Racconto di Franco Santucci
I cavi fiorivano da ogni lato, esplodevano in un paradiso di fili pendenti, guaine corrugate, canaline argento curve, tubazioni dalla pelle nera ricoperta di polvere. I canali metallizzati sorridevano a bocca cava con labbra quadrate e verdi di polietilene, i frammenti bianchi di cartongesso addossati alle travi simulavano un profilo rovesciato di monti.
Il pavimento, bagnato e sporco, lasciava scivolare i giubbini arancio catarifrangente lontano dal bobcat e dalle carriole e sul calcestruzzo ritrovato della soletta si contorceva il serpente giallo della pompa.
Neon appesi, particelle di polvere nelle mucose, vibrazioni continue del cellulare, luce nuvolosa dai serramenti anni Settanta. Nessun altro.
Nella stanza attigua, oltre al lato di piastrelle sollevate, il pavimento accoglieva mattoni in frantumi e cumuli di fili colorati, linee dati e forza motrice ridotti al loro primordiale sentimento di rame. Anni fa, non molti, proprio in quel luogo, c’era la sua scrivania. Quella del suo primo lavoro.
La stanza, condivisa con tre colleghi, si era allargata fino a raggiungere l’altra estremità della parete, dove, ora, i sottofinestra sfondati perdevano calcinacci e i pilastri scrostati avevano abbandonato i marmi.
Dagli uffici di fronte, capelli biondi e plichi di carta apparivano e scomparivano, nel gioco di stanze e fantasmi, con l’intelaiatura d’alluminio prossima alla rimozione, che incorniciava il ricordo nella sua veste scura e obsoleta.
La corte, appena qualche metro in basso, era ancora intatta, ma senza il verde timido delle fioriere governava l’asfissia verticale dei mattoni intonacati e il grigio quadrotte della pavimentazione. Il Corso, alla finestra, viaggiava come un’autostrada consunta di particolato e pneumatici.
Prese dal portafoglio un vecchio biglietto da visita tenuto assieme dallo scotch: sul fronte, il suo nome, il telefono, il nome dello studio e il logo, sul retro, un parallelepipedo disegnato a matita, contorni smussati con innesti di vasche e trampolini.
Fu in questa corte che ne fece lo schizzo.
Era una notte di straordinari, occhi consunti da un monitor e una forte necessità di fuga. Uscì in silenzio dall’ufficio per fumare all’aria aperta e già dalla prima boccata, in testa, gli si compose l’immagine di un grattacielo. Prese la mina dalla tasca e il biglietto da visita dal portafoglio per disegnarlo, ma continuava a perdere piani… arrivato ai quattro decise di entrarvi e mutargli forma. Piazzò delle scale di marmo bianco striato in grossi gradini ricurvi con una ringhiera d’ottone da apparire ottocentesca e un insieme sfalsato di porte che dava accesso al sistema a doppia altezza dell’ambiente unico, fatto di piscine irregolari che si ricongiungevano all’esterno tramite un groviglio di scivoli. Demolì i muri e sovrappose enormi facciate di vetro, frangisole triangolari che spezzavano l’irradiazione, pilastri di cemento nascosti da klinker idrofughi azzurri, venature blu nelle piastrelle dai rilievi a sirena.
Gli disse che sarebbe rientrato subito.
Appena fu solo, strappò il bigliettino gettandone i pezzi, così come la sigaretta ormai mozzicone e il greve senso del ridicolo. La pioggia stava iniziando a cadere e da lì a breve quello strano edificio dall’indifeso tratto di mina sarebbe stato sommerso dall’acqua, forse lo stesso temporale che avrebbe imperversato sul futuro lucernaio pronto a sostituire la corte e illuminare un refettorio.
Guardò il cellulare, il 43 lo avrebbe portato diretto all’altro cantiere, anche se in ritardo. Gettò il caschetto giallo e si erse su un cumulo di macerie che aveva scalato in tre passi: la nebbia del particolato era composita, oltre all’odore di malta e gasolio sentiva forte la lama che aveva tagliato il metallo. Dal metro superiore di visuale, immaginò la metamorfosi che aveva progettato, il futuro di rivestimenti vinilici su pavimenti galleggianti, controsoffitti fonoassorbenti sotto fan-coil a quattro tubi, sensori di daylight connessi ad avvolgibili nelle camere d’aria dei serramenti e LED disposti a favore di curve fotometriche.
Scese dal tumulo e scavò un piccolo imbuto tra le macerie, nel picco. Il bigliettino, col disegno irrisolto e bizzarro, fu sommerso dall’agglomerato denso che gli si accumulava addosso e che lo raschiava fin nell’intimo, da poter sentire una piccola selce di laterizio graffiargli longitudinalmente il cuore.
Riprese da terra il caschetto pulendosi le mani sui pantaloni.
In un anno e mezzo circa, il palazzo avrebbe ripreso il suo nuovo ordine di open space e pareti vetrate, sedute ergonomiche e stress da consegne, l’attimo speculativo era concluso.
Restava il ventre scomposto del palazzo, i fili a pioggia, le tubazioni divelte, l’acciaio zincato in fibre, il sapore frantumato di gesso, l’odore.
(Foto di Franco Santucci)

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