Lirica italiana del XXI secolo

Racconto di Francesca Guercio

Immaginiamo l’artista davanti a un blocco di marmo rosa del Portogallo. Ciò che aveva in mente era una scultura astratta capace di metaforizzare la sua incancellabile percezione del tessuto sociale come d’un imbuto inorganico dal quale ogni larva di coscienza civile scoli verso il nulla prima ancora di potere diventare materia intelligente. Si era ripromesso di scartare fin da subito simulazioni di ventri, ani, gabinetti alla turca (abusate, logore, pedestri, fintamente interessate a épater le bourgeois e in realtà propense a vendergli un prodotto creando plusvalore), strutture a guscio (scolastiche), forme geometriche circolari rettangolari quadrate (fruste e bambinesche). Forse per effetto della fatica mentale derivante da tale intento (fatica mentale capace d’imbalsamare la primitiva folgorazione poietica trasmutandola nel programma di un analista informatico incline a garantire l’efficacia e la competitività del proprio marchio in seguito a opportuni test di collaudo), oppure, più probabilmente, in ragione della scarsa esperienza (dobbiamo supporre l’artista appena diplomato al secondo livello di un’accademia di belle arti) nella parte sinistra del suo cervello si era aperta, però, un’intercapedine sufficiente a ospitare divagazioni che egli stesso non avrebbe esitato a definire impertinenti, nel senso strettamente etimologico del termine. Quello che qui conta dire è che, per un motivo o per l’altro, al giovane artista era venuto in capo (hic sunt leones) di avere ascoltato e visto una certa cosa. E di averla ascoltata e vista in tv. Ovvero alla tv, come qualcuno preferisce. Quanto all’artista che stiamo immaginando costituisce appena un dettaglio di nessun rilievo avvertire che è solito esprimersi con “in”: “in tv”, pronuncia; non “alla tv”. Non ignora che le preposizioni posseggono un’assennatezza tutta propria ed è pertanto sicuro com’è sicura la corruzione negli appalti pubblici che usare l’una o l’altra comporti sfumature di significato apodittiche, tuttavia per valutarle dovrebbe cacciare il naso nelle sentenze dell’Accademia della Crusca e troppo spesso dimentica di farlo. 

Il giovane artista dimentica spesso anche di accendere la tv, non essendone attratto (per motivi talmente infondati da risultare imperscrutabili) fin dai tempi dell’infanzia quando preferiva chiudersi in camera a improvvisare grossolani quadri di tessuto ritagliando gli abiti di sua sorella piuttosto che dividere con lei la visione inerte dei cartoni animati. Una riflessione individuale sui danni riportati dalla sua psiche in conseguenza delle punizioni impartite dai genitori come risposta alla sua estrosa inventiva condurrà il lettore a esiti e considerazioni interessanti (e purtuttavia arbitrari) circa l’eventualità che quel sentimento congenito nei confronti della tv ne sia stato accresciuto; quello che qui conta dire è che il rapporto del giovane artista con essa è in verità più disattento e ondivago che ostile o protervo. Lo testimonia, nella zona soggiorno dell’appartamento in cui abita in affitto, la presenza di un ricevitore televisivo; funzionante, quantunque anacronistico se paragonato quelli esposti in qualunque negozio di elettronica. 

Quanto a esso, senza spremere sopravanzi di suggestione dai remoti accidenti qui annoverati (né precipitarsi verso interpretazioni estremiste dell’aggettivo “anacronistico”), basterà postulare un apparecchio dotato di uno schermo piatto e di un telecomando. Niente a che fare (per essere giusti) con il rottame a tubo catodico che ci si potrebbe divertire a ipotizzare, magari collegato tramite un ponte di Einstein-Rosen a Campanile sera, al Musichiere o all’Amico degli animali. Ciò che gli si mostra a ogni passaggio in soggiorno è una macchina ragionevolmente inserita nella contemporaneità, in condizione di fargli ascoltare e vedere cose che gli paiono a volte davvero imbarazzanti e scomode per il consorzio umano qualora se ne volesse dedurre il grado di evoluzione. Cose come quella che si era appena fatta strada tra i suoi pensieri, i quali avrebbero dovuto, viceversa, essere concentrati sul marmo rosa e su allegorie (per quanto possibile audaci) dei suoi giudizi di valore civico. Si trattava di una cosa che aveva scordato e che nondimeno nella contingenza dell’ascolto e della visione (appena due sere prima) lo aveva scaraventato in un abisso di disagio, quasi si fosse sturato un varco nel computo dei fatti concernenti la natura degli individui per come gli sarebbe piaciuto potere valutarla. 

