Racconto di Simona Caruso

Io non ho un nome.
Molti oggetti in questa casa hanno un nome, a lui piaceva così, comprava qualcosa e doveva battezzarla. La lavatrice si chiama Beatrice, il forno Caronte, il frigorifero Freddy Mercury.
Ricordo il giorno quando lui mi portò a casa. Disse a lei che aveva trovato quello giusto. Mi inserì una batteria, mi sistemò le lancette, mi diede un’occhiata compiaciuta prima di incastrarmi su un piccolo chiodo in cucina e mi disse: «Benvenuto, orologio.» È da quel giorno che io ho un’anima. Orologio rimase per sempre il mio nome, che non è un vero nome, per l’appunto.
Sono trascorsi tre anni da quando lui non c’è più e mi manca.
Era il primo ad accorgersi quando la batteria stava per esaurirsi. Mi succede ancora che la lancetta dei secondi inizi a incepparsi e vada un po’ indietro. È come se le prendesse una sorta di paralisi. Dura qualche istante e poi riparte, fino a che non si ferma del tutto. Lui se ne accorgeva per primo.
Laura, la piccola di casa, non riesce a leggere l’orologio con le lancette, ma somiglia a lui e, anche se non le servo a molto, di tanto in tanto mi osserva e riesce a cogliere ogni mio piccolo particolare.
Lei, Anna, la grande di casa, trascorre molte ore in cucina perché in questa stanza trova maggiore ispirazione. Lei scrive. Ma in cucina fa molte altre cose: oltre a trovare l’ispirazione, prepara da mangiare, fa fare i compiti a Laura. Piange. Lo fa quando in casa non c’è nessuno. Lo fa discretamente quando è da sola.
Io non la sento mai singhiozzare. Le sue lacrime scappano, lo fanno nei modi più inaspettati. Le capita mentre è immersa nel lavoro: apre una cartella sul computer e la vedo trasformarsi, i suoi occhi cambiano forma; è strano, forse cambiano anche colore ed è come se tutto quello che stava facendo si fermasse. Trova un articolo che lui aveva scritto qualche giorno prima di morire. Pensa al momento in cui lui glielo aveva letto, a come sapeva legare le parole. Poteva permettersi di essere fiero di sé stesso, non solo perché era bravo, ma perché era un uomo onesto.
Gli piaceva così tanto giocare con le parole che non c’era giorno in cui non se ne usciva con un termine nuovo, strano, inventato. E conosceva anche tutti quei modi di dire che non si usano più. E mentre Anna rilegge quell’articolo sparisce con lui, in quel tempo che non è il nostro. A volte sussurra il suo nome e poi piange. Lo fa solo per pochi secondi, si affretta a trovare un fazzoletto per asciugarsi gli occhi e torna a fare torna al suo lavoro. Nessuno si accorge di questi secondi tranne me. È un segreto tra lei, me e la stanza.
Quando le arrivò quella telefonata, Anna stava temperando i colori a matita della piccola. Le piace temperare, dice che la rilassa, anche se ha un problema a riconoscere i colori.
Quando partì la suoneria, con il volume basso per non disturbare Laura che già dormiva, capì che era successo qualcosa.
Quei numeri avevano una sequenza sconosciuta. Il cuore le batté forte in gola. Anche io a volte ho queste sensazioni. Avere un’anima può essere difficile quando sei solo un orologio appeso a un chiodo.
Sono trascorsi tre anni e Laura è di nuovo con l’astuccio in mano e lo porge alla madre. Non è più così piccola ma odia ancora temperare le matite.
«Mamma, mi temperi per favore?»
Anna sta per mettere a posto il computer e si sgranchisce le spalle. Afferra l’astuccio e chiede:
«Mi hai portato anche il temperamatite?»
Laura risponde che è già dentro. Dice proprio così:
«È già dentro, mamma.»
E Anna ricorda quelle esatte parole di tre anni prima.
Le succede di nuovo. Vedo che si sforza di mantenere il controllo perché di fronte a Laura non si può piangere. C’è il pensiero di lui che esce di casa e dice:
«Buona temperata, fanciulle.»
Anna fa scorrere la cerniera dell’astuccio, non riesce a fare finta di niente.
Lo svuota sul tavolo e in quel momento, insieme a quel gesto, comincia a raccontare a Laura della notte in cui il papà se n’è andato. Le dice che quando arrivò quella telefonata stava temperando le matite.
È la prima volta che mamma le narra di quella notte. I racconti sul papà sono sempre dolci o divertenti. Tra loro non hanno mai smesso di parlare di lui ma lo hanno fatto sempre come se fosse solo partito per un viaggio. Ma, fino a quel momento, non avevano mai parlato di lui come di un papà che non sarebbe tornato più.
Laura ha tra le mani una gomma da cancellare che il papà aveva chiamato Gommina. Si gira a guardare la sedia vuota accanto alla sua, e per la prima volta si rende conto che non sono più in tre da tanto tempo. Pensa che in tutto questo tempo non ha mai veramente pianto per il papà. Lo ha fatto per molte cose stupide: il gelato che le cade sulla felpa nuova il giorno del funerale, una matita colorata che perde la punta all’improvviso, e altre cose inutili. Pensa di non ricordare più il suono della sua voce. Lo dice alla mamma e piange. Lo fa rumorosamente, non le importa di nascondere ciò che prova. Non le importa di cosa pensa la gente. Non le importa nemmeno di dire no quando qualcuno vuole provare ad abbracciarla.
Anna le tiene le manine. Non riesce a guardarla. Laura lascia scappare tutte le lacrime finché, stanca, decide di continuare a fare quello che stava facendo prima.
Insieme aprono un succo di frutta e si lamentano delle cannucce di cartone. Poi tornano alle matite colorate.
Laura ne prende una tra le dita.
«Di che colore la vedi?»
Anna risponde che la vede marrone. Laura ride:
«È rossa!» dice. E ricordano tutte le volte in cui il papà inventava cose divertenti per non far sentire mamma troppo strana per la faccenda dei colori. In quel caso lui avrebbe detto:
«Ha ragione la mamma, in effetti è un rosso marronato.»
Ricordare quell’uomo che mi aveva inserito una batteria dandomi un’anima mi riempie di malinconia. Sono trascorsi tre anni e non passa giorno in cui Laura e sua madre non lo ricordino e la piccola gli somiglia sempre di più.
Ecco, ora lei ha preso in mano un’altra matita e sta per domandare ancora:
«E questa, come la vedi?»
A quel punto la mia lancetta dei secondi si inceppa, in quel piccolo salto avanti e indietro. Laura, allora, solleva lo sguardo:
«Oh no mamma, orologio ha avuto una paralisi!»
(Immagine tratta dal web)

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