Racconto di Lucia Corsale

Di nome faceva Zaira, viveva in cima al poggio, l’aria salubre e frizzantina, la sorgente che cullava la notte, i germogli di piante e il bosco torno torno. A guardarla – signori miei – che gioia per gli occhi! Quel metro e settanta d’altezza era già mezza bellezza; i capelli corvini inanellati sulle spalle; morbide rotondità dai seni alle anche; la bocca larga e carnosa; e lo sguardo di fuoco a incendiare ogni cosa. Da quanto tempo se ne stesse lì sopra era per tutti un grandissimo mistero: c’era salita con spreco di ciato? era nata coi funghi nel bosco? o era stata calata dal cielo – ffsss – con un soffio? L’avevano vista per primi i cacciatori, il fucile con canna in spalla, i coltelli a lama affilata, a sega e da scuoio, il carniere a tracolla, tra le nuvole – chiu chiu – il verso dell’assiolo. Era appena passata la tempesta, sgocciolavano la sughera e il leccio, gli stivali di gomma nel fango, bum, bum, morte al cinghiale che si sbafò carcasse e ghiande. Un fragore che lì lì era parso un tuono – ora tornano il lampo e l’acqua scrosciante – ma il merlo acquaiolo, la ballerina gialla, il martin pescatore pigliarono subito il volo. Sull’uscio d’una casa immersa nel verde, che spuntava a stento, c’era Zaira, la sottana di seta frusciante, uno scialle con la spilla d’agata, i piedi agili e nudi, un’orchidea sul collo tatuata.
«Signurina, nun si scantassi, semu tutti bravi cristiani, ma – sa com’è – ci piace la carne fresca e tenera che si conserva per l’oggi e, se capita, per diverse simane».
«Non ne avevo alcun dubbio, sono qui per una boccata d’aria, ma rientro immediatamente, non voglio arrecare disturbo».
«A noialtri, se resta affacciata, ci fa un gran favore, anzi – se a vossia non ci dispiace – possiamo venire dentro, in un attimo saltiamo il muro o se, proprio insiste, ci può aprire il cancello».
«Con immenso piacere, concedetemi però qualche minuto, devo cambiarmi d’abito e – state tranquilli – vi farò entrare subito».
Zaira spuntò, una vestina longa e svasata che le fasciava il petto, le chiome raccolte colle forcine, le scarpe di pelle di lupo e pendenti che ondulavano per le movenze forse anche del vento.
«Eccomi!»
I cacciatori restarono impalati, senza dire né A né B, come se fossero stati stregati.
«Ahiiii!» ma il più anziano buttò na vociata: «Maledetta pietra, ci misi il piede di sopra e pigliai una storta, perso sono, adesso a casa chi mi ci porta? ».
«Mi spiace tanto, ma stia tranquillo, la rimetterò in sesto. Si levi, intanto, stivale e calza, vedrà come farò presto».
I cacciatori si guardarono attorno, la casetta di legno era calda e accogliente, in cucina un tavolo, quattro sedie, alle finestre tende a scozzese con lo sfondo verde. Il divanetto, sempre a quadrettoni, era a due posti, sulle mensole file di barattoli pieni di erbe, i nomi scritti a stampatello nelle etichette.
«In nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti. Amen. Santi Ippolito e Ponziano, sanate questa frattura, seppellite il dolore oltre le mura».E sull’arto un empiastro d’incenso, farina, aceto, chiara d’uovo, che quello – cose dei pazzi – fu come nuovo.
«Non sappiamo come ringraziarla. Non abbiamo soldi d’appresso, ma ce li portiamo domani e decide vossia, se tenerseli tutti o, caso mai, ci vuole dare il resto».
«Per questa volta, non voglio alcuna ricompensa, in futuro, però, vi prego, non lasciatemi senza».
«Ci possiamo dare il cinghiale, che pigliammo ora ora, oppure i nostri uccelli, accussì si consola».
