Giacevamo dimenticate in un angolo della stalla. Un paio, dunque due; due perché insieme dovunque. Beh, in realtà anche da sole non saremmo state da buttare, all’occorrenza; si sarebbe zoppicato, saltellato o poggiato il piede nudo a terra. Non sarebbe stato l’ideale, certo, ma si sarebbe potuto fare. Discorso inutile, qualcuno potrebbe dire, ma ci sta e comunque siamo in due. L’una accanto all’altra, senza toccarci non per indifferenza, ma solo per timidezza. Un giallo raggio di sole ci illumina; ci sentiamo accolte. Tutto diventa più intimo, non siamo sole. Sciatte, con i lacci penzoloni, consunte ma presenti a noi stesse, al nostro ruolo. Scusate, ma abbiamo camminato tanto che al momento non abbiamo voglia di rassettarci: scapigliate, disordinate ma concentrate sui ricordi. Ciaff, ciaff! Nel fango, nella terra bagnata, lungo i sentieri petrosi e sconnessi. Un po’ di qua, un po’ di là storcendoci sui sassi mentre i lacci cedono pian piano e noi non ce ne accorgiamo se non quando iniziamo a scalzare lente, slabbrate. Passa il tempo e la calura logora la nostra pelle, il freddo ci contrae e così, allarga e stringi, col tempo compaiono le nostre rughe, le nostre belle rughe, il nostro orgoglio. Abbiamo svolto il nostro ruolo, questo conta.
(Illustrazione: Vincent van Gogh, Un paio di scarpe, 1886. Amsterdam, Van Gogh Museum)
Ponzio Pilato è un uomo dal ventre prominente avvezzo a restare in silenzio, soprattutto quando ti guarda. Di solito non fa nient’altro, trascorre il tempo a fissare l’interlocutore. Intanto finge di masticare qualcosa, un chewing gum che non c’è più. Un tempo fumava molto. Fumava di continuo. Fumare lo calmava. Per decenni ha trascorso metà delle sue giornate a prendere decisioni riguardanti, si direbbe, i suoi sottoposti. Ed erano migliaia. Sono mesi ormai che avverte di essere oltremodo logorato dal peso di questa responsabilità. L’unica sua preoccupazione è sempre stata quella di assecondare al meglio la volontà dei superiori interpretandone la linea senza chiedere mai spiegazioni.
Ponzio Pilato è l’elemento intermedio di un ingranaggio molto ben rodato, quello del potere. Ha resistito così a lungo in quel mondo solo perché ha sbagliato di rado. Quando è capitato è riuscito a trasformare l’errore in qualcosa di diverso. Ne ha intravisto subito il potenziale, l’opportunità stessa di rimettere la situazione a favore del sistema oppure in modo più banale ha riversato la responsabilità su qualche collaboratore non più affidabile. Era questo genere di pressioni costanti ad accrescerne l’esigenza compulsiva di fumare. Alla lunga il fisico ne ha risentito e poi quel vizio era ormai divenuto così inelegante. Addirittura politicamente scorretto per uno che deve stare sempre dalla parte giusta e in maniera incontrovertibile. E a lui capitava persino di ansimare in pubblico. La notte stentava nel respirare e sentiva il petto stringersi e opprimerlo. Rantolava per istanti lunghissimi sino a temere di soffocare. Così non dormiva più. È allora che ha buttato via le sigarette e ha iniziato a sgranocchiare ogni genere di schifezza. È ingrassato oltremisura e stava ancora peggio. Non gli è rimasto che masticare l’aria in modo ossessivo, quel chewing gum che non c’è più. Di notte tuttavia continua a dormire poco e male. È stanco del suo incarico. Non era mai arrivato a questo punto. Forse a usurarlo è stato l’aver raggiunto troppo presto l’apice della carriera. In seguito non è stato per niente semplice rimanerci abbarbicato tutto quel tempo. Adesso attende solo il pensionamento. Ma anche quello non sarà per niente semplice perché in alto lo stimano troppo. La dirigenza lo ritiene tra gli amministratori più affidabili e leali in circolazione. Qualche pezzo grosso lo reputa addirittura insostituibile. È riconosciuto che sotto la sua supervisione non si sono mai verificati problemi che abbiano messo a repentaglio la struttura.
Ponzio Pilato persiste nel masticare l’aria e ode di nuovo quella voce.
Ponzio Pilato, ora tocca a te!
L’ingiunzione interiore che lo sommuove possiede lo schiocco di uno spasmo. Risulta difficile da credere perché è da solo dentro la stanza. Eppure quella voce si ripete. Quante immagini allora gli scorrono davanti agli occhi. Sono vicende passate, volti trasfigurati, fantasmi fruscianti, corpi abbandonati, sentieri interrotti. Gli sembra di ricordare che quella stessa voce lo ha spronato in altre occasioni. Esattamente ogni volta che è stato necessario prendere in mano la situazione e aggiustarla in qualche modo, a qualunque costo. Gli giungeva da bordo ring e lo incitava a riacciuffare l’incontro dopo essersi nascosto per una decina di secondi dietro la guardia a rifiatare. È questo a essere paradossale, che fosse la voce stessa del suo formatore quando gli aveva affidato il primo incarico. Sono trascorsi quarant’anni ma quella voce è ancora lì a ingaggiarlo.
Ponzio Pilato, ora tocca a te!
Da allora non è cambiato un granché. È più lento nei riflessi e non è più così rapido nel ponderare ogni variabile della situazione in cui è incappato. L’esperienza però lo ha reso ancora più distaccato. Gli ha insegnato a socchiudere gli occhi e a prendere coscienza solo della sostanza del fine. Con tale lucidità è matematico elaborare i pro e i contro che scaturirebbero da una decisione piuttosto che da un’altra. Così la scelta arriva da sé. È un mero fatto statistico.
E adesso invece salta fuori questa faccenda di Gesù Cristo e ogni logica va a farsi benedire.
Ne percepisce nell’intimo il potenziale pericolo e al contempo ne è affascinato, in qualche modo attratto o forse solo curioso di vedere come potrebbe andare a finire l’intera questione. Avverte con nitore che potrebbe sfuggire al controllo e trasformarsi in una bomba capace di destabilizzare ogni singolo piano della struttura in quell’area geografica che, accidenti a lui, è proprio quella di sua competenza.
