Racconto di Lucia Corsale
Nel paesino di quel gruppo montuoso, le liti erano all’ordine del giorno, un quadro disdicevole e, a tratti, scandaloso. Tremila teste, oh, che discutevano per ogni fesseria: “Che bedda me’ figghia, a la to nun ci assimigghia”; “Il mio cortile è soleggiato, nto to ‘a luci nun trasi mancu di latu”; “Me’ nonna era menza marchesa, m’attocca, perciò, assittarimi nel primo banco della chiesa”. Non mancavano, certo, le questioni più importanti: “ Dall’albero mi rubasti assai castagne”, “Sì, ma tu nun mi turnasti chiù le cavagne”; “Le mucche to si mangiarono il mio fieno”, “Che colpa ho io? nun ci pozzu mettiri ‘u frenu”; “La terra è mia, non c’è servitù di passaggio”, “Parla parla, tanto ti manca il coraggio”. Tutti i giorni la stessa storia, nessuno che abbassasse la testa, che si facesse passare la boria. Il prete, Manuele Gianbecchina, bonu ‘mpustatu e ormai sulla cinquantina, dava a ciascuno un buon consiglio, ma il proposito durava infino all’indomani, non appena si trovava un nuovo appiglio. Le voci si sentivano macari nell’altra montagna, in un grande casale, oramai solo, ci stava Totò Mezzasalma. Spesso, il barone arrivava colla carrozza trainata da quattro cavalli e si faceva il giro delle pendici e di tutte le valli. I paesani erano invidiosi della sua ricchezza e macari del suo cuore, perché di casa ci stava la purezza. Il gran signore, ogni volta che incontrava un cristiano, si levava il cappello e, se era possibile, gli dava la mano. Quelli, però, lo sbirciavano a stento, mai una buona parola, un gesto di cortesia, che dimostrassero il loro attaccamento. Il barone Mezzasalma, però, non perdeva la sua umanità, confidava in Gesù e nella sua immensa bontà. Appena poteva, entrava in chiesa, specialmente alla domenica e per le feste comandate, la sua vita era già una quaresima. Si metteva in ginocchio – Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo – mentri qualcuno lo guardava storto. L’unico che gli dava conto era Don Manuele: “ È stanco? Si vuole confessare? Forse ha bisogno di bere”. E lui lo aggiornava sulla sua vita privata, seduto supra na panca, con un bicchiere frisco di limonata. E poi gli lasciava un’offerta: “La tenga per sé o per chi ha urgenza di soddisfare una determinata esigenza”. Il prete una parte dei soldi se li metteva di lato, per aggiustare il muro, le panche e l’unico quadro; l’altra gliela dava a chi aveva una necessità, la gotta, la tubercolosi del gregge, le spesate per transitare nell’aldilà. “Questi soldi non sono miei – specificava – me li diede il barone, per i vostri sollievi”.
Ma a quelli, oh, da un orecchio ci entrava e dall’altro ci usciva: “Fa finta di essiri bonu coi soldi di so matri e di so patri, non merita manco il perdono”.
Un giorno, verso la scurata, l’aria fu percorsa da un guaito, verso di cane o di omo ferito. Seguì un requiem stonato, la vita qualcuno aveva abbandonato.
Accominciò a piovere prima piano, poi rinforzò e dalla montagna l’acqua ci arrivò infino all’altopiano. Le case non ressero la tempesta, in alcune volarono delle tegole, in altre una finestra. Tutto attorno fu scuro, non si vedeva manco da vicino, e non serviva accendere un fiammifero o un lumicino.
<<Aiuto! Aiuto! Qua finisce male, arriva un altro diluvio universale. Il vento soffia arraggiato, una furia pare, ah, chissà chi ci ha capitato. E tutti ‘sti lampi nto celu, Maria Santissima, ‘u strazzanu, ppi daveru. Bi, ma pirchì i tuoni? Chi scrusciu! Comu a centu tromboni. Ma, poi, che fu quella voce? di bestia o di cristiano? Faceva scantare, ma come lo denunciamo? A pirchì, quella musica dei morti? Che la sonano a fare? Tanto non la sentono, nun è ca su’ risorti >>.