«Vi ringrazio con tutto il cuore, ma per la cacciagione non sento il minimo languore. Di cinghiali e volatili non saprei che farne, adoro, invece, i rettili, soprattutto, quando si insinuano nella carne».
I cacciatori non capirono granché, ma calarono la testa, senza chiederle come e perché. Al ritorno, però, commentarono la questione:«’Sta fimmina è fora dal comune, cu tutte l’àutre non c’è paragone. A taliarla – vero è – fa subito sangue, ma guarisce colle mani e si mette a tu per tu coi santi. Sotto la lingua, poi, ci ha un serpente disegnato, signori miei, non è che stiamo babbiando, oppuri celo siamo sognato».
La notizia – manco a dirlo – fece il giro del paese tra le bestie da pascolo e soma, il migliaio di teste che si contava appena e le anime assunte nel cielo senza sogni né più pretese. Si insinuò, perciò, nei cortili, le casupole di calce e pietra e – don don don – penetrò fulminea magari nella chiesa.
Le donne, che non si aspettavano una cosa di questa, ricordarono il bene fatto ai mariti, puah, lasciarsi infinocchiare da una strega, il Signore li avrebbe puniti: «Non hanno di che lamintarisi, la tavola sempre apparecchiata è, frjiti l’ova, riscaldati la pasta, mentre io, ca sugnu stanca, ti conzo l’insalata; che, poi, li trattiamo coi guanti gialli, amore lavati subito sopra e sotto, l’acqua della cisterna bona è, altrimenti pigliati quella fredda del pozzo; che, poi, teniamo la casa linda e pinta, amore, avà, non sporcare, sennò te la faccio pulire colla lingua; che, poi, balliamo nei letti come a tante lupe, uuuuuh, perciò com’è possibile ca ni fannu curnute? E allora, magari ca su’pazzi ppi sta jiatta morta, noi sbirre siamo e, se questa entrò dalla finestra, noi la facciamo uscire ppi subito dalla porta».
Padre Luigi, invece, si mise a ginocchioni: «In Nomine Patris, et Filiii et Spiritus Sancti. Amen. In te confido, mio Nazareno, i miracoli ai ciechi e all’indemoniato muto sono tra le pagine del Vangelo».
Come fu e come non fu, però, molti uomini, colti da malore, che ebbero infortuni di ogni specie, invocarono Zaira, dimenticandosi di Gesù Nostro Signore.
Cominciò Januzzo, un pallore da fare spavento, chi stanchizza a salire la scala, niente fame e qualche mancamento.
«Così combinato, là sopra non ci posso arrivare, qualcuno deve chiamare Zaira e spiegarici che sono messo troppo male».
Le donne – al solito – non vollero sentire ragioni: «Alla lontana bisogna starci, perché è femmina che porta alla perdizione».
I cacciatori, invece, esaminarono da più parti la faccenda: «Zaira manco a peso d’oro scende, ci voli un’autorità, una persona assai sperta». A un tratto, si guardarono in faccia: «Bi, ma Padre Luigi di no non ce lo dice, è un uomo eccellente e poi tutta una cosa cu Dio è, l’Onnipotente».
Perciò, entrarono nella chiesa dedicata a Santa Eustochia Smeralda Calafato, c’erano i santi Accursio e Cateno, un raggio di sole trafiggeva Gesù che, a occhi chiusi, la testa di lato, dormiva sereno.
«Padre Luigi, padre Luigi, il signor Januzzo non si può trasportare, né per terra e manco per mare. Perciò, Zaira deve scendere fino a qua sotto, ce lo dicissi lei, sicuro ca ci duna ascolto».
Ehi, tu che fai la spola, ricorda: ‘U Signuri cunfunni, ma poi consola.
