Le pieghe oblique del tempo

Racconto di Alessandra Delle Fratte

Fioccava dalla notte prima a Losanna e la gente – eccitata da tutto quel candore – era scesa in strada già di primo mattino.

Maurice Aubry osservava quel brulicare festoso dalle finestre del suo appartamento su Place de la Palud. Qualcuno rimirava l’antica fontana della giustizia, ancora più bella coi flutti mirabilmente scolpiti dal gelo. Grandi e piccini ingaggiavano chiassose sfide a pallate di neve, incuranti di mani arrossate e abiti fradici. Lingue ciondoloni e ansimanti, i cani strattonavano guinzagli e padroni spruzzando ovunque fanghiglia: la prova che quelle povere bestie avrebbero goduto meglio delle proprie pulsioni senza il giogo dell’uomo, un po’ come i figli di certe mamme asfissianti, risparmiati – quel giorno – dall’immancabile non-ti-allontanare perché, nemmeno volendo, qualsiasi sciagura temuta sarebbe potuta accadere.

Aubry, caffè tra le mani, fissava quella spumeggiante euforia con un cinismo inusuale per lui. La vita aveva preso una piega inaspettata e triste, da qualche tempo. Proprio ora che avrebbe dovuto godere del vigore degli anni e del successo professionale, gli eventi l’avevano cambiato; indulgere in simili futilità non gli apparteneva più.

Finì di bere il caffè, poi scese in strada e, montate le catene alla sua Audi, si mise in viaggio. Aveva deciso di andare a trovare l’ex-moglie, Pauline, e non sarebbe stato quel metro di neve a fermare i suoi piani.

Giunto a destinazione, suonò due volte il campanello del pesante portone in noce. La casa era grande, la donna ci avrebbe messo un po’ ad aprire.

Nell’attesa, iniziò a battere i tacchi sulla soglia di marmo: sentiva il freddo pungente insinuarsi fin sotto allo spesso paltò. Con le dita affusolate, che da ragazzo gli avevano assicurato momenti di virtuosismo musicale, prese a tamburellare distrattamente su uno scatolone che aveva portato con sé. Quel ritmo improvvisato tradiva l’ansia che Maurice Aubry sentiva nel petto. Per quello che aveva da dire, per ciò che, forse, poteva cambiare.

Pauline, aprendo, lo salutò sorridente.

«Ciao», replicò l’elegante uomo d’affari.

Sembrava un adolescente al primo appuntamento, imbarazzato dai suoi stessi pensieri sulle labbra di lei, di cui ricordava ancora il sapore.

«Accomodati». Pauline gli fece strada fino in soggiorno, come se lui non avesse mai abitato quella casa. Distanziato di qualche passo, Maurice con lo sguardo ne seguiva l’armoniosità delle curve, più generose di un tempo ma sempre attraenti.

Una femminilità senza tempo quella di Pauline, la migliore amica di sua madre…

Lo charme di Pauline lo aveva ammaliato fin dal primo momento. Quando si conobbero, lei era già una donna di potere nel commercio internazionale; Maurice, invece, aveva appena iniziato ad amministrare gli affari di famiglia affiancando il padre. Belli, innamorati, convinti che il loro sogno d’amore meritasse di essere vissuto, avevano lottato – e vinto – sul pregiudizio per quella differenza d’età, giungendo alle nozze con la promessa di affiancarsi sempre, nel bene e nel male.

Una vita piena la loro; ricca da tanti punti di vista, oltre al denaro. Fino a quando Pauline non aveva deciso, per entrambi, un finale diverso.

«Hai diritto alla tua libertà», aveva dichiarato una sera d’estate. L’aria era fresca, la lavanda in giardino emanava una fragranza pungente e la superficie del lago di fronte alla casa, sotto la luna, sfavillava di luci disseminate qua e là.

Maurice, sul momento, non capì cosa volesse dire la moglie con quelle parole. Gli fu tutto più chiaro quando lei – occhi fissi sullo specchio lacustre e voce rotta dal pianto – aveva aggiunto: «Con me stai sprecando i tuoi anni migliori. Sono vecchia, voglio che tu esca dalla mia vita».

