
Favola di Cristiana Vittigli
Polly aveva sette anni e poco altro: niente genitori, fratelli, sorelle e nemmeno nonni, zii o cugini. Non aveva un cane e neanche un gatto.
Polly era uno dei bimbi di lassù. Chi entrava in quell’edificio in mattoni rossi, incastrato in cima alla collina con il suo aspetto un po’ triste, le inferriate alle finestre e il pesante cancello chiuso, perdeva identità e sogni. I bambini che vivevano dietro a quel cancello erano esseri indefiniti, vaghi e lontani, dalle coscienze sazie e sonnolente degli abitanti di quei luoghi.
Eppure, quei bimbi esistevano. Per dar loro un’educazione erano state istituite numerose regole, difficili da memorizzare e ancora di più da applicare. Le punizioni per chi trasgrediva invece erano solo di due tipi ed erano semplici: divieto di mangiare e obbligo di fare le pulizie. L’entità della pena dipendeva dalla gravità della mancanza riscontrata.
La persona che decideva le punizioni era la signora Marta, un donnone che alle sei e trenta di ogni mattino passava in rassegna le due camerate dell’orfanotrofio e – mani sui fianchi, passo pesante e sguardo severo – stabiliva con sentenze inappellabili le sorti quotidiane dei bambini.
Polly di tanto in tanto bagnava il letto, non amava spazzolare denti e capelli e spesso si distraeva quando gli adulti le parlavano. Aveva i capelli ricci, fulvi e arruffati, era sottile come un filo d’erba e, con quel rosso in testa, somigliava a un fiammifero.
La signora Marta quando era piccola aveva dato fuoco alla sua stanza giocando proprio con dei fiammiferi e, da quando era arrivata quella bambina che le ricordava i suoi infelici trascorsi d’infanzia, era diventata ancora più rabbiosa e suscettibile di quanto già non fosse. Per la sua trovata incendiaria era stata mandata per un mese dai bimbi di lassù, che già a quei tempi popolavano tristemente l’edificio sulla collina. Quando ne era uscita non aveva più nulla della bambina esuberante e curiosa che combinava guai senza malizia, ma aveva scoperto quei sentimenti di odio e frustrazione che l’avrebbero accompagnata, aumentando di anno in anno, per il resto della vita. Lasciato alle spalle il pesante cancello, aveva giurato a sé stessa che, da allora in avanti, le punizioni le avrebbe solo inflitte e mai più subite.
Polly era la preda perfetta per l’astio della signora Marta che, simulando un dispiacere che era molto lontana dal provare, spediva quasi ogni giorno la bambina a lavare i bagni senza farle fare colazione.
Polly aveva sempre fame, tanto che quasi non se ne curava più. Spazzava camerate e puliva stanzoni talmente di frequente che sembrava nemmeno le pesasse. Era così abituata alle urla che sussultava spaventata quando sentiva il tono dolce che la signora Marta usava nel rivolgersi a Cesare, l’antipatico gatto tigrato al quale erano riservate attenzioni e prelibatezze che i bimbi nemmeno riuscivano a immaginare.
Ogni giorno per un’ora i bimbi di lassù potevano giocare in cortile, uno spazio grande quanto un campo di pallacanestro, situato tra il cancello e l’entrata dell’edificio, esposto al vento gelido d’inverno e al sole cocente d’estate. Non c’era un albero sotto il quale ripararsi, una panchina sulla quale sedersi o una fontana alla quale dissetarsi. C’erano solo tanti sassolini bianchi. Gli altri bimbi si sedevano in terra a gruppi di tre o quattro fino a quando la pressione di quelle pietruzze conficcate nei pantaloni verde scuro della divisa non li costringeva ad alzarsi e a camminare, scuotendo con forza quel tessuto spesso e grinzoso che li rendeva uguali e irriconoscibili. Due anni prima, quando era arrivata, quei gruppetti erano già formati, consolidati e chiusi. Nessuno le aveva fatto spazio, nessuno l’aveva guardata spostandosi quel poco che sarebbe bastato e Polly si era accorta in fretta che stare seduta sopra i sassi non fosse una cosa molto divertente. Aveva preso l’abitudine di fare lunghe passeggiate lungo il perimetro del cortile, raccontando favole a un peluche sformato e con gli occhi chiusi che teneva sempre in braccio e studiando con attenzione ogni particolare del grande cancello. Fin dai primi tempi aveva notato che sul lato sinistro dell’inferriata che la escludeva dal mondo esterno c’era un piccolo avvallamento, come se in quel punto ci fossero meno sassolini e il livello della strada fosse più basso. Durante le sue quotidiane passeggiate, giunta al lato sinistro del cancello, raccoglieva un paio di sassolini, li infilava nelle tasche, proseguiva il percorso e li faceva cadere silenziosamente vicino ai gruppetti di bimbi seduti.