La chiesa, invece, si era tenuta salda, la veemenza dell’acqua l’aveva lasciata intatta. Il cielo lì sopra aveva pianto, solo qualche lacrima, nonostante fosse assai affranto. Dentro il luogo sacro, la luce era a giorno, un cataletto al centro, grossi ceri torno torno. Una musica nell’aria si era sparsa, non era canto di morte, la pace sia con voi, l’anima non è scomparsa. La Madonna aveva sorriso in modo strano e con gli occhi lucidi aveva guardato lontano. Padre Manuele non aveva parole, la fitta gli doleva, come un ago nel cuore.
Passato qualchi misi dalla bufera, tornò tutto come prima, mentri l’aria odorava di primavera. I tetti furono aggiustati, nessuno si ricordò chi li avesse scoperchiati. Dalle finestre chiuse non si sentiva il fetore delle stalle, mentre il fieno – a picca distanza – veniva ridotto a balle. Continuarono a sentirsi le vociate, i paesani, sempre in guerra, si sentivano alle crociate. Gli uccelli intonarono il loro canto – cinguettio, garrito – sconoscevano il disincanto. Ma in una notte di stelle – le nuvole non erano a pecorelle – comparì una strana creatura, a guardarla, nessun dubbio, si trattava di una cosa contro natura. <<Aiuto! Aiuto! Nto celu gira ‘n-mostru, è niuru comu fussi tinciutu cu-ll’inchiostru. Di fisico è preciso a un pipistrello, la faccia, però, ce l’ha rosa e, picciotti mei, l’ali su’ quantu a ‘n-mantellu>>.
Cogli occhi ancora sbarrati, perciò, riempirono un piatto di acqua infino all’orlo e una, due, tre gocce d’olio, aspettarono la croce affiorare per poco: <<Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. San Michele
Arcangelo, macari che ho fede nel nostro Signore, di facci a tia mi inginocchio per due ore; san Michele Arcangelo, jiu vajiu a la Missa e fazzu digiunu, ma tu aiutimi, sennò ti cunsumu; san Michele Arcangelo, ‘a to preghiera è cchiu forti di ‘n-liuni, mannalu via a stu diavuluni>>.
Ma san Michele Arcangelo si stesi mutu e dalla croce nel piatto non ci fu né cenno, nemmanco un saluto.
Lì per lì nessuno raccontò il fatto, forse era stato inganno degli occhi, incubo del sonno o scherzo di qualcuno mezzo pazzo. L’ombra, però, tornò spesso e, finito il giro, spariva supra na nuvola o nella tomba, lasciando tutti senza respiro. Perciò, non sapendo più a che santo votarsi, andarono tutti insieme infino alla chiesa dedicata alla patrona, Santa Teresa.
Don Don Don
<<Sua eccellenza, padre Manuele, semu morti scantati, a na cosa accussì nun c’erumu abituati. Se Vossia guarda l’alto dei cieli, si ci attorcigliano le budella e macari i pinzeri. Pirchì ci vola e camina ‘n-mostru, omo di faccia e bestia di corpo. E siccomi la preghiera nun ha funzionato, è megghiu darici ‘n-colpu e Dio sia lodato. D’ammazzarlo, però, non è il caso, cristiani siamo, fratelli e sorelle ci chiamiamo. Perciò, ci vulissimu sparari nelle ali, pirchì accussì nun putissi cchiù vulari. Ci vulissimu sparari nte pedi, accussì appena s’appoggia cadi ‘n-pocu davanti e ‘n-pocu darreri>>.
<<Miei cari fratelli, cosa succede? mi state prendendo in contropiede. Non so, infatti, di chi stiate parlando, il vostro sgomento, però, mi sembra ingiusto, oltre che tanto. Sulla madre terra dimorano gli esseri viventi, nonché montagne, fiumi, mari, tutti figli della medesima sorgente; negli immensi cieli, a parte la miriade di uccelli, vive ciò che è stato, esseri dunque ormai del passato. Per acciuffare questi, però, ci vuole una forza sovrumana, appena si toccano, spariscono, non sappiamo ciò come si chiami. Vi dico, comunque, che l’apparenza è fugace, la Verità va nutrita, perché è vorace. Non posso rifiutare un regalo di Dio, per il vostro piacere o per il mio. La bontà va praticata, ogni opera buona è già santificata. La vita è strana, custodisce tesori e a volte ci chiama>>.