Di fronte a quell’affermazione lapidaria lui non trovò la forza per controbattere e su quel dolore reciproco, lì per lì, non si sentì di tornare. Pensando che la crisi sarebbe presto rientrata, accettò di andar via di casa per qualche giorno. Invece i mesi erano trascorsi grevi; erano entrati in gioco i legali e, fra rinvii e discussioni, la sentenza finale ormai era vicina.

«Il vecchio Jean si è dimesso, serve un nuovo giardiniere. Il cane non è stato bene. E il mio avvocato vuole un altro incontro col tuo…».

Seduti ai capi opposti del lungo divano, Pauline passava da un argomento a un altro evitando la pesantezza dei silenzi. Maurice ascoltava senza replicare, stringendo a sé – sulle ginocchia nodose – lo scatolone che non aveva ancora posato. Lo stringeva come avrebbe voluto stringere “sua moglie” perché così la considerava ancora, nonostante quell’assurda battaglia legale in cui la differenza di età, un tempo irrilevante, era divenuta motivo di separazione.

Rinvigorito da quella consapevolezza, Maurice si decise a togliere il coperchio alla scatola; prese una foto e la consegnò a Pauline.

Lei arrossì riconoscendo lo scatto. Il giorno del loro fidanzamento. In casa di amici, a sorpresa, lui si era dichiarato donandole il sogno romantico sfumato più volte in passato.

Pauline trattenne per un po’ quel fermo-immagine fra le dita tremanti.

Maurice attese che lei rialzasse lo sguardo, poi le passò un’altra foto in cui erano ritratti sul patio di casa, abbracciati.

«Le nozze di cristallo!» esultò lei nostalgica.

Il lago a fare da cornice, gli amici fraterni con i calici in alto per brindare alla loro gioia, e ovunque la neve. Proprio come quel giorno.

In quel momento, una lama di luce si posò sul prezioso dispensatore di ricordi trafiggendo la cortina delle tende in mussola bianca. Un segno dal cielo, pensò Maurice e dal contenitore estrasse una busta.

Si avvicinò ancora di più a Pauline e le posò la busta in grembo.

Lei aprì l’involucro. All’interno un foglio di carta intestata.

«Un certificato?» chiese mentre lo spianava più volte, prima di darne lettura.

Maurice, di nuovo, non disse nulla.

Pauline iniziò a leggere. In silenzio, giunse all’ultimo rigo. Poi lo guardò con occhi velati di pianto. Ogni lacrima affermava ciò che la voce, stavolta, non riusciva a pronunciare: hai un cancro…

«Sì», le prime parole da quando l’uomo era arrivato.

E fu così che Maurice Aubry – imprenditore all’apice del successo, stimato da tutti a Losanna, imponente e autorevole nel suo bell’abito sartoriale, al cospetto dell’unica donna che avesse mai amato – finalmente poté dare voce all’angoscia. Raccontò del suo terribile male. Di quel cancro bastardo, che senza preavviso né sconti di pena gli aveva preannunciato la morte, riducendo il suo futuro a una manciata di anni o, peggio, di mesi. E di quanto, a spaventarlo di più, fosse la prospettiva che la morte lo potesse ghermire nel gelido vuoto della solitudine.

Aveva sempre ottenuto tutto Maurice Aubry, senza mai bisogno di chiedere. Quel giorno, però, chiedeva solo una cosa. Tempo. Poco o tanto non aveva importanza, ma da trascorrere insieme; per quanto ancora possibile.

Rinunciare a lui – sopravvivergli, anche! – non ha più senso, si disse Pauline dopo quello sfogo sofferto.

D’istinto, cercò le mani dell’uomo forte che aveva sposato, così fragile ora. Le portò alle labbra, le baciò dolcemente. Il destino sembrava offrire a entrambi un’occasione. Come una crudele benedizione quella malattia stava portando equilibrio fra le pieghe, oblique, del loro tempo di vita e di morte. Forse, avrebbero davvero concluso insieme quel cammino a due.

Il giorno volgeva al termine; il lago davanti alla casa era lucente di ghiaccio e, sullo specchio gelato, gli ultimi stormi in volo al tramonto tracciavano ombre e riflessi intrecciati.

Come le mani di Maurice e Pauline, di nuovo vicini.

(Illustrazione: Hishiki Asako, Gli uccelli migratori)

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