Totò Mezzasalma

Racconto di Lucia Corsale

Nel paesino  di quel gruppo montuoso, le liti  erano all’ordine del giorno, un quadro disdicevole e,  a tratti, scandaloso. Tremila teste, oh, che discutevano per ogni fesseria:  “Che bedda me’ figghia,  a la to nun ci assimigghia”; “Il mio cortile è soleggiato, nto to ‘a luci nun  trasi  mancu di latu”; “Me’ nonna era menza marchesa,   m’attocca, perciò,  assittarimi nel  primo banco della chiesa”.  Non mancavano, certo, le questioni più importanti: “ Dall’albero mi rubasti assai castagne”, “Sì, ma tu nun mi turnasti chiù le cavagne”;  “Le  mucche to  si mangiarono il mio fieno”, “Che colpa  ho io? nun ci pozzu mettiri ‘u frenu”;  “La   terra è mia, non c’è servitù di passaggio”, “Parla parla, tanto ti manca il coraggio”. Tutti i giorni la stessa storia, nessuno che  abbassasse la testa, che si facesse passare la boria. Il prete, Manuele Gianbecchina, bonu ‘mpustatu e ormai sulla cinquantina, dava a ciascuno un  buon consiglio, ma  il proposito durava infino all’indomani, non appena  si trovava un nuovo appiglio. Le voci si sentivano  macari nell’altra montagna, in un grande casale, oramai solo, ci stava  Totò Mezzasalma. Spesso,  il barone  arrivava colla carrozza trainata da quattro cavalli e si faceva il giro delle  pendici e  di  tutte le  valli. I paesani erano invidiosi  della sua ricchezza e macari del suo  cuore,  perché  di casa ci stava  la purezza. Il gran signore, ogni volta che incontrava un cristiano, si levava il cappello  e, se era possibile, gli dava la mano. Quelli, però, lo sbirciavano   a stento, mai una buona parola, un gesto di cortesia, che dimostrassero il loro attaccamento. Il barone Mezzasalma, però, non perdeva la sua umanità, confidava in Gesù e nella sua immensa bontà. Appena poteva,  entrava   in chiesa, specialmente alla  domenica e  per le feste comandate, la sua vita era già una  quaresima. Si metteva in ginocchio – Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo – mentri qualcuno lo guardava storto. L’unico che gli dava conto era Don Manuele: “ È  stanco? Si vuole confessare? Forse ha bisogno di bere”.  E lui lo aggiornava sulla  sua vita privata, seduto supra na panca, con un bicchiere frisco di limonata. E poi gli lasciava un’offerta: “La tenga per sé o per chi ha urgenza   di soddisfare una determinata  esigenza”.  Il prete una parte dei soldi se li metteva di lato, per aggiustare il muro, le panche e l’unico quadro; l’altra gliela dava a chi aveva una necessità,   la gotta,  la tubercolosi del gregge, le spesate per transitare nell’aldilà. “Questi soldi non sono miei – specificava – me li diede il barone, per i vostri sollievi”. 

Ma a quelli, oh, da un orecchio ci entrava e dall’altro ci usciva: “Fa finta di essiri  bonu coi soldi di  so matri e di so patri,  non merita manco il perdono”. 

Un giorno, verso la scurata, l’aria  fu  percorsa da un guaito, verso di cane o di omo ferito.  Seguì   un requiem stonato, la vita qualcuno aveva abbandonato.  

 Accominciò a piovere prima  piano, poi rinforzò e  dalla montagna l’acqua  ci arrivò infino all’altopiano. Le  case non ressero la tempesta, in alcune volarono delle tegole, in altre una finestra. Tutto attorno fu scuro, non si vedeva manco  da vicino, e non serviva accendere un   fiammifero o  un lumicino.  

<<Aiuto! Aiuto! Qua finisce  male, arriva  un altro diluvio universale. Il vento soffia arraggiato, una furia pare, ah,  chissà chi ci ha  capitato. E tutti ‘sti lampi nto celu, Maria Santissima,  ‘u strazzanu, ppi daveru. Bi, ma pirchì i tuoni? Chi scrusciu! Comu a centu tromboni. Ma, poi, che fu quella voce? di bestia o di cristiano?  Faceva scantare, ma come lo denunciamo? A pirchì, quella musica dei morti?  Che la sonano a fare? Tanto non la sentono, nun  è ca su’ risorti >>.  