Don Don Don
<<Ma a padre Manuele cchi ci ha pigghiatu? Maria Santissima, è tutto sfasato. Forse fu un sintomo, na malatia rara, o legge le carte o fa la majara. Dice assai cose strane, di Bibbia, Vangelo o musulmane. I pastori dell’anima avissiru raggiunari bono, il prete nostro però non serve a Dio e manco all’omo. Non ci possiamo fare affidamento, cambia all’improvviso, basta un colpo di vento. A questo mostro, però, gli dobbiamo fare la guerra, tempo un mese e va sutta terra>>.
Don Don Don
Qualcuno, però, aveva visto in faccia quella cosa mostruosa che, a taliarla, picciotti mei, si drizzavano i peli e la pelle da liscia addivintava rasposa.
Iachino Torregrossa giurava supra a Dio, la testa di san Donnino, oh, Gesù mio. Di quann’ era piccolo e infino a ora, impastava sabbia e cemento a colpi di cazzuola. Gliel’aveva insegnato suo nonno, ora vecchio e tremante, assai lezioni prima di diventare nu bravu lavorante. Ora che di anni ne aveva quaranta e di esperienza tanta ma tanta, jisava pareti e muretti a secco, che nessuno poteva starici appresso.
Quella mattina, coll’aria ferma, ma frizzantina, stava raccogliendo la mela limoncella che, assai matura, pendeva già dal ramoscello e… Non può essere, non è cosa che si può contare, questa bestia ha la faccia di Totò Mezzasalma, che ha un casale di-ll’àutra banna. Chi sorti ‘stu figghiu di papà, senza fari nenti appi tutta l’eredità. E coi denari a tinchitè, qualche moneta a noialtri e gli altri tutti per sé. Nella tenuta, oh, ci lavoravano, un mezzadro e un campiere, ma, di quannu hannu murutu nun vòsi a nuddu, grannissimo curnutu. Fa qualche lavoretto da solo, na zappata, na tratturata, pirchì i soldi ‘i voli dari in beneficienza, – dici – ma è tirchiu assai, sua eccellenza. L’ultima volta ca mi vinni a truvari, fermò la carrozza e, cose da pazzi, pareva na crozza
<<Mi scusi se la sto a disturbare, ma è una questione urgente, mi creda, non posso rimandare. Sa, avrei bisogno d’una piccola costruzione, senza finestre e manco un portone. Larga due metri e lunga tre, scavata nella terra, e tutta per me. Un monumento, dunque, squadrato, chiuso da una lastra, lato per lato. La testa d’angelo è necessaria, occhi celesti, e due paia d’ ali, una cosa, così, ordinaria. E, poi, senza cippo sarebbe sconosciuta, perciò, metta pure la scritta – nome, cognome e data di nascita – le raccomando, che sia bella dritta. Le darei una lauta ricompensa, mi è cara la vita, non posso restarne senza>>.
<<Barone Mezzasalma, ste cose nun si fanu in quattro e quattr’otto, tempo ci vuole, sforzo, ah, – ma lo stesso ci arrivo mezzo morto. Devo scavare la terra di almeno ‘n-metru e scappari subito, pirchì, si cadu, di là non torno più indietro. Ca, poi, si voli l’angelo, comu ci-ll’avissi a fari? Ci su’ custodi, caduti e quelli chiamati arcangeli. Per la scritta, oh, lettere e numeri su’ pisanti, ppi nun farli cadiri, mi servunu litra e litra di acquasanta. È assai meglio fare una villa con balconi a giro, perché l’aria, lo sa, ci vuole, fa bene al respiro. Perciò, mi dispaci, ma nun ci su’ soldi ca ponu abbastari, nun havi scelta: o si jietta a mari o s’hâe ‘nsigna a volari>>.
Don Don Don
Qualcuno, però, aveva visto in faccia quella cosa mostruosa che, a taliarla, picciotti mei, si drizzavano i peli e la pelle da liscia addivintava rasposa.
