveva scorto sul lobo sinistro una piccola striscia di sapone da barba rappresa: quel segno le aveva fatto capire di non sopportare più la presenza di Rocco nella sua routine. Non aveva nulla da condividere con quell’uomo dal corpo possente e dal minimo spessore mentale.
Da quella sera iniziò a percepire una mancanza d’aria, lieve all’inizio poi sempre più intensa, col tempo tramutata in segno clinico: muco colloso in gola.
Aveva indagato sui sintomi: nessun esame diagnostico aveva dato certezze, solo ipotesi.
Parlando con amici e colleghi di lavoro, si era convinta che il suo disturbo dipendesse dall’alimentazione; iniziò a eliminare i latticini; poi il glutine; i cibi fermentati; le solanacee: niente.
Rocco aveva organizzato una settimana di digiuno di coppia e sedute di idrocolon terapia in un centro termale con resort. Il risultato era stato un intestino lindo, ma sul muco nessun sollievo, neppure lì, lontano dalla quotidianità e nutrendosi di cibi sani.
Per non farne una fissazione, dopo un anno di tentativi, si convinse che fosse un precoce sintomo d’invecchiamento causato dalle sigarette, in fondo molte sue conoscenti fumatrici soffrivano di mal di schiena e dolori alle ginocchia.
Nonostante la giornata relax e l’aperitivo pesante non riesce ad addormentarsi; guarda una delle tante serie iniziate e interrotte per noia, sperando che le concili il sonno: invece continua a rimuginare fino alle tre.
È uscita prima dal lavoro per preparare e prepararsi. Seduta sul cuscino della meditazione tenta di focalizzarsi sull’inspirare calma ed espirare la tensione. Invece di contare i respiri è concentrata sulle parole da usare quando Rocco confesserà, per non dare adito a fraintendimenti, arrivare a recidere la relazione e cacciarlo.
Dopo quindici minuti, smette: neppure la mindfulness è riuscita a sedare l’ansia in cui è invischiata.
Chiede ad Alexa della musica adatta e parte la raccolta Bossa nova per cucinare: spera di stare meno in tensione. Delle esperienze con le numerose diete senza le sono rimaste la voglia e lo sghiribizzo di sperimentare piatti semplici e ricercati, peccato che i risultati spesso sono deludenti per mancanza di estro e di tempo. Netta e lava due zucchine scure, con la mandolina le affetta e le mette in una ciotola di vetro, aggiunge del tofu sbriciolato con le mani e condisce tutto con olio, limone, sale e pepe; rimescola e lascia marinare: sarà il sugo crudista con cui condire le mezze maniche integrali ai grani antichi.
Dal frigo toglie una busta di lattuga gentile già tagliata e una di carote a julienne; in due ciotole inox Ikea suddivide il contenuto delle due verdure, condisce con sale, olio e aceto balsamico. Guarda l’ora: mancano trentacinque minuti.
Passa l’aspirapolvere; toglie giacche e sciarpe ammonticchiate sull’appendiabiti all’ingresso al ritmo di Boa sorte: lo prende come buon auspicio.
Apparecchia; controlla se bolle l’acqua per la pasta; prova a fare dei respiri profondi, sa che tra cinque minuti suonerà: è sempre puntuale. Ma tra un paio di ore sarà una donna libera: ne è sicura.
Guarda le ciotole con l’insalata, la verdura è diventata moscia: l’ha condita troppo presto. Ci aggiunge del sugo di zucchine e tofu per far sembrare le ciotole meno sguarnite. Tira fuori dal frigo due coppette di Tiramisù confezionato.
Suonano al portone; butta la pasta e va ad aprire. Rocco entra con un mazzo di rose gialle e rosse e una bottiglia di Porto in ricordo di un viaggio in Portogallo che avevano fatto due estati prima; si baciano con calore abitudinario.
«Non vedevo l’ora di rivederti!»
«Anch’io» risponde Marta mentre rigira la pasta.
Rocco apre le braccia, ha bisogno di sentire il suo corpo.
Marta si avvicina con un lieve imbarazzo, entra nella morsa dell’abbraccio: lo sente vischioso: una tela di ragno che le prosciuga le forze. Secondi eterni di silenzio, poi sussurra: «La pasta si scuoce».
Finalmente libera, arranca fino ai fornelli, spegne; prende un vaso da un ripiano, lo riempie d’acqua e ci inseriscele rose; scola la pasta.
Rocco seduto a tavola non parla; lei sente addosso quello sguardo che registra ogni movimento:si irrigidisce e un fiotto di debolezza la pervade.
Posa sul tavolo il vaso con fiori; impiatta.
Iniziano a mangiare in silenzio, in sottofondo sempre la musica scelta da Alexa.
La pasta è scotta e il sugo insipido e acquoso. Marta guarda Rocco di sottecchi; lui sembra leggere suoi pensieri.
Mentre consumano l’insalata – che adesso pare l’avanzo di una settimana – lei finalmente chiede cosa avesse da dirle.
Rocco continua masticare e guardare la ciotola; posa la forchetta e fissa un punto oltre lei, a bassa voce le dice di aver mentito: non era andato a fare una missione.
Marta ha un guizzo che riesce a celare e con tono risentito gli chiede dov’era stato, mentre nella testa ripassa la parte.
Rocco con parole tremanti le dice di essere stato ricoverato in ospedale per degli accertamenti che da mesi aveva rimandato per la paura di un eventuale esito infausto.
Il solito coraggio da struzzo, pensa Marta mentre lo incalza a continuare.
Lui le comunica che ha un tumore al rene destro a uno stadio avanzato.
Lei sente il torace sgonfiarsi, non riesce a celare una smorfia e gli chiede perché avesse aspettato tanto per dirglielo.
Rocco con gli occhi umidi le dice che non voleva essergli di peso, visto che ha già diversi grattacapi.
Marta è infastidita da quelle parole vischiose. Guarda le ciotole metalliche: bacinelle da sala operatoria con liquido organico. Con poca convinzione gli dice che forse lui non la considera poi così importante.
Marta, con un ultimo filamento di speranza, gli chiede se il tumore è curabile.
Quando sente che i medici si potranno esprimere solo dopo i primi cicli di terapia si sente soffocare all’idea di doversi occupare di lui, espira con forza ed emette un sibilo come la valvola di un bollitore.
«Amore, stai male?»
«No: una briciola mi è andata di traverso».
«Vieni tra le mie braccia: ho bisogno di te».
Marta è angosciata dall’idea di avvicinarsi a quel corpo immenso appiccicato alla sua esistenza, così, con poca convinzione, lo invita a consumare prima il tiramisù di cui è goloso per avere ancora qualche minuto per trovare una fuga; ma lui non desiste e insiste affinché lei lo curi, lo nutra di speranza.
Adesso Marta non ha alcuna scusa per sottrarsi: deve avvicinarsi.
Lui la stringe forte; la bacia.
L’alito di Rocco sa di farmaco e metallo; nella teca cranica risuonano le parole di Noemi, per anni l’hanno invitata a prendere una decisione. Le manca l’aria: sente che quell’uomo malato sta risucchiando tutta la sua vitalità trasformandola in una bambola di carne.
(Illustrazione di Roy Lichtenstein)

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