Gesù Cristo è un cinquantenne minuto con riccioli copiosi e una barbetta da predicatore. Da semplice artigiano, dedito al restauro di mobili, si è trasformato in portavoce delle rivendicazioni degli Indios su alcuni territori oltre il fiume abbandonati alla jungla. La multinazionale da parte sua ha speso capitali per accaparrarsi quelle lande selvagge che il governo le ha ceduto senza troppi ragionamenti. Difatti questi ingenti flussi di denaro sono stati regolarmente versati al governatorato che in cambio ha assunto migliaia di lavoratori per disboscare la regione e dissodarne le terre. Altrettanti operai saranno poi impiegati stabilmente nelle piantagioni di noccioli che nasceranno da quel nulla rigoglioso, ma improduttivo dal punto di vista del capitale.
E ora è comparso Gesù Cristo a elevarsi a paladino dei diritti inalienabili degli Indios sulla foresta. Ha cominciato a blaterare di ecosistema, di salvezza del pianeta, di patto millenario con Madre Natura. In breve tempo l’eco della protesta è uscita dall’ambito locale e si è trasformata in una di quelle battaglie internazionali. Ormai è tardi. È impossibile pensare di metterlo a tacere. Del resto sin dall’inizio Gesù Cristo si era dimostrato insensibile tanto alle lusinghe quanto alle minacce. I suoi primi interventi di fronte a qualche centinaio di Indios coi costumi da selvaggi sono divenuti raduni immensi capaci di richiamare attivisti da tutto il mondo, esattamente come il sassolino scalciato che, rotolando, diviene valanga.
Ponzio Pilato si considera il maggiore responsabile della pessima piega assunta dall’intera vicenda. Sebbene indirettamente avrebbe dovuto vigilare su ogni singolo aspetto dell’operazione. Imputa questa manchevolezza proprio al passare degli anni e al suo naturale decadimento. Avrebbe dovuto pensionarsi prima, riflette ancora una volta. Sarebbe bastato solo qualche mese. Doveva accontentarsi e ritirarsi a suo tempo, maledizione. Il fatto che nella sua lunga attività gli fosse sempre andata bene avrebbe dovuto metterlo in guardia. Invece eccolo alle prese con la seccatura peggiore di un’interminabile carriera.
Ogni volta che dallo schermo gigante del suo ufficio partiva il servizio sull’ennesima manifestazione india percepiva lo stomaco sigillarsi e la gastrite salire. Conati biliosi anticipavano di qualche secondo la telefonata che immediatamente sarebbe giunta dall’altro capo del mondo a chiedergli conto dei progressi in merito. Eppure aveva da subito intuito, da quel primo notiziario locale, che il problema era inevitabile. Ogni intervento sarebbe stato vano e la vicenda si sarebbe invariabilmente conclusa in modo sfavorevole. Bisognava limitare i danni. Sgomberare con la forza il primo raduno era stato qualche mese addietro il primo stupido errore. Ma nessuno lo aveva avvisato, tanto meno interpellato. Quegli stramaledetti collaboratori in loco oltre a convergere i servizi privati di sicurezza avevano preteso pure l’intervento delle forze dell’ordine. Ancora un po’ e avrebbero richiesto anche l’esercito. Per fortuna non c’era scappato il morto. Altrimenti la deflagrazione sarebbe stata immediata. O forse l’intera questione si sarebbe sgonfiata e chiusa subito, sebbene tragicamente. Nondimeno un caso tanto eccezionale avrebbe attirato comunque l’attenzione. Un altro sbaglio grossolano, anch’esso irrimediabile, era stato quello di provare a convincere Gesù Cristo con le lusinghe e con le minacce. Egli adesso era un eroe. Nulla lo avrebbe smosso. Si sarebbe dovuto eliminarlo da principio. Qualcosa di ben orchestrato. Un lavoro da professionisti silenziosi. Ne aveva un paio a libro paga. Nessuno avrebbe potuto collegare la morte incidentale del povero Cristo alle sue passioni ambientaliste. Sarebbe stata una banale fatalità. Ma ora era tutto assurdamente fuori luogo. L’eroe sarebbe diventato una bandiera e ogni collegamento risultato lampante anche qualora non ci fosse stato.
Ponzio Pilato si sentiva spacciato.
Si alzò e si mosse verso il bagno privato del suo enorme ufficio all’ultimo piano del grattacielo di proprietà della multinazionale, piantato nel cuore economico della capitale di quella nazione così lontana dalla sua patria e nella quale risiedeva da decenni. Lo perseguitavano continui stimoli a urinare, ma poi riusciva aemettere qualche goccia forzata. Ne approfittava per lavarsi le mani. Le insaponava e le sciacquava in continuazione. Col passare del tempo era divenuta una sorta di mania.
Erano anni che non aveva più amanti e mesi che non frequentava prostitute. All’improvviso si era sentito vecchio. Quella sera invece aveva bisogno che la mente si spegnesse e che il guaio decantasse. Solo così forse avrebbe potuto trovare una soluzione e porvi rimedio. Era lo stratagemma al quale era sempre ricorso. Una notte d’amore senza troppe implicazioni. Non voleva ragazzine tra i piedi. Cercava una donna che fosse tale. La sua fidata guardia del corpo sapeva cosa significasse e perentorio indicò sottovoce all’autista dove dirigersi. Era come un addestratore che sussurrava il comando a un pastore tedesco.
Il traffico si apriva al passaggio della berlina, il caos pareva redimersi e la notte rendeva la capitale un inferno patinato sopra il quale troneggiava un plenilunio quasi metafisico.