Padre Luigi non se lo fece dire due volte, lasciò perdere la preghiera a San Giovanni decollato “Non ti scordare questo monte, la valle e tutto il creato”, e montò sulla bicicletta, la tonaca svolazzante, negli occhi un pezzo di cielo, il sorriso accattivante.
Un’ora era da poco passata che Zaira arrivò col sacco di juta in mano, la strada disseminata di pietre, ma lei, fresca come una rosa, non si era per niente stancata. Padre Luigi, invece, pareva avvilito, la lunga salita tra i sentieri accidentati stavolta l’aveva sfinito.
«In Nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti. Amen. San Casimiro, infondi sangue ricco nelle membra di quest’uomo, è ancora nel vigore degli anni e conosce pure il perdono». E decotto di lupini con quattro foglie di ortica, un bicchiere subito, a piccoli sorsi, per non sentire la fatica.
«Quanto ci dobbiamo dare?».
«Di una moneta io mi accontento, ma con l’aiuto di Dio – In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti – voglio fare centro».
E così Manuele, dentro il recinto dei porci, sbavò all’improvviso, braccia e gambe con la scossa, nella testa, Maria Santissima, che botta! Nonostante fosse in queste condizioni, articolò, comunque, “Za –i –ra”, sperando che arrivasse più veloce assai di prima.
Ehi, tu che fai la spola, ricorda:’U Signuri cunfunni, ma poi consola.
E padre Luigi salì rassegnato, che delicata mansione la sua, ma di Dio era un soldato.
Zaira, invece, i seni turgidi e il sorriso malizioso, guizzava col corpo, sempre più smanioso.
«In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen. San Vincenzo Ferreri e Sant’Andrea Avellino, passeranno le convulsioni, prima che spunti la stella del mattino». E acqua benedetta aspersa sul malato, sette parrocchie di sante fimmine – Tresa, Brigida, Fanìa, Oliva, Venera, Delfina, Angelina – aveva scomodato.
«Quanti soldi ci dobbiamo dare?».
«Di una moneta io mi accontento, ma con l’aiuto di Dio – In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti – voglio fare centro».
E, perciò, ‘Ntonio sollevava un covone di fieno, che – zac – un ragno velenoso lo punse nel braccio, rossore, prurito, non passavano mica col ghiaccio. “Zaira, presto, sennò sono perso”.
Ehi, tu che fai la spola, ricorda: ‘u Signuri cunfunni, ma poi consola.
E padre Luigi salì di buon grado, che compito importante gli era toccato!
Zaira era sempre più esuberante, non le pesava il tragitto, faceva passi da gigante. «In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen. San Vito, quest’uomo verrà in pellegrinaggio, ma tu – mi raccomando – prenota fra cent’anni il suo ultimoviaggio». E vapori di vino caldo con saliva sulla parte ferita, che quello – signori miei – ebbe salva la vita.
«Quanti soldi ci dobbiamo dare?».
«Di una moneta io mi accontento, ma con l’aiuto di Dio – In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti – voglio fare centro».
Così, a Zaira la chiamarono santa, ma quel nome nel ciclo santorale non era a sua immagine e somiglianza.
Era venuta alla luce una notte del 25 gennaio, quando – dicevano i martirologi – si commemora la conversione dell’apostolo Paolo. Se avesse perso la verginità si sarebbe trasformata in serpente, nessun uomo dunque l’avrebbe sposata, tranne che per un incidente. Nella sua famiglia, poi, erano tutti dottori e medichesse speciali: suo padre, un certo Settimo, era l’ultimo dei figli nati, uno appresso all’altro, senza femmine nel mezzo; sua madre, di nome Venera, aveva attraversato due volte lo stretto, così, una mattina del Venerdì santo che ancora faceva assai freddo; e suo fratello Gualtiero, il giorno del battesimo, era stato immerso nell’acqua della Madonnuzza del Buon pensiero.