Antonio Legnano giurava supra san Giuseppe, san Servazio, oh, Dio, vi ringrazio. Lavorava il legno ogni giorno della settimana, la domenica, però, voleva il riposo, a disturbarlo diventava un pazzo furioso. Nella sua casa, c’erano tronchi d’ogni speci e misura, ca si caminava a stento, troppa troppa macari la segatura. Maria Santissima, che, poi, il rumore intronava, la polvere abballava nta l’aria, e gli strumenti del mestiere erano tutti peri peri. Colla scure tagliava gli alberi a due mani, senza stancarisi, zac zac zac, dalla sera e infino all’indomani. Colla pialla, tanto faceva tanto lisciava, che il legno, dacché era grezzo, diventava nu bellu pezzu. Maneggiava, poi, lo scalpello, lavori di rifinitura, canciu di angoli, questo e quello. L’ultimo colpo era colla carta vetrata spicca la venatura, la superficie accussì è bella e vellutata. Quel venerdì, era davanti alla porta, e a so mugghieri ce ne stava dicendo un sacco e una sporta. Come fu e come non fu, si fece più scuro, che fosse una nuvola Antonio era più che sicuro. Alzò la testa, ma …
Non può essere, non è cosa che si può contare, questa bestia ha la faccia di Totò Mezzasalma, figlio di Pippo e Caterina Stracquadanea, ca, menomale, ora, su’ tutti, buonanima. Il padre, cchi furtuna, era dottore, aggiustava occhi, orecchie, stomaco e ogni dolore. La madre – si dice – era maestra nell’italiano, lettere di tutti i tipi e ragionamenti – vulissi sentiri – ca arrivavanu luntanu. Ma, ancora picciotta, chi ci putemu fari, ci vinni ‘a frevi terzana, tempo due giorni e se la pigliò la morte buttana. Il marito, ca faceva finta d’ essiri addolorato, comu fu e comu nun fu, da salutivo ca era, cadìu malato. Dimagrì a vista d’occhio e murìu, Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, di facci al crocifisso, sì sì, in ginocchio. Totò, perciò, criscìu cu na serva, ca ‘u fici studiari, con tutto che era terra terra.
<<Mi scusi se la sto a disturbare, è una questione urgente, mi creda, non posso rimandare. Sa, avrei bisogno d’una cassa rettangolare, in legno resistente, altrimenti, di me non resterà più niente. Utilizzi il rovere, mogano o ciliegio, e – le raccomando – non dimentichi un fregio. Un’immagine sacra intagliata, che so io, san Camillo De Lellis, san Leopoldo Mandic, meglio ancora la Madonna sdraiata. Due maniglie, certo, sono una necessità, l’involucro si solleva intero e non a metà. Ah, dimenticavo! Occorrerebbe pure un piccolo materasso, tutt’al più una coltre adagiata all’incasso. Stia tranquillo, non bado alla spesa, purché la mia spiritualità giaccia quieta>>. <<Barone Mezzasalma, ppi travagghiari ‘u lignu, tempo ci vuole e certo, ‘n-colpu di ‘ngegnu. Prima ‘i tuttu, un albero, per costruire una cassa, sono sicuro che non ci abbasta. Perciò, devo cercarne un altro ca ci assimigghia, masennò succedi ‘n-parapigghia. Cu tutti i colpi d’ascia mi partissi la schiena e poi fermo, immobile, chi fazzu? La cancrena? Ca, ppoi, avissi a pigghiari la giusta misura, non è che posso andare contro a la madre natura. E, finalmente, accuminciassi la vera arte, che di tutta l’opera è la meglio parte. Vossia, ci pensa? Mi tuccassi chiudere il mistero e quello che nella vita fu tutto vero. Perciò, non ci sono soldi che possono bastare, nun havi scelta: o si jietta a mari o s’hâe ‘nsigna a volari>>.
Don Don Don
Qualcuno, però, aveva visto in faccia quella cosa mostruosa, che, a taliarla, picciotti mei, si drizzavano i peli e la pelle da liscia addivintava rasposa.