 La chiesa, invece,  si  era tenuta salda,  la veemenza dell’acqua l’aveva lasciata intatta.   Il cielo lì sopra aveva pianto,  solo qualche  lacrima, nonostante fosse  assai affranto.  Dentro il luogo  sacro, la luce era  a giorno, un cataletto al centro,  grossi ceri torno torno.  Una musica nell’aria si era sparsa, non era canto di morte, la pace sia con voi, l’anima non è scomparsa.  La Madonna aveva  sorriso in modo strano e  con gli occhi lucidi aveva guardato lontano.  Padre Manuele non aveva   parole, la fitta gli doleva, come un ago nel cuore. 

Passato qualchi misi dalla bufera,  tornò tutto come prima, mentri l’aria odorava di primavera. I tetti furono aggiustati, nessuno si ricordò chi li avesse scoperchiati. Dalle finestre chiuse  non si sentiva il fetore delle stalle, mentre il  fieno – a picca distanza –  veniva ridotto a  balle.  Continuarono a sentirsi le vociate, i paesani, sempre in guerra, si sentivano alle crociate. Gli uccelli intonarono  il loro canto – cinguettio, garrito – sconoscevano il disincanto.  Ma in  una notte di stelle – le nuvole non erano a pecorelle –  comparì una strana creatura,  a guardarla, nessun dubbio, si trattava di una cosa contro natura.     <<Aiuto! Aiuto! Nto celu  gira ‘n-mostru, è niuru comu fussi  tinciutu  cu-ll’inchiostru. Di fisico è  preciso a un pipistrello, la faccia, però,  ce l’ha  rosa e, picciotti mei, l’ali su’ quantu a ‘n-mantellu>>.  

  Cogli occhi ancora sbarrati, perciò,   riempirono un piatto di  acqua infino all’orlo e  una, due,   tre gocce d’olio, aspettarono la croce affiorare per   poco: <<Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. San Michele 

Arcangelo, macari che ho fede nel nostro Signore,   di facci a tia  mi inginocchio per due ore;  san Michele Arcangelo, jiu vajiu a la Missa e fazzu digiunu, ma tu  aiutimi, sennò ti cunsumu; san Michele Arcangelo,  ‘a to preghiera è cchiu forti di ‘n-liuni, mannalu  via a stu diavuluni>>. 

Ma  san Michele Arcangelo si stesi  mutu e dalla croce nel piatto non ci fu  né  cenno, nemmanco  un saluto.  

Lì per lì nessuno raccontò  il fatto, forse era stato inganno degli occhi, incubo del  sonno  o scherzo di qualcuno mezzo pazzo.  L’ombra, però, tornò  spesso  e,  finito  il giro,    spariva supra na nuvola o nella tomba, lasciando tutti senza respiro.   Perciò, non sapendo più a che santo votarsi, andarono tutti insieme infino alla chiesa dedicata alla patrona, Santa Teresa.   

Don Don Don   

<<Sua eccellenza, padre Manuele, semu morti scantati, a na cosa accussì nun c’erumu abituati. Se Vossia guarda    l’alto dei cieli, si ci attorcigliano le budella e macari i pinzeri. Pirchì  ci vola e camina ‘n-mostru,  omo di faccia e bestia di corpo. E siccomi  la preghiera nun ha funzionato, è megghiu  darici ‘n-colpu  e Dio sia lodato.  D’ammazzarlo, però, non è il caso, cristiani siamo, fratelli e sorelle ci chiamiamo.  Perciò, ci vulissimu sparari nelle ali, pirchì accussì nun putissi cchiù vulari. Ci vulissimu sparari nte pedi, accussì appena  s’appoggia cadi ‘n-pocu davanti e   ‘n-pocu darreri>>.  

<<Miei cari fratelli, cosa succede? mi state prendendo in contropiede. Non  so, infatti,  di chi stiate parlando, il vostro sgomento, però, mi sembra ingiusto, oltre che tanto. Sulla madre terra dimorano gli esseri viventi, nonché  montagne, fiumi, mari,   tutti  figli della  medesima  sorgente;  negli  immensi  cieli, a parte  la miriade di  uccelli,  vive ciò che è stato, esseri  dunque  ormai    del passato. Per acciuffare questi, però, ci vuole una forza sovrumana, appena si toccano,  spariscono, non sappiamo  ciò come si chiami.   Vi dico, comunque, che l’apparenza è fugace, la Verità va nutrita, perché è vorace.  Non posso rifiutare un regalo di Dio, per il vostro piacere o per il mio. La bontà va praticata, ogni opera buona è già santificata.   La vita   è strana, custodisce tesori e a volte ci  chiama>>.    