La prostituta esperta e bellissima lo traghettò in poche ore dal piacere all’idea che gli mancava per ristabilire l’equilibrio necessario al potere. Inizialmente non fu semplice per lei reperire la strada giusta a scardinare le tensioni che avvolgevano quell’uomo, così importante e stanco. Tuttavia Ponzio Pilato si ritrovò a rimirare muto l’alba maestosa attraverso le immense vetrate. Avvolto in un accappatoio immacolato si avvertiva rinvigorito come non gli accadeva da anni. La donna dormiva dolcemente, solennemente lambita dai primi raggi di luce. Ora la stanchezza era solo sua, sebbene di altra natura. Ponzio Pilato si ritrasse finalmente da quella fissità così simile alla saturazione degli orgasmi notturni e si recò in bagno. Riuscì a urinare copiosamente come nemmeno rammentava potesse avvenire. Sospirava di un impagabile piacere liberatorio. Quasi si scordava di lavarsi le mani. Uno strano ghigno si rifletteva nell’ampio specchio sopra il lavabo rendendolo quasi inconoscibile a se stesso. In pochi istanti si era reso conto che quella era l’occasione inattesa per affrancarsi definitivamente dal suo ruolo. Avrebbe barattato la risoluzione di quella odiosa complicazione con il suo pensionamento. Decise di non aspettare oltre, se non il tempo necessario a cercare in rubrica il contatto più importante tra tutti. Giusto un paio di volte all’anno gli capitava di dovervi ricorrere. In Europa era pieno giorno e l’amministratore delegato in persona gli rispose al secondo squillo come se fosse lì pronto a ricevere la telefonata.
Gesù Cristo non era un ingenuo, ma era uno che non si sottraeva mai al confronto. Amava le sfide. Non sarebbe stato difficile trascinarlo a un incontro al quale avrebbe presenziato il suo vice stesso con altri dirigenti della compagnia. Era da escludere che ci fosse pure lui. Non gradiva comparire. Detestava anche il solo pensiero di poter essere coinvolto in uno scandalo. Più complicato invece era organizzare un appuntamento al quale Cristo avrebbe dovuto recarsi senza tutti i suoi comprimari, capi indio o attivisti che fossero. Unica compagnia, e testimone, doveva essere quel suo collaboratore, Giuda, che nel frattempo avevano corrotto e istruito in merito al comportamento da tenere. C’era una scena da girare, un video da montare come fosse reale. Vi si mostrava la compravendita di Gesù Cristo il puro, l’incorruttibile. Immediatamente sarebbe esploso in rete. In seguito ci avrebbero pensato i suoi sodali a linciarlo o il suo rimorso a suicidarlo.
Gesù Cristo era spacciato. La faccenda chiusa.
Qualcosa però non andò per il verso giusto. Ci fu una colluttazione, una guardia del corpo verosimilmente estrasse un’arma. Malauguratamente uno dei finestroni era rimasto accostato. Gesù Cristo finì di sotto. Forse venne spinto nell’alterco o si divincolò nel tentativo di liberarsi dalla presa degli aguzzini. Morì sfracellato in mezzo al traffico di una delle vie principali della capitale dopo un volo di svariati piani. Nessun video aveva più senso. Ogni traccia sparì in tempi rapidissimi. Immediati. Nessuna prova riuscì mai a collocare Gesù Cristo in quel luogo.
Tuttavia dopo sole poche ore l’intero movimento ambientalista era certo che la morte di Gesù Cristo non fosse un suicidio, ma un omicidio dietro al quale ci fossero senza nessuna ombra di dubbio le grinfie della multinazionale. Ci furono scontri con le forze dell’ordine sia nella capitale che nei territori contesi. L’organizzazione a tutela della foresta e dei diritti degli indios ottenne una clamorosa svolta nella sua lotta. Gli espropri vennero temporaneamente bloccati.
La contesa perdura tuttora.
L’unico suicidio comprovato fu quello di Giuda. Il suo corpo fu trovato penzolante in uno scantinato alla periferia della capitale. In un angolo venne rinvenuta una borsa con qualche migliaio di dollari.
Ponzio Pilato comprese che l’agognato pensionamento si era di nuovo allontanato. Non gli sarebbe stato concesso nessun tempestivo ritorno a casa. L’Europa restava dall’altro capo del mondo, forse per sempre. Gli prese una voglia irresistibile di fumarsi un sigaro. Si alzò dalla poltrona per scacciare la pulsione. Gli scappava da pisciare ma erano solo quei maledetti e inutili stimoli alla minzione. Allora s’insaponò e si risciacquò le mani. Più volte. Quell’abitudine si era trasformata in un tic. Non capiva se l’eczema e il rossore che gli ricoprivano le mani fossero dovuti al continuo lavarsele oppure se la necessità di sciacquarle fosse dettata dal prurito che accompagnava l’eritema.
Un giorno i miei genitori decisero di passare la domenica entrante in gita a Bassano del Grappa. Avevo sette anni, era il 1973, quella domenica mi fecero indossare un cappottino blu con i bottoni di finta madreperla e un berretto col paraorecchie. Era un ottobre insolitamente rigido.
Ci svegliammo alle sette in punto per prendere il treno delle 8.37. Il sole era velato da una leggerissima trina di foschia che rendeva Venezia un tenue, languido ectoplasma, tiepido come il caffelatte di quelli che mi servirono al bar della stazione assieme al croissant che mio padre mi porse dal piattino poggiato sul gigantesco bancone d’acciaio e legno che occupava a semicerchio un quarto del locale.
Guadagnammo il binario dove il treno era in paziente attesa dei passeggeri. Salimmo su un vagone di terza, le cui panche di legno mi ricordavano quelle dei treni dei film western che vedevo i lunedì sera sul primo canale, o con mio padre, quando certi pomeriggi di primavera, andavamo al cinema del C.R.A.L. della marina. I western in tv li vedevamo in bianco e nero, per forza di cose e per questo motivo il sole risultava più sfavillante che nella realtà a colori. Mentre quelli, giganteschi, sul grande schermo, che quasi sempre erano produzioni di terza scelta italo-ispaniche, mi ricordavano le precarietà dei luoghi dove inscenavo con amici – ma più spesso da solo – i miei di western, nella verde valle dei Giardini di sant’Elena.