Un bel giorno, raccontando all’orsetto le avventure della tartaruga Gioia, il personaggio di sua invenzione che più amava e che in quell’occasione era inseguito da una strega cattiva curiosamente somigliante alla signora Marta, si era bloccata incredula, constatando che lo spazio sotto il cancello era ormai sufficiente per far passare una bimba poco più grande di un fiammifero e aveva deciso seduta stante che la fuga a cui pensava da quando era arrivata, sarebbe avvenuta la notte successiva.
Quel cancello non lo aveva mai visto aperto neanche quando era arrivata. Le avevano raccontato che era stata consegnata, profondamente addormentata, da una giovane donna dai vestiti logori che nascondeva il volto sotto un grande cappello. Per i primi quattro giorni non si era mai svegliata e per le prime due settimane non aveva detto una parola.
Tutti avevano pensato che fosse muta e anche un po’ strana con quei capelli rossi che si notavano a metri di distanza. Solo quando avevano cercato di toglierle dalle mani l’orribile peluche con gli occhi chiusi dal quale non si separava mai, Polly si era improvvisamente animata, strillando forte e scalciando come un mulo.
La signora Marta, convinta fin da allora, che quella capocchietta rossa si sarebbe rivelato un bel problema da gestire, aveva dato indicazioni di lasciarle tenere quell’ ammasso di acari, talmente brutto da non interessare ad altri. E così, Polly e l’orsetto avevano iniziato una nuova vita, senza sapere come e perché fosse finita la precedente di cui conservavano solo qualche vago ricordo.
Come sempre quella sera era andata a dormire ma, invece di sprofondare nel sonno, era rimasta vigile, gli occhi spalancati per abituarsi al buio. Quando tutto attorno a lei era diventato silenzioso e immobile si era alzata, si era sfilata il camicione da notte che aveva indossato sopra la divisa, aveva afferrato l’orsetto e si era diretta verso la stanza della signora Marta. Doveva fare due piani di scale, percorrere un lungo corridoio e raggiungere l’ultima porta sulla sinistra. Dentroun orribile vaso c’erano le chiavi del portone d’ingresso che la sera veniva chiuso a tripla mandata. Polly lo aveva scoperto qualche mese prima, mentre stava spolverando la collezione di porcellane che la signora Marta custodiva nella sua stanza. Attenta a non fare il minimo rumore, la bambina era riuscita a fare il primo piano di scale e a superare Cesare, raggomitolato dentro a un sontuoso cesto di vimini ricoperto di morbidi cuscini, per poi proseguire salendo al piano superiore. Aveva spazzato quelle scale talmente tante volte da conoscere i punti in cui il legno scricchiolava e lucidato quei pavimenti così spesso da sapere che, facendo scivolare i piedi senza staccarli da terra, non avrebbe prodotto alcun rumore. Arrivata nei pressi della stanza della signora Marta era sudata da capo a piedi ma, senza curarsene e leggera come una piuma, aveva aperto piano la porta. Era entrata: il suo cuore batteva talmente forte da farle credere che il rumore si sentisse fino all’esterno. Solo parecchi minuti dopo si era un po’ tranquillizzata, percependo i respiri pesanti della donna profondamente addormentata.