Don Don Don  

<<Ma a padre Manuele cchi ci ha  pigghiatu?  Maria Santissima,   è tutto sfasato. Forse fu un sintomo, na malatia  rara,  o legge le carte o fa la majara. Dice assai  cose strane,  di  Bibbia, Vangelo o  musulmane. I pastori dell’anima avissiru raggiunari bono,  il prete  nostro però non  serve a  Dio e manco all’omo. Non ci possiamo fare affidamento, cambia  all’improvviso, basta  un colpo di vento.  A questo mostro, però,  gli dobbiamo fare  la guerra, tempo un mese e va sutta terra>>. 

Don Don Don   

Qualcuno, però, aveva visto in faccia quella cosa mostruosa che,   a taliarla, picciotti mei, si drizzavano i peli e  la pelle da liscia  addivintava rasposa. 

Iachino Torregrossa giurava supra a  Dio,  la testa di san Donnino, oh, Gesù mio. Di quann’ era piccolo  e infino a ora, impastava   sabbia e cemento a  colpi di cazzuola.  Gliel’aveva insegnato suo nonno,  ora vecchio e tremante,   assai  lezioni prima di diventare nu bravu lavorante.   Ora che di anni ne aveva quaranta e di esperienza tanta ma tanta, jisava  pareti e muretti a secco, che   nessuno poteva starici  appresso.   

Quella mattina,  coll’aria   ferma, ma  frizzantina, stava raccogliendo  la mela limoncella che, assai matura, pendeva già dal ramoscello e…   Non può essere, non  è cosa che si può contare, questa bestia ha la faccia   di Totò Mezzasalma, che ha un casale  di-ll’àutra banna. Chi sorti ‘stu figghiu di papà, senza fari nenti appi tutta l’eredità. E coi denari  a  tinchitè, qualche moneta a noialtri e gli altri tutti per sé.  Nella tenuta, oh,  ci lavoravano, un mezzadro e un campiere, ma, di quannu  hannu murutu nun vòsi a nuddu,  grannissimo curnutu.  Fa qualche lavoretto da solo, na zappata, na tratturata, pirchì i soldi ‘i voli dari in beneficienza, – dici – ma  è tirchiu assai,  sua eccellenza.    L’ultima volta ca mi vinni a truvari, fermò la carrozza e, cose da pazzi, pareva na crozza 

<<Mi scusi se la sto a disturbare, ma è una questione urgente, mi creda, non posso rimandare. Sa, avrei bisogno d’una piccola costruzione, senza finestre e manco un  portone. Larga due metri e lunga tre, scavata  nella terra, e tutta per me. Un monumento, dunque, squadrato, chiuso da una lastra, lato per lato. La testa d’angelo è necessaria, occhi celesti, e due paia d’ ali, una cosa, così,  ordinaria. E, poi, senza cippo sarebbe sconosciuta, perciò, metta pure  la scritta – nome, cognome e data di nascita –  le raccomando, che sia bella  dritta. Le darei una lauta ricompensa, mi è cara la vita,  non posso restarne senza>>. 

<<Barone Mezzasalma, ste  cose nun si fanu  in quattro e quattr’otto, tempo ci vuole,  sforzo, ah,  – ma lo stesso  ci arrivo mezzo morto. Devo scavare la terra di almeno ‘n-metru e scappari subito, pirchì, si cadu,   di là  non torno  più indietro. Ca, poi, si voli  l’angelo, comu ci-ll’avissi a fari? Ci su’ custodi,  caduti e quelli  chiamati arcangeli. Per la  scritta, oh,   lettere e  numeri su’ pisanti,  ppi nun farli cadiri, mi servunu litra e litra di acquasanta.  È  assai meglio  fare una villa  con balconi a giro, perché  l’aria, lo sa, ci vuole, fa bene al respiro.  Perciò, mi dispaci, ma  nun ci su’ soldi ca ponu abbastari, nun havi scelta: o si jietta a mari  o s’hâe ‘nsigna  a volari>>. 

Don Don Don  

Qualcuno, però, aveva visto in faccia quella cosa mostruosa che, a taliarla, picciotti mei,  si drizzavano i peli e  la pelle da liscia addivintava rasposa.  