Il treno per Bassano si mise in moto, prima arrancando e tossendo per poi guadagnare la velocità regolare. Le durissime panche tormentavano i miei glutei in sobbalzi, ora regolari, ora imprevisti dovuti agli scarti di velocità al giungere nelle diverse stazioni dove il treno si fermava, rallentando la tosse e il brontolio. Durante il viaggio osservavo in silenzio il mutare del paesaggio. Dopo l’infinita distesa acquea della laguna che affiancava a sinistra e a destra il treno, ecco che faceva capolino il cemento mestrino con la sua stazione grigia.
Via via che ci si dirigeva verso la meta, il panorama mutava: alberi, cespugli, cittadine che nulla avevano se non l’anonimato. Poi, via via che si guadagnavano le stazioni, l’umore diventava quello da primi decenni del ’900, con le tettoie atte a proteggere dal sole o dalla pioggia, i viaggiatori che coprivano panche di ferro dipinte di verde da cui spuntava qui e lì qualche isola di ruggine. Ogni tanto qualche alpino stava seduto in attesa di un treno che lo riportasse a casa. Giunti a Bassano l’aria era più fresca, frizzante e l’atmosfera diventava anche più ovattata di quella lagunare, e più greve. Passeggiando per Bassano le case, le chiese e i negozi sembravano massicci rettangoli su cui era stato cosparso dell’intonaco di pallidissima ocra. Era quello un luogo agli antipodi della mia città, un paese che non sfuggiva dalle dita come Venezia, liquida anche nei più grevi monumenti, ma si mostrava con la granitica certezza di una solida montanara. La normalità, fatta di alluminio anodizzato e vetrine di negozi di scarpe e abbigliamento con insegne che non si potranno più dimenticare e che ancora oggi talvolta appaiono inaspettate – dove immancabili spuntavano pantaloni alla zuava, alpenstock e borracce con lo stemma della città – si mescolava ai luoghi sacri della Grande Guerra, marcati da lapidi, statue e dallo stile delle insegne delle osterie e delle locande.
Camminare per Bassano mi provocava una stretta in gola e un’impressione di calo di pressione, uno stato mesmerico in cui mi sentivo persino protetto. Ma a quel senso di cura di me si insinuava una innominata melanconia che più avanti, a un certo momento assunse il nome di morte. Le passeggiate per i vicoli, la salita al monte Grappa con l’autobus che odorava di finta pelle e scoregge stantie e unto generico. Poi il ristorante affacciato sulla riva del fiume Brenta, che scorreva in un letto carico di memorie carico quanto quello nascosto dentro ai fori di mitraglia, ancora evidenti sulle pareti degli edifici costeggianti.
Scorre pigro il fiume sotto il ponte degli alpini e osservo il suo levigare i massicci sassi che, accarezzati dal suo corso, si levigano e diventano lustri, riflettono il cielo sempre un po’ malcerto, anche nelle giornate più limpide. Siamo in montagna, in fondo, e il monte Grappa veglia sul carico di gravità umorale del centro città.
Io guardavo questo Brenta, lo seguivo fin chissà dove, in un mondo senza uomini e cose, perennemente grigio come le armi della Grande Guerra. Triste e fallimentare come tutte le guerre. Ma la Prima Guerra mondiale, col suo ossimorico incontro tra antico e moderno risuona sempre dolorosa, fatta di carni strappate, di balle di cannone, di sangue nerissimo,torvo filo spinato, campi verdissimi violati dal sangue e montagne indifferenti e aspre.
La gita si concluse con la tappa all’osteria Nardini, la cui omonima grappa aveva da sempre l’aura di leggendaria. Era per noi la grappa delle grappe; mica come quelle che apparivano pubblicizzate a Carosello da Luigi Vannucchi – via la testa, via la coda, solo cuore. Ma che cuore volete che sia di fronte al cuore dei valorosi alpini e della grappa di Bassano?
Ci sedemmo a un tavolino di legno che mi parve impregnato dello stesso distillato, con sedie di legno che sapevano di acquavite anch’esse. L’oste con un grembiulone nero ci portò l’ordinazione: due grappe lisce e per me una spuma. Il tavolino era posto vicino a una finestra. Ritornai a osservare il lento corso del Brenta e i fori di proiettili sulla parete dirimpetto. Provai un sentimento che poi non mi abbandonò mai più, un misto tra tepore protettivo e soffocamento. Un leggero brivido d’angoscia mi accompagnò da quel momento sino al ritorno a casa. Guardavo il treno ripercorrere a ritroso la strada che avevamo fatto al mattino e sentivo qualcosa di fatale dentro di me. Complice la foschia che non se n’era andata, complice l’inizio del crepuscolo, che indicava la fine del giorno di festa senza scuola, e il lunedì si piazzò al centro dei miei pensieri. Quello era il giorno dove si ricominciava a imbastire la prosa dei giorni qualsiasi, i giorni del dovere, i giorni della routine. Dove mi porterà questa ruota? mi chiesi.
La risposta la dovetti imparare più tardi, quando le persone attorno a me cominciarono a morire e le città a svuotarsi, senza più un ricambio che potesse riempire i vuoti che man mano si aprivano nel mio cuore. Intanto, quella domenica, la cui sera si presentò senza stelle e con una luna opaca, cercavo di aggrapparmi a ogni minuto che passava prima di andare a letto, a consumarlo lentamente, come si fa con una corretta masticazione. Ogni frammento veniva da me assaporato e trattenuto nell’illusione che almeno qualche residuo rimanesse per consolarmi dal lunedì che arrivava: la luce della cucina, il tavolo da pranzo, il cibo della cena, il lento navigare dell’ennesimo sceneggiato Rai al primo canale.
E furono proprio lo sceneggiato, e tutti gli altri a venire, la mia principale fonte di sopravvivenza, coi loro ritmi lenti e le immagini spettrali delle riprese in esterna, fatte con la pellicola in bianco e nero e il contrasto con le riprese negli studi in nastro magnetico, con i microfoni della presa diretta che catturavano ogni fruscio, ogni scivolamento di fogli di carta, ogni clickclack della telescrivente che rigettava messaggi cifrati da un ipotetico pianeta. E quegli arredamenti optical, illusione di un futuribile che in realtà era pressappoco uguale al presente, quelle voci stentoree che scandivano con chiarezza teatrale le battute lasciando lunghe pause tra una frase e l’altra, quelle penombre che sembravano venire dritte da un sogno spiato dal buco della serratura: universi che entravano dentro i miei sogni e li rendevano ancora più depressi.