Tra gli altri imprevisti nel percorso dell’immaginazione narrativa bisognerà adesso includere l’evenienza di figurarsi l’artista come dotato di uno spirito delicato e schizzinoso, avvezzo a dialogare in intima e sovrastorica corrispondenza con il Secretum, a ragionare sull’attualità del dottor Mabuse, ad andare in brodo di giuggiole tra le note di Dallapiccola. Tale ulteriore sforzo di veduta ci consentirà di accettare senza giudizio né piglio di sufficienza il frangente che, appunto, un varco abissale di dispiaciuto sconcerto si fosse spalancato davanti ai suoi occhi, in quella circostanza, giusto nella zona antistante all’apparecchio televisivo sistemato in cucina dal locatore e mai rimosso o spostato dal locatario. 

A scanso di malintesi (e di incompletezza) occorre puntualizzare che non c’è alcuno scarto tra la prima rappresentazione che ci siamo fatti del piccolo schermo posizionato nel soggiorno e l’enunciazione corrente che lo colloca in cucina: i due fotogrammi suggeriti alla fantasia non sono affatto in contrasto dal momento che nell’appartamento allogato dal giovane artista i due vani coincidono e ogni affresco degli oggetti che vi sono contenuti (così come ogni narrazione circa gli eventi che vi si svolgono) dipende dal punto di vista dell’osservatore. Prova ne sia il fatto che, sempre senza inganno, si può sostenere che il televisore è situato nella stanza studio con biblioteca, nella sala da pranzo e in camera da letto: un ampio tavolo pieghevole a parete, una libreria modulare e un divano con semplice sistema a estrazione rendono plausibile questo portento di prospettiva in modo tale che quanto alla dislocazione della tv l’unica affermazione mendace sarebbe quella che lo attesta all’interno del gabinetto. 

Il divano è nuovo. L’artista lo ha acquistato in fretta e furia un sabato del mese scorso approfittando di una svendita che, stando al servizio pubblicitario finalizzato a promuoverla, sarebbe terminata l’indomani. L’investimento (non proprio trascurabile se si considera la concomitanza della spesa sostenuta per il marmo) si è reso necessario per agevolare la serotina trasformazione in letto. Il proprietario gli aveva infatti lasciato a disposizione una vecchia baracca di velluto stinto, molle artritiche e un sistema a ribalta tanto complicato che si rivelava più pratico buttarsi a dormire direttamente sulla seduta con una coperta addosso (il che aveva rapidamente peggiorato nel giovane artista sia la qualità del sonno sia lo stato delle vertebre cervicali). 

Possiamo certamente congetturare queste ultime divagazioni come ulteriori pensieri intrusivi nella coscienza dell’artista posto di fronte al suo prezioso pezzo di roccia metamorfica (così come lo abbiamo trovato all’inizio della storia), quello che conta dire è che adesso la cosa ascoltata e vista due sere prima in tv è di nuovo in procinto di offuscare ogni altra reminiscenza più o meno pertinente la creazione autoriale. Se non fosse che, dall’area comune, le grida timbricamente impari ma ugualmente inferocite dei due gestori dello spazio di coworking per artisti le contendono all’improvviso la priorità.

Nella palese inverosimiglianza di aggiungere il punto di vista “postazione per scultore” agli esigui metri quadri dell’appartamento con cucina, stanza studio e biblioteca, sala da pranzo, camera da letto e cesso, il giovane artista, infatti, ne paga una a ore all’interno di un laboratorio condiviso per artigiani e creativi d’ogni sorta. 

Va da sé che qualora il nostro talento immaginativo ce lo avesse finora lasciato piazzare (così allocchito com’è, insieme alla pietra rosa del Portogallo) nell’area angusta attigua al televisore, non potremmo che alzare lo sguardo al cielo in un gesto di autocommiserazione, rammaricandoci per la fretta con la quale il logorio della vita moderna ci riduce ad affrontare l’infinito proteiforme degli universi novellistici. Quello che qui conta dire, comunque, è che il giovane artista paga a ore una postazione all’interno di un laboratorio condiviso per artigiani e creativi d’ogni sorta, distante tredici fermate di tram da casa sua. Si tratta di un ambiente concepito con l’intento di camuffare la povertà degli allestimenti spacciandola per scelta di design (precisamente come la quasi esclusività dei luoghi di ritrovo in cui sono di casa lui e i ragazzi della sua cerchia: si tratti di pub, teatri di ricerca, librerie indipendenti, centri associativi). L’area comune dalla quale si levano le grida dei gestori (frequentemente in lite in ragione di crucci economici) accoglie dunque professionisti e avventori tra poltrone scompagnate, scaffalature metalliche usate a sostegno di iconica paccottiglia vintage (tra cui un Dolce Forno Harbert e una scatola dell’Allegro Chirurgo), panche irriducibili appena ammorbidite da cuscini sdruciti, tavoli tarlati carteggiati male e impiastricciati di impregnante cerato, pouf colorati, un biliardino, due sedie da barbiere, un jukebox con i 45 giri originali di Drupi e Donna Summer, tre bollitori ingrommati, una scatola con filtri di tisane e tè, una macchinetta per caffè in cialde, due barattoli di zucchero di canna e un bicchiere pieno di cucchiaini in legno (biodegradabili).