Antonio Legnano giurava supra  san Giuseppe, san Servazio, oh, Dio, vi ringrazio. Lavorava il legno ogni giorno della settimana, la domenica, però, voleva il  riposo,  a disturbarlo diventava un   pazzo furioso. Nella sua  casa,  c’erano tronchi d’ogni speci e misura,  ca si caminava a stento, troppa troppa macari la segatura.   Maria Santissima, che, poi,      il rumore intronava, la polvere abballava nta l’aria,   e    gli  strumenti del mestiere erano tutti  peri peri. Colla scure  tagliava gli alberi a due mani,  senza stancarisi,  zac zac zac, dalla sera   e infino all’indomani. Colla pialla, tanto faceva tanto lisciava,  che il legno, dacché era grezzo, diventava nu bellu pezzu. Maneggiava, poi, lo scalpello,  lavori di rifinitura,  canciu di angoli, questo e quello. L’ultimo colpo era colla carta vetrata spicca  la venatura, la superficie accussì   è  bella e vellutata. Quel venerdì, era davanti alla porta, e a so mugghieri ce ne stava dicendo un sacco e una sporta.  Come fu e come non fu, si fece più scuro, che fosse una nuvola Antonio era più che sicuro. Alzò  la testa, ma …    

Non può essere, non è cosa che si può  contare, questa  bestia ha la faccia  di Totò Mezzasalma,  figlio  di Pippo  e Caterina Stracquadanea,  ca, menomale,  ora, su’ tutti,  buonanima. Il padre, cchi furtuna,  era dottore,  aggiustava  occhi, orecchie, stomaco e ogni dolore. La madre  – si dice – era maestra nell’italiano, lettere di tutti i tipi e ragionamenti – vulissi sentiri –  ca arrivavanu luntanu. Ma, ancora picciotta, chi ci putemu fari, ci vinni ‘a frevi  terzana, tempo due giorni e se la pigliò la morte  buttana. Il marito, ca  faceva finta d’ essiri  addolorato, comu fu e comu nun  fu,   da salutivo  ca era, cadìu   malato.  Dimagrì a vista d’occhio e murìu,  Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, di facci al crocifisso, sì sì,   in  ginocchio.  Totò, perciò, criscìu cu na serva, ca ‘u fici studiari, con tutto che era terra terra. 

 <<Mi scusi se la sto a disturbare,  è una questione urgente, mi creda, non posso rimandare.  Sa, avrei bisogno d’una cassa  rettangolare, in legno resistente, altrimenti, di me non  resterà  più niente.  Utilizzi il  rovere, mogano o ciliegio, e – le raccomando – non dimentichi   un fregio.  Un’immagine sacra intagliata, che so io, san Camillo De Lellis, san Leopoldo Mandic,  meglio ancora  la Madonna  sdraiata. Due maniglie, certo, sono una necessità, l’involucro  si solleva intero e non a  metà.   Ah, dimenticavo! Occorrerebbe pure  un piccolo materasso,  tutt’al più una coltre adagiata all’incasso. Stia tranquillo, non bado alla spesa, purché la mia spiritualità giaccia quieta>>.    <<Barone Mezzasalma, ppi travagghiari ‘u lignu, tempo ci vuole e certo, ‘n-colpu di ‘ngegnu. Prima ‘i tuttu,  un albero, per costruire una cassa, sono sicuro che non ci abbasta. Perciò, devo cercarne un altro ca ci assimigghia, masennò succedi ‘n-parapigghia.  Cu tutti i  colpi d’ascia mi partissi la schiena e poi fermo, immobile, chi fazzu? La cancrena?  Ca, ppoi, avissi a pigghiari  la giusta misura, non è che posso andare contro a la madre natura.  E, finalmente, accuminciassi  la vera arte, che di tutta l’opera è la meglio parte.  Vossia, ci pensa? Mi  tuccassi chiudere il mistero e quello che nella vita fu tutto vero. Perciò, non ci sono soldi che possono bastare, nun havi scelta: o si jietta a mari  o s’hâe ‘nsigna a volari>>. 

Don Don Don  

 Qualcuno, però, aveva visto in faccia quella cosa mostruosa,  che, a taliarla, picciotti mei,  si drizzavano i peli e la pelle da liscia addivintava rasposa.    