E fu per tutti questi motivi che mi dissi, mentre cercavo di addormentarmi, che, se la verità di muoversi anche per un così piccolo viaggio dovevano essere questi orizzonti di morte, allora dovevo decidere di non viaggiare più. Mai più.
(Immagine d’archivio, Ponte di Bassano del Grappa)
È riuscito anche a infilarsi nel mio letto quel vecchio porco. Continua a dire di essere mio marito, mi segue ovunque, parla con me e lo fa con voce dolce. Pensa di riuscire a fregarmi e insiste con le sue moine. Idiota, come può pensare che io ci caschi, che io creda ad una simile follia?
Mio marito si chiamava Angelo ed era l’incarnazione del suo nome, il padre dei miei figli, la ragione della mia vita. È morto cinque anni fa, in una giornata di dicembre in cui faceva molto freddo, il cielo era limpido e un pallido sole diffondeva una luce delicata e intensa allo stesso tempo.
Angelo è morto e da quel giorno terribile non so più come liberarmi di questo pazzo che gira per casa.
Non ho nessuno a cui chiedere aiuto: i figli sono lontani, impegnati e distratti, gli amici sono quasi tutti ammalati e quelli che stavano bene fino a poco tempo fa hanno pensato di lasciare questa terra. Io non vado a trovarli: l’unica volta che andrò al cimitero sarà quando mi ci porteranno. Io l’ho sempre detto che voglio che le mie ceneri siano disperse tra le montagne che tanto amo. L’ho detto ma nessuno mi ascolta: non potrò far nulla e mi chiuderanno dentro una bara.
Mi chiamo Arabella che vuol dire amabile. Ho fatto battere molti cuori in gioventù: mi volevano in tanti ma, quando a diciotto anni, ho incontrato Angelo non mi è più importato di nessun altro. Siamo stati una cosa sola, ci siamo amati nella gioia e nel dolore. Tutti a parole si impegnano a farlo ma per noi è stato veramente così. Ne abbiamo passate tante insieme: Sarò al tuo fianco qualsiasi cosa accada, mi diceva. È l’unica promessa che non ha mantenuto.
Non ricordo com’è successo che è morto, credo sia stato un incidente ma non ne sono sicura. Da quando se n’è andato mi è salita dentro tanta rabbia che annebbia ciò che è stato, confonde quello che è, annulla ogni speranza per ciò che sarà. Sento il viso contratto e penso che sia perché mantengo un’espressione dura e severa. Non lo faccio di proposito, non so più sorridere. Se ci provo immagino sul mio volto delle smorfie orrende e mi spavento.
In tanti pronunciavano il mio nome; ora lo fa solo il porco e la sua è l’unica voce che non vorrei sentire.
Questa mattina ha preteso che io mi vestissi per uscire. Andiamo a fare una passeggiata ha detto con voce sgradevole e forzatamente gioiosa. È una giornata troppo bella per restare qui in casa ad ammuffire, un po’ di aria buona ti farà bene. Siamo quasi a giugno, nel prato qua di fronte sono sbocciati i papaveri. Se ti affacci alla finestra vedrai una distesa rossa che mette allegria. Ricordi come ti piacevano i fiori? I tulipani gialli erano i tuoi preferiti, dicevi che guardandoli ti sentivi cullata dal sole.
La rabbia, di nuovo tanta rabbia: l’ho sentita partire dallo stomaco, rafforzarsi e salire fino a esplodere nel petto: non ricordavo nulla di quanto il porco diceva. Cosa ne sapeva lui di me? Cos’erano questi papaveri? Di che giallo parlava?
Ho fatto resistenza in tutti i modi: lui voleva che alzassi le braccia per sfilarmi il pigiama e io le tenevo incrociate sul petto, lui tentava di farmi indossare la gonna e io mi sono tolta le mutande, lui provava a mettermi le scarpe e io le ho lanciate dietro alla televisione appena si è inginocchiato per farmele indossare.
Per recuperarle ha dovuto faticare molto. Ha spostato il tappeto e ha armeggiato goffamente per parecchi minuti con una scopa. Si erano incastrate tra un’insenatura del muro e il mobile porta tv. Ogni sua mossa rischiava di compromettere ulteriormente la situazione: lui arrancava e sudava per lo sforzo, io gli ridevo in faccia.
Alla fine ci è riuscito e io mi sono ritrovata con le scarpe ai piedi. Mi ha guardato e aveva gli occhi tristi. Pareva molto stanco ma ha sorriso. E quando il porco sorride io lo odio ancora di più.
So bene perché vuole farmi uscire. Appena la casa è vuota arrivano i suoi amici ladri: entrano da padroni e rubano le mie cose. Portano via tutto quello che è mio. Io ho capito subito il suo inganno e, in un paio di occasioni, ho chiamato i carabinieri ma lui è maledettamente furbo ed è riuscito a convincerli che tutto era in ordine e che io ero solo un po’ esaurita. È riuscito ad ingannare anche loro: ho visto il più giovane dei due – un ragazzo dagli occhi buoni che assomigliava a mio figlio – passargli un braccio attorno alle spalle e dirgli di farsi coraggio.
Maledetto bugiardo. Lo sanno tutti che qua dentro è tutto mio: se lo deve ficcare bene in quella testa da ladro. Non so più cosa fare per cacciarlo via. Lui è sempre qui, continua a girare per casa, a usare le mie cose e a infilarsi nel mio letto.
Vuole rubarmi tutto, anche i ricordi, anche gli affetti che non ho più e ogni giorno diventa più crudele.
Ieri – si credo fosse ieri – ha acceso il vecchio stereo, quello del soggiorno che anni fa accompagnava tutte le mie giornate. Lo ha fatto di proposito per farmi soffrire anche se non so come sia riuscito a scoprire che a me piaceva tanto ballare il tango.
Piaceva anche ad Angelo che era molto più bravo di me.
Non ricordo il titolo del brano che ha fatto partire, ricordo solo la fitta che ho provato e il dolore che ho sentito quando ha detto: Vieni Arabella, balliamo come facevamo un tempo.