Capitò, allora, che Concetta, da poco sposata, come fu e come non fu, accusò dolori al basso ventre, non c’era tanto da capire, la pancia era già sporgente. Le contrazioni erano forti e costanti, ma le spinte, il sudore della fronte non bastavano, la creatura voleva mettere i piedi avanti.
«Per piacere, chiamate a ‘sta Zaira, sta fimminazza, ‘sta casimira».
Ehi, tu che fai la spola, ricorda: ‘u Signuri cunfunni, ma poi consola.
E padre Luigi riprese il cammino, un po’dimagrito, ma cotto a puntino.
Zaira, invece, era sempre più vitale, il passo spedito, nella voce un canto di cicale.
«In nomine Patris et Filiii et Spiritus Sancti. Amen. Sant’Anna e San Gerardo Maiella, benedite questa partoriente, fate risplendere la sua vita, ridotta ora a una fiammella». E tintura madre di salvia e camomilla sfregata sulla natura e sul pancione, un catino di acqua calda, ecco, è pronta un’abluzione.
«Quanti soldi ci dobbiamo dare?».
«Di una moneta io mi accontento, ma con l’aiuto di Dio – In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti – voglio fare centro».
Come fu e come non fu, magari i bambini, dacché facevano baccano, cominciarono a stare male, mah, vai a svelare l’arcano.
Vincenzino aveva perso l’appetito, dolori addominali, mal di testa, diarrea, milza e fegato ingrossati, in faccia nessun colorito. “Papà, mamà, solo Zaira mi può salvare la vita”.
Ehi, tu che fai la spola, ricorda: ‘u Signuri cunfunni, ma poi consola.
E padre Luigi, ormai deperito, non si tirava indietro, ma era stato avvertito.
Zaira, invece, arrivava pimpante, il sorriso compiaciuto, la mèta non era distante.
«In nomine Patris et Filiii et Spiritus Sancti. Amen. San Fiacrio, questi sono sintomi seri, cancellali perciò col tuo amore, fanno nascere, oh, brutti pensieri».E una fila di mignatte dietro le orecchie, bagnoli di acqua e aceto sulla fronte, mica sono barzellette.
«Quanti soldi ci dobbiamo dare?».
«Di una moneta io mi accontento, ma con l’aiuto di Dio – In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti – voglio fare centro».
Le donne, però, invece di esserle grate, andarono da Padre Luigi precise a tante indemoniate: «Chista, colla scusa che è maga, arrimina nelle nostre vite, comu l’ogghio nell’insalata. Chista, colla scusa di guarire certe ferite, si ni vinni cca a rubarini i nostri mariti. Chista, colla scusa di vedere nascere le creature, trasì nelle case e pigliò confidenza magari colle quattro mura».
Padre Luigi, ormai sempre più secco, rispose con un filo di voce, mentre il suono delle campane si fece mesto.
«Care sorelle, abbiate fede in Gesù Nostro Signore, Zaira non farà cadere sulle vostre famiglie il benché minimo disonore».
«Padre Luigi, ma comu pò essiri accussì sicuro? Ce lo disse Cristo in persona o a spergiurarcelo fu quella specie di santona?».
«Care sorelle, più che altro conosco i vostri mariti che, come tanti, a sentire parlare di serpenti, si saranno risentiti».
«Affari soi se è brava a ammaestrare i serpenti, , basta ca nun arruvina a iddi e magari amici e parenti. Che, poi, ci deve scusare, lei, sì, è un bel pezzo d’omo, ma è pratico di sola chiesa, non conosce, perciò, pila e piliddi del matrimonio. Quando coi nostri mariti facemu trasi e nesci – perché solo così la cosa n’arrinesci – ci chiamano Zaira, confondono perciò il mezzo soldo colla lira».
«I vostri mariti non confondono un bel niente, non infrangerebbero la tradizione, per andare controcorrente».
Le signore non capirono il senso: Ma Padre Luigi, sempre chiarissimo, proprio ora niscì fora di senno?