Gigi Fiorito giurava  sopra il cuore  di sant’Antonio, le minne di sant’Agata e  il vescovo san Petronio. Già a dieci anni piantava orchidee gialle, ginestre  e  biancospino, pregando sempre Dio di farle  crescere meglio di quelle del vicino. Ma se  passava  una mesata   e, cose dei pazzi, una foglia non era   spuntata, se ne andava nel feudo,  sappiamo di   chi,  e di nascosto  pigliava la  terra qui e lì.  Quella sera, guardava  la luna,   spicchio di cattiva stella,   che  se è   piena porta fortuna.    

Non può essere, non  è cosa che si può contare, questa bestia ha  la faccia  di Totò Mezzasalma,  che voleva l’amore,  una  signorina o   forsi   fimminazza,  basta ca ci   diceva sì e ci  allargava gambe e frazza.     Ma proprio proprio nun ci fu verso, perché il barone – diciamola tutta – havi  ricchizzi, ma  è  troppu perso.  Intanto, è  brutto come la morte,  un  metro e mezzo di altezza,  il naso lungo e le orecchie grandi precise a quelle di  un elefante. La bocca, sì, è  bona disegnata, ma appena  l’apre  puzza  di aglio ci esce,oh,  un’ammazzata. Che, poi, è accussì  siccu  da fare spavento, pari ca casca  da momento a momento.  Giacca e pantaloni  di due taglie in più,  comu a  quelli prestati da uno che mangia,  beve  e fa glu glu. La giacca gli cade dalle spalle, altro che doppiopetto, è una specie   di scialle. Coi pantaloni, poi,  fa il giro della cintura fino a quannu attrova ‘a giusta  misura. 

 <<Mi scusi se le rubo qualche momento,  la tratterrò poco, mi creda, non mento.  Nel posto  dove andrò ad abitare vorrei  un  fitto tappeto d’erba  e assai  fiori per averne sempre in riserva. Che so io, genziana e trifoglio alpino,  corolle gialle e viola, a vegliare  il mio cammino.  E, poi,   rose nere  da sfogliare nelle  notti d’inverno  in  compagnia  solo del Padreterno. Perciò, non so se sia chiederle troppo,   li pianti,  dia loro da bere, un getto  d’acqua o solo un bicchiere.  La pagherei con monete d’argento, dieci, venti,  posso arrivare fino a   cento>>.  

<<Barone Mezzasalma, il tempo è denaro e il mio – si capisce – è ancora più caro. Se fussi un problema di coscienza,  ‘u putissi accuntentari, cu tanta pacienza.  Perché lei  lo capisce,  che nel verde tenero, bello rasato,   la mala erba ci cresce al centro e di lato. A levare il dente di leone, la gramigna, l’ortica,  mi stancu, oh, è na fatica. Senza parlare dei fiori ca, assai delicati, perduno i petali, nun su’ cavolfiori.  E le rose, ah, a tuccari na spina, nesci sangue, se la immagina la  rovina. Perciò, non ci sono soldi che possono bastare, nun havi scelta: o si jietta a mari  o s’hâe ‘nsigna a volari>>. 

Don Don Don 

 Qualcuno, però, aveva visto in faccia quella cosa mostruosa, che,  a taliarla, si drizzavano i peli e  la pelle da liscia addivintava rasposa.  Marietta Piluso giurava  supra san Omobono, san Martino di Tours, san Bartolomeo, ti perdono. Cinquant’anni furono il mese passato,  all’ago e al filo sempre attaccata,  metteva toppe a vestine e sottana e, se ci girava, lavorava la lana. A chi voleva figurare  alla Messa, un volant imbastiva, due merletti,  e diventava   papessa.  Per gli uomini faceva belli completi, di panno di sita e per corredi.  Nella sua  casa, quaranta metri quadrati, un letto, na cucina e ‘n- gabinetto,  spagnolette, forbici e ditali eranu a chilate,  oltri alla  carta da taglio sartoriale. Quella mattina stava stendendo ‘n-linzolu e, Maria Santissima, ci cumparìu, accussì, al volo. 