Ladro! Come ha osato? Voleva rubarmi anche Angelo: gli ho dato uno schiaffo in pieno viso con tutta la poca forza che mi rimaneva e sono andata nella mia camera con la rabbia incastrata nel petto.
Non so quanto tempo sia passato. È tutto sfumato, tutto incerto, dov’è finito ora quel porco? Eccolo lì, sul mio divano e sta parlando al telefono.
«Si, siamo usciti una mezz’ora, abbiamo fatto un bel giretto, si certo fino all’edicola. Mamma oggi è tranquilla, abbiamo anche chiacchierato un po’ di quando eravate piccoli e trascorrevamo le vacanze al mare. Abbiamo riso pensando al tuo costumino giallo e alla paura dei granchi di tua sorella: quando ne individuava uno, anche se a metri di distanza, usciva dall’acqua terrorizzata e non rientrava più.
Come? Parlo male? Ah già, mi sono scordato di dirtelo, distratto come sono ho sbattuto contro lo sportello della cucina. Niente di che solo che mi fa un po’ male la guancia. Non c’è proprio nulla di cui preoccuparsi, state tranquilli, noi stiamo bene e ce la caviamo alla grande. Dai un bacio ai bambini da parte nostra. Ci sentiamo domani» e il porco ha chiuso il telefono.
(dipinto di Jack Vettriano, Il maggiordomo cantante)
All’uscita principale della stazione di Porta al Serraglio, mi guardo intorno. Sopra di me i binari e la pioggia che finalmente cade senza violenza; davanti a me via Magnolfi deserta, quasi pittoresca, con le luci dei lampioni che brillano sul selciato bagnato. Solitamente da qui, a poche centinaia di metri dalla farmacia in cui lavoro, prendo un treno per tornare a casa.
Mi accendo una sigaretta, anche se dovrei centellinarle: le conto, stringendo il pacchetto morbido tra le dita infreddolite: “Ne ho a sufficienza per…” penso, facendo un calcolo approssimativo. Ho dimenticato il portafoglio stamattina, mentre cambiavo la borsa. Dannazione a me e alla mania di abbinare gli accessori al cappotto, giornata sbagliata per un inconveniente del genere.
Quando sono uscita per andare al lavoro, da brava pendolare sempre di corsa, ho risposto al volo alla telefonata di mio padre: «Oggi dovresti restare a casa. Lo sai, no, che c’è allerta arancione?» mi dice rimproverandomi, ché non se lo toglierà mai il vizio di essere apprensivo, anche se oramai ho trentacinque anni e non vivo più con i miei da un pezzo.
«Oh, babbo! Se dovessi restare a casa ogni volta che questi diramano un’allerta… che poi non ci prendono mai. Stai tranquillo e dai un bacio alla mamma, vi chiamo stasera quando rientro».
E invece eccomi in questo limbo, tornare in paese è letteralmente impossibile. Avevo ragione solo su una cosa, che non ci hanno preso manco di striscio con le previsioni.
Chiamo mio padre: «Babbo, sono al Serraglio, ma la circolazione è bloccata. E ho lasciato il portafoglio a casa, non posso neanche cercarmi un albergo».
«Chiedo a tuo fratello se ce la fa a raggiungerti… Benedetta ragazza, te l’avevo detto stamattina, ma tu sei una testona e non mi ascolti mai».
Gli rispondo con la coda tra le gambe, ma con uno scampolo di fierezza: «Non è certo colpa mia se l’allerta è diventata rossa ed è successo quello che è successo. Passami Niccolò, fammici parlare un attimo».
«Ci provo a prendere la macchina, sennò che fai là? Passi la notte fuori?» mio fratello mi lascia così, mentre sento che parlotta con i nostri genitori.
Hanno tutti il cellulare scarico, perché in paese manca la corrente da ore.
Restiamo d’accordo di sentirci solo se necessario.
Nel frattempo, rispondo ai messaggi di amici e parenti lontani che stanno apprendendo dai notiziari del disastro in Toscana.
Rassereno tutti, mentre inizia a salirmi l’ansia che fino a ora avevo tenuto in pausa, sovrastata da un barlume di sangue freddo.
Eppure, in questo pezzo di città che ho davanti, sembra tutto normale: il cielo non è neanche così scuro, sopra gli eleganti palazzi che delimitano la strada verso il Duomo; per pochi minuti ha smesso persino di piovere, una pausa irreale e inaspettata.
Vedo arrivare un ragazzo di colore in sella alla sua bici: ha in testa un sacchetto di plastica rosa, di quelli per la spesa che non esistono più se non nei negozi cinesi.
Smonta e, molleggiando, viene verso di me. Mi squadra dalla testa ai piedi, come se volesse capire se posso essere una sua cliente, almeno così penso, cedendo all’associazione ragazzo-nero-nei-pressi-della-stazione uguale spacciatore. Magari si chiede solo cosa ci faccia lì e me lo sto chiedendo anche io da più di un’ora.
Tempo qualche minuto, arriva un altro ragazzo che fa cenno al primo di seguirlo. Nella mia testa i due si stanno mandando messaggi in codice, ma oramai sono preda di allucinazioni, perché inizia a divorarmi la fame. Avrei dovuto essere a casa da un po’, a gustarmi i miei sofficini spinaci e mozzarella, davanti a un episodio di The Bear.
I due se ne vanno, ignorandomi. Avrebbero potuto chiedermi se fossi in difficoltà o, almeno, offrirmi un po’ di haschisch per calmare i nervi.
A interrompere le mie riflessioni socioantropologiche la telefonata di mio fratello: «Virgi, qui è un casino assurdo, non ce la posso fare… Sto seguendo un mezzo dei vigili del fuoco per tornare indietro, quasi restavo impantanato. È tutto buio e le strade fuori dal paese sono un fiume, ti giuro, un cazzo di fiume di fango e pietre».
Non ho mai sentito mio fratello così preoccupato. Gli dico di fare attenzione, di mandarmi un messaggio appena riesce ad arrivare a casa: «In qualche modo farò» è l’ultima cosa che gli dico prima che cada la linea.
