SUDOKU – Mara Melon

La prima volta è successo dopo una cena coi colleghi di mio marito. È stato così bello che non sono più riuscita a smettere. Certo non ne vado fiera. È un’azione talmente lontana dal mio essere, che mai l’avrei creduta possibile. Se qualcuno all’improvviso mi chiedesse «Sei tu la responsabile?», negherei. Negherei fino alla morte.

Eppure…

Io amo mio marito. Lo amo profondamente. Davvero. Lo conosco da tanti anni. Così tanti da riuscire a capire solamente da un colpo di tosse se questo servirà a schiarirgli la voce o se sarà il prodromo di una delle sue bronchiti virali dalla lunghezza variabile tra le due settimane e i tre mesi. Gli uomini, si sa, sono più cagionevoli. Non solo, sono anche i meno attenti quando si parla di prevenzione e allora eccoli là a spargere microbi coi loro virili colpi di tosse e i loro roboanti starnuti. Sono nati per spargere, dopotutto. Quindi, di solito, finisce che la bronchite la prendo anche io. La mia, però, deve durare al massimo mezza giornata, ché, poi, ho da fare. Da fare in casa, si intende.

Sono architetto con una seconda laurea in ingegneria civile. Per favore, non chiamatemi architetta o ingegnera o vi metto le mani in faccia. In senso figurato, sia chiaro. Sono la felice moglie di un avvocato. L’avvocato Arsenio De Bernardi Pisis dello studio legale De Bernardi Pisis di Milano. Avvocato divorzista, filantropo, ex giocatore di tennis, ora campione indiscusso di sudoku.

Prima di essere la signora De Bernardi Pisis, avevo anche io un nome e un cognome, ero l’architetto Sonia Vaccaro in procinto di aprire uno studio tutto mio. Poi, si sa come vanno certe cose… Prima di spargere microbi, spargeva seme, l’avvocato, e mi sono ritrovata incinta del primo figlio con inaudita precisione proprio due settimane prima di firmare il rogito per il mio studio. Lo avevo progettato in tutti i dettagli: funzionalità, design, materiali. Avevo già in programma di far rimuovere il controsoffitto e lasciare le travi in acciaio a vista, come in certi loft di New York, che avevo visitato durante i tempi dell’università, ma ero incinta e non se n’è fatto più niente.

Il secondo figlio è arrivato mentre mi baloccavo con l’idea di trovare un altro studio, magari più piccolo, magari più vicino a casa. Il terzo figlio non è arrivato mai, perché me ne sono liberata in una clinica privata prima che l’avvocato sospettasse qualcosa.

Dicevo, una volta avevo un nome. Ora sono “mamma”, “tesoro”, “la signora De Bernardi Pisis”, moglie del più abile solutore di sudoku di tutti i tempi. È in bagno che il sudoku trova il suo regno ed è lì che mio marito passa ore di intenso sforzo mentale per uscirne ogni volta vincitore e, col giornale in mano, passare accanto a me e dire «questo era difficile e io l’ho fatto in penna.»

A un certo punto della sua vita, più o meno intorno ai cinquant’anni, l’avvocato ha appeso la racchetta al chiodo. Ha snervato dottori, famigliari e soprattutto me per cercare una soluzione alle due ernie discali che lo angustiano e, dato che la soluzione non c’è, ha cercato nuove sfide. Iniziare una relazione con la stagista venticinquenne, culo sodo, coda alta, stivali da cavallerizza, deve essergli sembrata una cosa troppo banale. Mio marito non mi tradisce, lo so.

Lo so, perché ci ho sperato. Ci ho sperato tanto da assumere un investigatore privato. Tanto da aver suggerito io alla figlia venticinquenne di un’amica di mandare il curriculum nel prestigioso studio De Bernardi Pisis, promettendole che avrei messo una buona parola.

Tempo sprecato. Ho sposato l’unico uomo fedele del creato. Mica avrei divorziato, figuriamoci. Chi sarebbe così cretino da divorziare da un divorzista? No, ma avrei finalmente avuto il mio studio senza ricatti morali. E invece…

Invece l’avvocato ha continuato a macinare soldi sui divorzi degli altri, facendo lavorare il suo team di squali divorzisti, mentre lui trascorreva sempre più tempo in bagno a risolvere sudoku direttamente in penna.

La prima volta, dicevo, è successo dopo la solita cena natalizia a casa nostra con i suoi collaboratori. La conversazione era piacevole ed è virata inaspettatamente sull’argomento delle nostre tesi di laurea. Erano tutti incuriositi dalla mia sull’analisi statica dei ponti coperti della contea di Madison, Iowa. Qualcuno ha azzardato un paragone col Ponte Vecchio di Firenze e, proprio mentre stavo rispondendo con un certo fervore, mio marito ha liquidato la questione dicendo: «Comunque le lauree le sono servite per arredare casa in modo splendido.»

Arredare. Così ha detto. Io, un architetto. Io, un ingegnere in grado di progettare ponti, mica un interior designer! Io, sua moglie! Una pugnalata nascosta in un finto complimento.

E io, come risposta, ho sorriso. Sorridendo mi sono alzata da tavola dopo il dolce. Stavo ancora sorridendo mentre mi chiudevo nel nostro bagno privato e prendevo in mano il suo giornale di sudoku con uno schema ancora incompleto. Con la sua Montblanc ho vergato un nove perfetto in uno spazio a caso. Un nove a prova di perizia calligrafica. Ecco a cosa mi sono servite le lauree, pensavo.

La sensazione è stata così inebriante, da volerla provare ancora e ancora. Una sola cifra a caso in un solo spazio vuoto. Non troppo di frequente da creare sospetti, ma abbastanza per godere del risultato. Nel giro di un mese l’avvocato ha perso la sua sicurezza. Ora esce dal bagno indispettito, provato, impaurito. Ha nello sguardo il terrore dell’uomo con una sola certezza: qualcosa non va.

È per questo che sono l’unica a sorridere in questa sala d’aspetto mentre lui sta facendo una TAC al cervello. Io so che non c’è niente che non vada. Non sono un mostro. Io amo mio marito.

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