Per come abbiamo fin qui ombreggiato l’indole del giovane artista (al quale è venuto il tempo di assegnare un nome, che potrebbe essere – e di fatto è – Ivan) parrebbe dilettevole immaginarlo mentre condivide i rari spazi di socialità con i protagonisti di qualche buona storia della jazz age; gente vestita preferibilmente di bianco dedita a sorbire champagne da coppe di cristallo (benché per esaltare le bollicine sarebbe meglio servirsi di bicchieri a tulipano rastremati verso l’alto) e tuffare cubetti di ghiaccio nel Gin Rickey. Spiace quindi scoprirlo costretto a trascorrere del tempo all’interno dei locali di un’associazione di promozione sociale talmente scalcagnata che i membri del consiglio direttivo, esacerbati da meschine questioni finanziarie, franano sovente in eccessi verbali capaci di convertire le assemblee dei soci in mistiche sagre della bestemmia; con lussureggiante scialo di madonne, angeli, santi e posti di riguardo per il titolare. 

Certamente nessuno alle nostre latitudini prospere e felici, in questi tempi radiosi e fortunati in cui l’obbligo di istruzione scolastica è stato ormai innalzato a 16 anni (superando in assennatezza e lungimiranza la riforma Gentile che ne consentiva l’interruzione a 14), ignora la teoria esposta da Mircea Eliade all’inizio del Trattato di storia delle religioni secondo la quale nella diffusa, patente e acclarata contrapposizione tra la vita secolare e il profano (da un lato) e la vita religiosa e il sacro (dall’altro) ciò che complica i conti è la pretesa di volere delimitare la sfera della nozione di “sacro”. Con tali (prospere, felici, radiose, fortunate) premesse insite nelle basi della conoscenza comune e condivisa non sarà dunque arduo indovinare che era precisamente una riflessione come quella sollevata dallo storico delle religioni rumeno a sostenere Ivan nella prova cui la rude realtà ne testava ogni giorno l’essenza luminosa, sottraendolo all’avanzata delle tenebre. «Definisci “sacro”», si esortava nel corso delle proprie elucubrazioni interiori. Cercando la pace nell’esicasmo, abbandonandosi alle Upanishad, sostando sul Libro dei mutamenti, curandosi dei principi morali e delle regole di retto comportamento secondo la Sunna del Profeta.

Il problema, fondamentalmente, era ormai uno solo: la cosa che aveva ascoltato e visto in tv giusto due sere prima. Una cosa che gli metteva addosso non tanto e semplicemente “un senso di impotenza” quanto “un certo tipo di senso di impotenza”, quel genere di senso di impotenza assai poco conveniente a un giovane artista deciso a investire speranze e denaro in un blocco di marmo rosa del Portogallo e nell’avamposto di una cittadella del coworking. 

Quanti tra noi non siano mai stati giovani artisti (per di più con un fardello di punizioni riportate in seguito alla precoce vocazione creativa) potranno tentare di comprendere la specifica qualità di quel singolare senso di impotenza rammentando la sensazione di atrofia e sbigottimento, di caducità e accidia, di dispnea e castigo ecumenico provata la prima volta in cui sono scesi alla stazione di Bologna per un cambio treno.  Come in una meditazione guidata, dunque, riportiamo l’anima a quei minuti spaventosi e nello stesso tempo ammalianti e quasi fatali in cui si manifesta l’evidenza che non soltanto sarà indispensabile arrendersi alla certezza di perdere la coincidenza sperata ma bisognerà accogliere in sé la pienezza del compimento escatologico e passare quel che resta della propria vita di terza dimensione vagando nei sotterranei, con l’unico conforto di qualche scambio di conversazione con il Minotauro.

Ebbene, ricapitolato l’evanescente pathos di Ivan col ricorso a smarrimenti più prosaici e ordinari, quello che qui conta dire è che non saremmo lontani dal vero nel postulare in lui una sincera renitenza rispetto a esso: lo subiva e se ne lasciava affaticare, provava a resistergli e gli pareva che fosse una condotta da vigliacco.  Avrebbe desiderato non ascoltare né vedere mai la cosa che aveva visto e ascoltato ma ecco com’era andata, finalmente riusciva a mettere in fila i frammenti di memoria fotografica e non soltanto a soggiacere al gravame emotivo che ne era dipeso (insieme all’aspirazione a venire rapito dagli alieni e traslato in un mondo dove vivere sembrasse possibile e decoroso se non addirittura virtuoso e soddisfacente). 