Inizio a passeggiare avanti e indietro per scaldarmi.
Riprendo il cellulare, ho una decina di messaggi, ma non li leggo. Scorro tutte le chat fino a quella con Federico, persino i messaggi con l’elettricista sono più recenti dei suoi.
L’ultimo scambio è datato 2022: “Quindi è finita” aveva scritto, dimenticando oppure omettendo volontariamente il punto interrogativo.
Digito, non prima di avere acceso l’ennesima sigaretta:
“Ciao, Fede, come stai? Sarai sorpreso di sentirmi” mi fermo, cancello, riscrivo.
“Ciao, Fede… Lo so che non ci sentiamo da un po’ ma se puoi mi richiami?”. Guardo il suo ultimo accesso, è recente.
Resto a fissare lo schermo in attesa delle spunte blu, mentre sento delle sirene in lontananza.
Trascorrono solo pochi secondi che sembrano eterni, poi la sua chiamata.
La sua voce mi scende fino allo stomaco che si contrae: sarà la fame, sarà che ancora lui mi fa effetto.
«Ehi, Virginia», pronunciava il mio nome per intero solo nei momenti più seri, «è successo qualcosa di grave?»
Riprendo fiato e gli spiego in che situazione mi trovo: bloccata in centro, senza soldi e senza possibilità di raggiungere casa o qualsiasi altro luogo all’asciutto.
«Vengo a prenderti, non muoverti da lì», lui abita in città.
«E chi si muove, intorno c’è l’apocalisse… Non lo so nemmeno se ce la fai ad arrivare»
«Ti richiamo quando sono per strada e ti aggiorno. Ma tu stai tranquilla,quando ti agiti troppo ti viene il mal di testa, me lo ricordo bene».
Le sue parole suonano dolci e rassicuranti e per un attimo dimentico Porta al Serraglio e il freddo pungente che non si arrende neanche al giaccone impermeabile.
Avviso i miei, mentre osservo un tizio che arriva su una moto imprecando, si ferma e poi riparte. È una notte assurda, dove le persone sembrano comparse che appaiono fugacemente e poi spariscono nel nulla, lasciandomi sola al mio destino.
Guardo il cielo che adesso è veramente nero e cade in rapidi frammenti sulle tegole dei tetti. Leggo le notizie in diretta, guardo i video sui social. Povera gente. Case devastate dalla furia del fango, macchine sommerse, alberi che galleggiano lungo le strade. Cose che pensavo non potessero mai accadere a noi. Si sa già quanti morti ci sono stati?
Finalmente la telefonata di Federico: «Sono arrivato, ho parcheggiato dietro la stazione».
Do un’ultima occhiata intorno, come se stessi lasciando un rifugio e mi avvio a passo spedito. L’ombrellino mi si inceppa, si apre sbilenco sulla testa che copro con il cappuccio. I fari accesi della sua Golf sono come la luce in fondo al tunnel: è arrivata la cavalleria a portarmi in salvo.
Salgo in macchina emettendo un lungo sospiro seguito da un ciao rotto dall’affanno.
Lui mi sorride: «Che gran casino, eh?», accennando un movimento verso di me che assecondo sfilandomi il cappuccio e sistemandomi i capelli increspati dall’umidità.
Ci sfioriamo appena: la nostra esitazione si trasforma in un bacio sulla guancia.
«Mi dispiace per il fastidio… Spero non sia stato troppo complicato arrivare fin qui» balbetto.
«Facilissimo no. Sul ponte Datini, il Bisenzio è al livello della strada… Ora vediamo come tornare indietro, mi inventerò qualcosa. Non abbiamo fretta, credo» non ha perso la sua ironia.
«Hai freddo? Alzo un po’ il riscaldamento?», mi chiede ingranando la marcia.
L’abitacolo si riempie di un piacevole tepore e del nostro silenzio. Iniziamo a barcamenarci tra strade allagate, impraticabili e percorse da pochi veicoli, in difficoltà come noi. Sembra di stare in un film distopico: vediamo persone affannarsi per mettere in salvo le loro cose da torrenti fuoriusciti dagli argini che ingoiano tutto. Evitiamo i percorsi più pericolosi, guardando da lontano, un egoismo necessario che però ci turba.
Fortunatamente troviamo il modo per arrivare a destinazione, senza dirci più niente. Non parliamo d’altro se non del tempo e di quello che vediamo, dei danni, della mala gestione del territorio, di quello che forse si poteva fare per prevenire il disastro. Niente di noi, della nostra storia.
Un anno senza vederci, né sentirci.
Il quartiere dove vive Federico è rimasto illeso: qua e là l’asfalto è chiazzato di grosse pozzanghere melmose, ma i tombini reggono, non vomitano acqua di fogna come abbiamo visto altrove.
Entriamo in casa, scrollandoci di dosso la pioggia che abbiamo preso nel tragitto dalla macchina fino alla porta. C’è ancora lo zerbino di Star Wars che avevamo comprato insieme in un mercatino rionale.
«Grazie, Fede» gli dico dopo essermi schiarita la voce «cioè, non lo davo per scontato».
«Ma figurati, gli amici servono a questo».
A un certo punto avevamo pensato che potessimo rimanere amici: le persone che si lasciano si raccontano spesso questa inutile bugia.
«Hai fame?» apre il frigo, scrutandone il contenuto senza convinzione «O preferisci una tisana? Le bevi sempre la sera.»
Conosciamo le nostre abitudini: «Qualcosa di caldo va benissimo»
«E dei biscotti, ho le Gocciole o se preferisci i Pan di Stelle». Ci riempivamo sempre il carrello di schifezze da golosi impenitenti quando facevamo la spesa insieme, le domeniche mattina.
Accende il bollitore, poi resta in piedi tra il frigo e il piano cottura, con le mani in tasca.
«Vado in bagno, posso?» gli chiedo, come un’estranea qualsiasi. Mi accompagna per prendermi un asciugamano pulito.
Guardo lo spazzolino solitario sul lavello e il dentifricio lasciato aperto come sempre.
Odore di Coccolino Profumo di Primavera e di dopobarba al tabacco e vaniglia.