Polly non poteva certo immaginare che, proprio in quegli istanti, una bambina poco più grande di lei era andata a trovare nel sonno la signora Marta. Era una bambina con i capelli bruciacchiati e lo sguardo triste che diceva: «Io non sapevo che sfregando quei bastoncini si accendeva il fuoco, non volevo fare del male a nessuno, stavo solo giocando. Mi vogliono punire senza darmi la possibilità di spiegare. Non sono cattiva, ma ho paura che lo diventerò anche se io non voglio». La bambina con i capelli bruciacchiati e lo sguardo triste aveva smesso di parlare ed era rimasta silenziosa in un angolo della stanza guardando Polly che cercava le chiavi, un po’ infastidita da quello strano odore di fumo che aveva saturato l’aria.
La signora Marta era abitudinaria e prevedibile: il vaso con le chiavi era al solito posto e Polly lo aveva trovato senza particolari difficoltà anche se era buio pesto.
Con le chiavi in tasca era consapevole che, se fosse stata scoperta, non si sarebbe salvata nemmeno fingendosi sonnambula. Lasciata la stanza della signora Marta, aveva sentito che Cesare si era svegliato per dare la caccia ai topolini bianchi che spesso apparivano negli angoli più imprevisti del casermone e, distratta dai movimenti del gatto, aveva fatto un passo troppo corto, facendo scricchiolare rumorosamente uno scalino. Grazie a tutti i santi del paradiso nessuno si era accorto del rumore e Polly aveva ben presto raggiunto la porta d’ingresso, infilato e girato la chiave nella toppa e aperto silenziosamente. Appena uscita aveva resistito all’impulso di andarsene velocemente e si era attardata il tempo necessario a richiudere il portone. Le era scappato un piccolo sorriso immaginando Marta che urlava a Johnny e Jack, i suoi cattivissimi aiutanti che dormivano in soffitta, di recuperare le chiavi e aprire quella maledettissima porta.
Nel buio di una notte senza luna né stelle, era poi arrivata al cancello, al suo lato sinistro e all’avvallamento che in due anni era riuscita a ingrandire quel tanto che le bastava per infilarsi sotto e arrivare dall’altra parte.
Si era distesa a pancia in giù, si era appiattita come una sogliola girando la testa da un lato, non aveva respirato e aveva iniziato a strisciare: talloni uniti e punte dei piedi allargate con gli alluci che la spingevano in avanti: un centimetro alla volta con l’orsetto avvinghiato al suo fianco. Il cancello le comprimeva ogni muscolo, ogni osso, ogni singola parte del corpo, ma non avrebbe mai potuto fermarla.
Il lugubre edificio che era stato la sua casa era alle sue spalle, silenzioso: nessuna luce si era accesa, nessun urlo aveva rotto la notte e nemmeno Cesare si era più fatto sentire.
Polly era immobile con l’orsetto in braccio e protetta dal buio che per una volta non le faceva paura.
Alle prime luci dell’alba aveva iniziato a camminare per allontanarsida quell’orribile posto.
Chissà a quante colazioni saltate e quanti bagni da pulire equivaleva la sua fuga e chissà quanto sarebbe stata derisa dagli altri bambini una volta riportata indietro: con i capelli arruffati e più rossi del solito, la divisa verde scuro e l’orsetto stretto tra le mani, Polly si era avviata senza curarsi dei lividi, dei graffi e senza cercare risposte.
Cammina, cammina era arrivata nei pressi di un fiume che scorreva tranquillo verso la vallata. Il sole era ormai alto e faceva molto caldo: Polly si era tolta gli abiti per fare un bagno. L’acqua era limpida, fresca, ristoratrice. Distesa a pancia in su si era divertita a guardare le nuvole che soffici e leggere si rincorrevano, facendosi gioco l’una dell’altra cambiando continuamente forma. C’era una nuvola-gatto che inseguiva una nuvola-cane che diventava una nuvola-topo per nascondersi dietro a una nuvola-gallina. Provava una sensazione piacevole che supponeva fosse gioia e non si sarebbe più mossa se non fosse stato che a un certo punto si era accorta che sulle dita delle mani erano apparsi dei segni violacei e profondi e che stava battendo i denti per il freddo. Era uscita in fretta dall’acqua ma, un po’ stordita dal turbinio di pensieri e di piacevoli emozioni, invece di dirigersi alla sponda da cui era entrata, aveva preso la direzione opposta. Non si era preoccupata: su un masso rotondo e accogliente c’era il suo orsetto accoccolato sopra un paio di calzoncini rossi e una maglietta blu e accanto c’erano anche delle scarpe da ginnastica bianche. Non aveva resistito e le aveva provate con i piedi ancora bagnati: calzavano alla perfezione.