Partecipiamo, dunque, della sua ricostruzione mentale: 

è sera inoltrata 

quasi notte 

via perciò dalla pazza folla del prime time 

quella pazza folla per convenzione folclore e fabbisogni capitalisti 

strepitante e litigiosa oppure fatua e stolida

 va in onda questo programma

un programma «dedicato alla musica colta» 

in questo modo è stato annunciato e con la formula «per un pubblico “di nicchia”» 

– annaspo sdrucciolo affogo

le frasi fatte della lingua corrente sono dunque inevitabili anche a tarda ora? 

anche tra le esigue riserve dei popoli incontattati? –

un programma televisivo sì

condotto con stravagante albagia da un tizio

«giornalista e musicologo» stando a quanto dice di sé

non sono su un’emittente locale e il programma va in diretta

– si sarebbe dunque potuto tagliare aggiustare

ma no nessuno se ne cura

giova dunque che vada così?

e se giova a chi?

e se giova per quale ragione? –

 la rete televisiva è di quelle che ritengono sensato il prelievo coatto di un canone 

sulle bollette della corrente elettrica

e sì

c’è

c’è questo giornalista a condurre a intervistare a mettersi in scena

un giornalista e musicologo 

«sono un giornalista e musicologo»

in questo modo si presenta 

aggiungendo

«musicista compositore e polistrumentista»

– e Cristo Dio pronuncia quelle parole quasi che il resto del mondo 

debba chiedere per favore prima di baciargli il culo –

dall’alto della sua aristocrazia intellettuale intervista un collega 

lo chiama «collega»

– «non sono un giornalista né un musicologo» scherza l’intervistato 

«e suono soltanto il sassofono»

«ti chiamo lo stesso collega se non ti dispiace» replica il giornalista e musicologo 

insieme a tutte le altre cose che afferma di essere –

l’intervistato

pare subito evidente indubbio apprezzabile buono e giusto

per età può essergli nonno e per carriera modello 

continua a raccontarsi con modestia e prudenza

accrescendo in me il dolore 

aumentando il disorientamento e l’impaccio morale per i tempi e per i costumi

 in modo che vorrei abiurare ai primi e criminalizzare i secondi

invece posso soltanto ascoltare vedere

soltanto leggere tra le righe in questo frammento di presente 

che vedo e ascolto 

l’eccellenza della lirica italiana del XXI secolo

se solo fossi stato coinvolto in qualche modo se fossi stato sul set se avessi potuto esclamare 

«Stop! Rifacciamola!»

invece ero lì nel soggiorno 

lì nella cucina nella stanza studio con libreria nella camera da letto 

ovunque tranne che al gabinetto 

insomma lì 

davanti all’apparecchio televisivo 

ed ecco il musicista anziano con la lunga carriera

il sommesso il bonario l’intervistato

nella sempre più evidente alterazione della scala 

a un certo punto aveva citato Count Basie

ma così en passant 

per dire d’altro per dire di chissà cosa aveva in testa e chissà dove intendeva arrivare

e il giornalista musicologo 

il tante cose insieme

 che però non andava oltre la modulazione diatonica 

l’aveva fermato per domandare 

«chi?»

allora 

«Count Basie» 

aveva ripetuto con gentilezza il musicista anziano e stava per continuare quando il musicologo e giornalista

il compositore e polistrumentista dalla lunga spocchia aveva chiesto

«chi è Count Basie?».

*** *** ***

Confermo tutto. Era andata così. C’ero anch’io quella notte davanti alla tv e l’ho ascoltato e visto come adesso vedo il giovane artista e il suo blocco di marmo rosa del Portogallo, come adesso ascolto i suoi pensieri e il suo sconforto. Nessuno di noi due aveva bevuto, fumato o assunto psicofarmaci. Il giornalista musicologo quella notte durante il programma «dedicato alla musica colta», un programma «per un pubblico “di nicchia”» aveva chiesto: «Chi è Count Basie?» e il sassofonista si era fermato, trattenendo il fiato e forse il cuore per paura che gli scappasse via, poi aveva esclamato: «Credevo che tu fossi un giornalista musicale!» e l’altro aveva replicato: «Sì, sono un giornalista musicale» con l’aria di uno che nemmeno sembrava provare vergogna, se capite quello che voglio dire. 


(Illustrazione: Carlo Carrà, La musa metafisica, olio su tela, 1917. Milano, Collezione Mattioli)

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