Gigi Fiorito giurava sopra il cuore di sant’Antonio, le minne di sant’Agata e il vescovo san Petronio. Già a dieci anni piantava orchidee gialle, ginestre e biancospino, pregando sempre Dio di farle crescere meglio di quelle del vicino. Ma se passava una mesata e, cose dei pazzi, una foglia non era spuntata, se ne andava nel feudo, sappiamo di chi, e di nascosto pigliava la terra qui e lì. Quella sera, guardava la luna, spicchio di cattiva stella, che se è piena porta fortuna.
Non può essere, non è cosa che si può contare, questa bestia ha la faccia di Totò Mezzasalma, che voleva l’amore, una signorina o forsi fimminazza, basta ca ci diceva sì e ci allargava gambe e frazza. Ma proprio proprio nun ci fu verso, perché il barone – diciamola tutta – havi ricchizzi, ma è troppu perso. Intanto, è brutto come la morte, un metro e mezzo di altezza, il naso lungo e le orecchie grandi precise a quelle di un elefante. La bocca, sì, è bona disegnata, ma appena l’apre puzza di aglio ci esce,oh, un’ammazzata. Che, poi, è accussì siccu da fare spavento, pari ca casca da momento a momento. Giacca e pantaloni di due taglie in più, comu a quelli prestati da uno che mangia, beve e fa glu glu. La giacca gli cade dalle spalle, altro che doppiopetto, è una specie di scialle. Coi pantaloni, poi, fa il giro della cintura fino a quannu attrova ‘a giusta misura.
<<Mi scusi se le rubo qualche momento, la tratterrò poco, mi creda, non mento. Nel posto dove andrò ad abitare vorrei un fitto tappeto d’erba e assai fiori per averne sempre in riserva. Che so io, genziana e trifoglio alpino, corolle gialle e viola, a vegliare il mio cammino. E, poi, rose nere da sfogliare nelle notti d’inverno in compagnia solo del Padreterno. Perciò, non so se sia chiederle troppo, li pianti, dia loro da bere, un getto d’acqua o solo un bicchiere. La pagherei con monete d’argento, dieci, venti, posso arrivare fino a cento>>.
<<Barone Mezzasalma, il tempo è denaro e il mio – si capisce – è ancora più caro. Se fussi un problema di coscienza, ‘u putissi accuntentari, cu tanta pacienza. Perché lei lo capisce, che nel verde tenero, bello rasato, la mala erba ci cresce al centro e di lato. A levare il dente di leone, la gramigna, l’ortica, mi stancu, oh, è na fatica. Senza parlare dei fiori ca, assai delicati, perduno i petali, nun su’ cavolfiori. E le rose, ah, a tuccari na spina, nesci sangue, se la immagina la rovina. Perciò, non ci sono soldi che possono bastare, nun havi scelta: o si jietta a mari o s’hâe ‘nsigna a volari>>.
Don Don Don
Qualcuno, però, aveva visto in faccia quella cosa mostruosa, che, a taliarla, si drizzavano i peli e la pelle da liscia addivintava rasposa. Marietta Piluso giurava supra san Omobono, san Martino di Tours, san Bartolomeo, ti perdono. Cinquant’anni furono il mese passato, all’ago e al filo sempre attaccata, metteva toppe a vestine e sottana e, se ci girava, lavorava la lana. A chi voleva figurare alla Messa, un volant imbastiva, due merletti, e diventava papessa. Per gli uomini faceva belli completi, di panno di sita e per corredi. Nella sua casa, quaranta metri quadrati, un letto, na cucina e ‘n- gabinetto, spagnolette, forbici e ditali eranu a chilate, oltri alla carta da taglio sartoriale. Quella mattina stava stendendo ‘n-linzolu e, Maria Santissima, ci cumparìu, accussì, al volo.