L’orsetto le sembrava un po’ diverso dal solito, ma, felice di non dover più indossare la ruvida e pesante divisa verde scuro, si era vestita in fretta senza approfondire la questione. Si stava specchiando soddisfatta nel fiume quando un boato potente che proveniva dalla sua pancia vuota la scosse da capo a piedi. Si guardò attorno e, tornando con lo sguardo nei pressi del masso rotondo dove aveva trovato gli abiti, si accorseche il sasso burlone si era spostato un po’ di lato per far spazio a un panino straripante di mortadella e a un bicchiere colorato colmo di succo di mirtilli.
Polly si era voltata in direzione dell’orsetto che nuovamente le era parso un po’ diverso dal solito, ma la fame era troppa per riuscire a pensare ad altro se non a mangiare in fretta quel ben di Dio che aveva davanti agli occhi.
Con lo stomaco pieno e il masso rotondo che era tornato al suo posto, si era sdraiata al sole ed era scivolata in un sonno diverso da quelli cupi e vuoti che era solita fare all’orfanotrofio. Si era trovata in una storia accogliente dove una mamma con gli occhi verdi e un sorriso dolce la invitava ad andare verso di lei. Appena Polly si era avvicinata, la mamma aveva iniziato asussurrare una melodia così armoniosa che la bambina si era rifugiata tra le sue braccia con naturalezza. Stava per addormentarsi anche nel sogno quando una voce squillanteaveva pronunciato il suo nome: un simpatico papà aveva cinto con un braccio le spalle della mamma. Per qualche momento si era unito anche lui al canto ma un bau inaspettato lo aveva interrotto. Sulla scena era arrivato il cane più grande che Polly avesse mai visto e che avrebbe anche potuto spaventarla se non fosse stato per lo sguardo rassicurante e placido con cui guardava i suoi padroni. Ciondolando pigramente, il gigantesco cane si era avvicinato alla mamma dolce e al papà simpatico depositando sulle guance di entrambi un’interminabile e umidissima leccata.
Polly era scoppiata a ridere così forte che si era svegliata.
Si era messa a sedere improvvisamente, guardinga e spaventata: a quell’ora la sua fuga era stata certamente scoperta e la signora Marta, ansiosa di infliggere nuove e terrificanti punizioni, aveva certamente mandato Johnny e Jack a cercarla, con l’ordine di non farsi rivedere fino a quando non l’avessero trovata. Un brivido gelido le era corso lungo la schiena ed era rimasta seduta, incapace di muoversi in attesa dell’inevitabile, quando aveva sentito due occhi verdi e dolci che le chiedevano il suo nome e una voce squillanteche la incoraggiava a rispondere. Dietrodi loro, il caneenorme aveva iniziato a scodinzolare e abbaiare allegro.
Polly, pizzicandosi la pelle per essere certa di essere sveglia, si era sentita protetta quando quella mamma dolce e quel papà simpatico avevano stretto le loro mani sulle sue.
Qualche ora dopo il sole tramontava e la signora Marta urlava contro Johnny e Jack tornati a riferire di non aver trovato la bambina ma solo la sua divisa abbandonata vicino al fiume. I due tirapiedile stavano chiedendo se dovessero riprendere le ricerche ma lei li aveva cacciati in fretta, appena in tempo perché non si accorgessero del piccolo e involontario sorriso che le era spuntato involto.
Polly camminava con la sua nuova famiglia verso la sua nuova casa e la sua nuova vita.
Accanto a loro trotterellava il cane enorme e sulla sua groppa si era sistemato l’orsetto: aveva gli occhi aperti e sorrideva.
(immagine dal web)

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