«Padre Luigi, per caso parlò coi nostri mariti e nun ci voli diri che ci hanno tradite?».
«Zaira ai vostri mariti non prese di mira, perché al volo preferisce la spira».
«Padre Luigi, perciò, lei parlò con Zaira, e non ci dice niente di questa fachira?».
«Care sorelle, l’avrei voluta esplorare in profondità, ma così mi rispose senza pietà: Mio caro Monsignore, mi trasformerei in serpente se solo perdessi il mio onore. L’ho detto pure agli altri pretendenti, che da quel momento, lo riconosco, non sono più stati invadenti. Mi cercano soltanto per recuperare la salute, mentre le mogli, sospettose, si credono cornute. A lei, invece, che è molto perspicace, dirò di più, altrimenti non avrò pace. Non sputerei, certo, veleno, ma il suo anfratto, faccia attenzione, scandaglierei appieno».
Oh, ma Padre Luigi sicuro ca sapi assai, per questo parla difficile, accussì non passa i guai. Oh, ma Padre Luigi sicuro che difende i nostri sposi, voli mettiri paci, comu fannu tutti i religiosi. Oh, ma Padre Luigi sicuro ca s’inventò la storia del serpente, ni voli fari scantari, e noi occhio per occhio, dente per dente.
Capitò, perciò, che Marisa, non ebbe più il ciclo, a sedici anni giurò che era vergine, supra Dio e tutti i santi. “Ah, la pancia, chiamate Zaira, su, su, datele qualsiasi mancia”.
Ehi, tu che fai la spola, ricorda: ‘u Signuri cunfunni, ma poi consola.
E padre Luigi salì per l’ultima volta, ormai lo sapeva, ci sarebbe stata la svolta. Zaira, infatti, fu attesa invano, Januzzo, Manuele, ‘Ntonio, Vincenzino e Marisa la cercarono assieme a qualche altro paesano. Esasperati, perciò, entrarono in chiesa, neanche una candela brillava, nonostante la fede fosse sempre accesa.
«Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Signuruzzu, di Zaira non sappiamo più niente, ‘a circammu ddà supra, ci dobbiamo fare il giro del continente? Signuruzzu, falla stare bona, nun s’attrova na fimmina accussì, è magari gran dottora, signorsì. Signuruzzu, che, poi, successe, un fatto strano, padre Luigi chiuso nella sagrestia è, havi duluri all’ano.
Passi d’uomo risuonarono nella chiesa, anche un sibilo che annunciava la resa. Padre Luigi nel collo aveva un serpente attorcigliato:«Oh, Dio Dio, mancano Adamo ed Eva, così nella Bibbia c’è stampato. Ohu, si dondola a destra e a manca, non cammina bene, guardatelo come arranca».
«Padre Luigi, come sta?».
«Cari fratelli, sorella cara, quando volli esplorare Zaira in profondità, la ciàraula, per l’ennesima volta, così mi rispose senza pietà: «Mio caro Monsignore, mi trasformerei in serpente se solo perdessi il mio onore. Lo dissi pure agli altri pretendenti, che da quel momento, lo riconosco, non sono stati più invadenti. Mi cercano soltanto per recuperare la salute, mentre le mogli, sospettose, si credono cornute. A lei, invece, che è molto perspicace, dirò di più, altrimenti non avrò pace. Non sputerò, però, veleno, ma, faccia attenzione, il suo anfratto scandaglierò appieno. Io non ho resistito alla tentazione e, dacché le ero sopra, mi sono dovuto mettere a carponi. Il suo non è stato un dispetto, aveva parlato chiaramente come un libro aperto. Zaira, comunque, non è velenoso, vuole essere trattato soltanto come una sposo».
Ehi, tu che fai la spola, ricorda: ‘u Signuri cunfunni, ma poi consola. Di una moneta io mi accontento, ma con l’aiuto di Dio – In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti – feci finalmente centro.

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