Non può essere, non è cosa che si può contare, questa bestia ha la faccia di Totò Mezzasalma, che perse la serenità di quannu Melina se ne andò di là. Perché Totò Mezzasalma aveva un cane fimmina – zampe corte, orecchie lunghe e sguardo pietoso – brutta come la morte e assai viziosa. Difatti, nun è ca campava a pani e acqua, no, maccheroni col pomodoro fresco e, se capitava, macari na cucchiarata di pesto, E, poi, ‘u sabatu e ‘a duminica, oltri che nelle feste – Natale, Pasqua e macari Carnevale – mangiava la gallina in brodo, con sedano, carote e gran patate. E, certe volte, cosa fitusa, il barone faceva finta che non voleva il manzo e ce lo dava a quella comu fussi
‘n-avanzu. E, appena c’era malu tempu, ci diceva, Melina, non uscire, manzamai ti fa mali ‘a carina,. Se, invece, ahahahaha, fora c’era l’aria di primavera, ci diceva, Melina, nesci, perché hai una brutta cera. Che, poi, macari idda era strana, ah, animale, creatura, nun sacciu comu si chiama. Pirchì mai nessuno l’aveva sentita abbaiare, faceva solo un verso, ca di sicuru ci andava di traverso: ahiahiahiahiahiahi. E na vota che il barone si sentì male, oh, la veglia ci fece, meglio dell’infermiere di un ospedale.
<<Signora cara, mi spiace distoglierla dalla sua attività, ma non posso fare altrimenti, abbia un po’ di pietà. Avrei bisogno d’un vestito, le raccomando, qualche taglia in meno, perché lì non avrò appetito. Mi piacerebbe nero e bianco lucente, sarà Dio a darmi del diavolo, angelo oppure niente. Ah, dimenticavo, faccia lei per la camicia, a patto che non le costi troppa fatica. Non ha importanza che la stoffa sia pregiata, mi basta solo che sia rinforzata E, poi, chissà se un cappello tratterrebbe i miei pensieri, domani dove andrò? Chi sono stato ieri? La pagherei a peso d’oro, col colore nero, lo so, è più difficile il lavoro>>.
<<Barone Mezzasalma, ci devo dire no, perché la vista tantu bona nun m’accumpagna. ‘I vistita dell’omini su’ già difficili ‘i tagghiari, nun pozzu perdiri appresso a lei giornate sane. Perché, certo, siccome è l’ultimo vestito, per primavera, estate, autunno e inverno avissi essiri garantito. Nelle cuciture, perciò, ci vulissi il rinforzo, macari ca lei non è proprio tozzo. E, poi, ‘n-linzolu fussi necessario, punto filza, punto erba, e una corona del rosario. Ci-ll’avissi ricamari viola come il vestito della passione, accussì Gesù putissi fari la resurrezione. Perciò, non ci sono soldi che possono bastare, nun havi scelta: o si jietta a mari o s’hâe ‘nsigna a volari>>.
Padre Manuele era distrutto, non si era ripreso ancora dal lutto. Riaprì, dunque, il testamento, di darvi corso era venuto il momento.
Don Don Don
Padre Manuele, le forze mi stanno lasciando, ho il fiato corto, vado barcollando. La mia compagna è stata la sofferenza, ma ho coltivato l’amore, che della vita ne è l’essenza.. Da uomo quale sono, avrò certamente sbagliato, sarà Dio a dirmi se mi sono salvato. Se giacerò per sempre sepolto, vorrà dire che Lui non mi avrà assolto. Se il mio sepolcro si sarà svuotato, il mio spirito per sempre farà parte del creato. Mi auguro, certo, di volare alto, la conoscenza dell’Altissimo è il più bel traguardo. E visto che il mio patrimonio è sostanzioso lo voglio dividere in tante parti, così nessuno più sarà bisognoso. A suoi fedeli lascio il denaro, mi piacerebbe che conoscessero agio e gioia, dopo che io ingoiai bocconi amari. A lei, che mai mi negò una buona azione o parola, lascio il mio casale, pur sapendo che della mia assenza non lo potrà consolare. Le chiedo, infine, una cortesia: mi venga a trovare, mi basta una preghiera, e così sia.Melina non può farlo, mia gioia, il Signore, che è con lei, l’abbia in gloria.
Ahiahiahiahiahiahiahiiiii. L’aria fu percorsa da un guaito, verso di cane o di omo ferito. Nelle case e in chiesa ci fu odore di incenso, che raggiunse le stalle fino all’immenso. Un essere colla faccia d’angelo e il corpo di volatile volteggiò sul paese, poi, si fermò, colle ali a una nuvola appese. Padre Manuele guardò in alto, qualcuno si stava preparando al gran salto. Così il cielo si schiarì all’improvviso e poco ci volle per vedere il paradiso.

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