Non può essere, non è cosa che si può contare, questa bestia ha la faccia di Totò Mezzasalma, che perse la serenità di quannu   Melina se ne andò di là.  Perché Totò Mezzasalma  aveva un cane fimmina  –  zampe corte,    orecchie lunghe e  sguardo pietoso – brutta  come la morte e   assai viziosa.  Difatti,  nun è ca campava a pani e acqua, no, maccheroni col pomodoro fresco e, se capitava, macari na cucchiarata di pesto, E, poi, ‘u sabatu e ‘a duminica, oltri che  nelle feste –  Natale, Pasqua e macari Carnevale –  mangiava la gallina in brodo, con sedano, carote e gran patate. E, certe volte, cosa fitusa, il barone faceva finta che non voleva il manzo e ce lo dava  a quella comu fussi 

‘n-avanzu. E, appena c’era malu tempu, ci diceva,  Melina, non  uscire, manzamai ti fa mali ‘a carina,. Se, invece, ahahahaha, fora c’era l’aria di primavera, ci diceva, Melina, nesci, perché hai una brutta cera. Che, poi, macari idda era strana, ah,  animale, creatura, nun sacciu comu si chiama.  Pirchì mai nessuno   l’aveva sentita abbaiare, faceva solo un verso, ca di sicuru ci andava di traverso: ahiahiahiahiahiahi.  E na vota  che il barone si sentì   male, oh,  la veglia ci  fece, meglio dell’infermiere di un ospedale.  

<<Signora cara,  mi spiace distoglierla  dalla sua attività, ma non posso fare altrimenti, abbia  un po’ di pietà. Avrei bisogno d’un vestito,  le raccomando, qualche taglia in meno,  perché lì non avrò  appetito.  Mi piacerebbe nero e bianco lucente, sarà Dio a darmi del   diavolo, angelo oppure niente. Ah, dimenticavo,  faccia lei per la camicia,  a patto che non le costi troppa   fatica. Non ha importanza che  la stoffa sia pregiata,  mi basta solo che sia  rinforzata E, poi, chissà se un cappello tratterrebbe i miei pensieri, domani dove andrò? Chi sono stato ieri? La pagherei a peso d’oro, col colore nero, lo so,  è più difficile il lavoro>>. 

<<Barone Mezzasalma, ci devo dire no, perché la vista tantu bona nun m’accumpagna. ‘I vistita dell’omini su’ già difficili  ‘i tagghiari, nun pozzu perdiri  appresso a lei giornate sane. Perché,  certo, siccome è l’ultimo vestito, per primavera, estate, autunno e inverno avissi essiri  garantito.  Nelle cuciture, perciò, ci vulissi  il rinforzo, macari ca   lei non è proprio tozzo. E, poi, ‘n-linzolu fussi  necessario, punto filza, punto erba, e una corona del rosario.  Ci-ll’avissi  ricamari  viola come  il vestito della passione, accussì Gesù putissi fari  la  resurrezione. Perciò, non ci sono soldi che possono bastare, nun havi scelta: o si jietta a mari  o s’hâe ‘nsigna a volari>>.  

Padre Manuele  era distrutto, non si era ripreso ancora dal lutto. Riaprì, dunque,  il testamento, di darvi corso era venuto il momento.  

Don Don Don  

Padre Manuele, le  forze mi stanno lasciando, ho il fiato corto,  vado barcollando.  La mia compagna è stata la sofferenza, ma ho coltivato l’amore, che della vita ne  è l’essenza.. Da uomo quale sono, avrò certamente  sbagliato, sarà Dio a dirmi  se mi sono salvato. Se giacerò per sempre sepolto, vorrà dire che Lui non mi avrà assolto. Se  il mio sepolcro si sarà svuotato, il mio spirito per  sempre farà  parte del creato.  Mi auguro, certo, di volare alto, la conoscenza dell’Altissimo è il più bel traguardo.   E visto che il mio patrimonio è sostanzioso lo voglio dividere in tante parti, così nessuno più  sarà bisognoso.  A suoi fedeli lascio il denaro, mi piacerebbe che conoscessero agio e   gioia, dopo  che  io ingoiai bocconi amari.    A lei, che mai mi negò una buona azione o parola,  lascio il  mio casale, pur sapendo  che della mia assenza non lo potrà consolare. Le chiedo, infine,  una cortesia: mi venga a trovare, mi basta  una preghiera, e così sia.Melina non può farlo, mia gioia, il Signore, che  è con lei, l’abbia in gloria.  

Ahiahiahiahiahiahiahiiiii. L’aria fu  percorsa da un guaito, verso di cane o di omo ferito. Nelle  case e in  chiesa ci fu  odore di  incenso, che raggiunse le stalle fino all’immenso.  Un essere colla faccia d’angelo e il corpo di volatile  volteggiò sul paese, poi, si fermò,  colle ali a una nuvola appese. Padre Manuele guardò in alto,  qualcuno si stava preparando  al gran salto. Così il  cielo si schiarì   all’improvviso e poco ci volle  per  vedere il paradiso.  

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