Mi guardo allo specchio, le occhiaie hanno preso il sopravvento sul correttore.
La tazza fumante mi aspetta sulla tovaglietta in rattan.
«Avevo solo malva e tiglio»
«Va benissimo, grazie»
«Basta dirmi grazie. Come stai? Cioè, non adesso. È un po’ che non ci sentiamo, noi due».
Iniziamo a chiacchierare, dei nostri lavori, delle famiglie, degli amici che ancora abbiamo in comune. Un fluire di parole interrotto solo dal crocchiare dei biscotti tra le mie dita che ora sono caldissime.
«Ti preparo il letto in camera nos… mia» gli resta tra i denti un nostra che corregge subito, grattandosi la barba che rade solo una volta a settimana.
«E tu? Dove dormi?»
«Divano letto… alla fine l’ho comprato, come volevi tu. Da Ikea»
«Ah, vedo, non ci avevo fatto caso entrando. Ma ci dormo io, dai, lo sai che poi mi sveglio prestissimo la mattina. Domani ti preparo il caffè».
Mi ignora di proposito, l’accoglienza per lui è sacra e io sono un’ospite.
Gli do una mano a rifare il letto, mi prende una tuta per stare più comoda.
«Ti lascio, sarai stanchissima» mi scruta dalla porta mentre sto finendo di infilare il cuscino nella federa.
Restiamo congelati come in un fermo immagine.
Di nuovo in quella camera, io e lui. Rivedo le domeniche a letto, a dirci parole evanescenti e a toccarci come se non potessimo farne a meno.
«Fede» il suo nome sulle mie labbra.
«Virgi» la sua risposta velata di nostalgia.
Torna verso di me, lascio cadere il guanciale in terra. Cadono le parole che forse dovremmo avere.
La distanza tra noi implode, mentre la pioggia batte sulla finestra coprendo il rumore dei nostri pensieri. Il crollo definitivo di ogni nostra reticenza è un lungo bacio che ci sembra quasi necessario.
Le mani si intrecciano. Io che spoglio lui, lui che spoglia me. Mi guarda, come faceva prima di perderci.
Sa come toccarmi, so come toccarlo. La memoria della nostra pelle. Sincronismo che si ripete uguale eppure diverso. L’unica routine che reggeva allo sfilacciamento di tutto il resto.
Siamo a letto: un groviglio di gambe, dita, sospiri. Occhi aperti, occhi chiusi. Piacere che arriva, lingua contro lingua, pugni stretti il cuore che si ferma e poi riparte. Come eravamo, come siamo. Lui dentro di me, avvolto nel mio abbraccio, sa di giorni perduti, di mancanza e di sospensione del tempo.
Poi una dissolvenza e il ritorno da un luogo lontano: i nostri corpi riacquistano consistenza sulle lenzuola stropicciate, fuori la città è un mare senza onde, un inferno liquido che fa paura.
Tratteniamo il respiro. Sulla pelle rimane un residuo del nostro piacere, una piega sulla coperta arrotolata sotto i nostri piedi.
Guardiamo il soffitto, come se avessimo una sigaretta che si consuma tra le dita. Poi lui si mette su un fianco, solleva la testa poggiandola sulla mano, il gomito a sprofondare nel materasso di molle insacchettate: «Non stavamo malissimo insieme. E anche ora…»
Lo guardo senza scompormi, girandomi appena verso di lui: «Stavamo bene solo in questa camera. E mi sa che abbiamo fatto l’ennesima cazzata».
Si solleva, poggiando la schiena sulla testiera morbida del letto: «La cazzata l’ho fatta io a dirti che… insomma…che mi è piaciuto».
Mi siedo anche io, portandomi le ginocchia al petto. Le tengo strette a me come in un abbraccio, per non abbracciare lui, perché ne avrei voglia.
«Stamattina quando sono uscita dicevano che c’era allerta arancione» inizio a parlare con una freddezza che esplode tra i nostri corpi.
«Non immaginavo che sarebbe venuto giù il mondo. Cioè, si vedeva che non era solo un temporale, che le cose si stavano mettendo male. E che non eravamo preparati. ‘Spetta, cos’è che mi hai spiegato prima in macchina? La faccenda delle casse di espansione…»
«Virginia, di che stai parlando?» mi interrompe, la sua voce vibra sotto un sorriso stiracchiato.
Ma io continuo: «Quando ti dicono che l’allerta è rossa è già troppo tardi. Che potevano fare qualcosa prima che la città venisse sommersa».
«Ma stai parlando dell’alluvione? O di cosa?» un attimo di esitazione, con una mano stira le lenzuola, sollevandole fino a coprirsi il torace ancora leggermente ansimante.
Sento un brivido che mi attraversa da parte a parte, come una stilettata.
«Dai, lo sappiamo entrambi come sono andate le cose tra di noi. Ci stavamo consumando ma ce ne siamo accorti troppo tardi, non potevamo farci più niente».
Non risponde, si stende di nuovo: «Colpa dell’amministrazione sbagliata. E della cementificazione selvaggia. Anche del cambiamento climatico o delle scie chimiche».
Gli do uno scappellotto sulla testa e mi sdraio anche io, chiudendo gli occhi e respirando il suo odore che è anche un po’ il mio.
«Dormiamo?» mi propone, con quella suavoce leggera che sorvolava sempre sulle nostre vite e sulle nuvole nere che c’erano, e che lui non vedeva.
«Ma sì, domani conteremo i danni. Esono stata bene. Adesso».
Quando mi capita di incontrare mia sorella sulla soglia di casa, rivedo nostro padre. Persino le rare volte che vado in macchina con lei e mi fermo a osservare i suoi occhi che puntano la strada come un falco fa con la sua preda, mi rammento di nostro padre. Sono convinto che ovunque io mi trovassi, sia una via deserta o una piazza affollata, i loro sguardi mi scruterebbero e mi giudicherebbero. Di solito, quando passeggiamo in città e un estraneo ci guarda insistentemente, il suo sguardo, proprio perché ci è ignoto, ci lascia indifferenti; invece, quello di un nostro familiare ha il potere di toccarci, a volte ferirci profondamente. Proprio in merito a questo aspetto vorrei soffermarmi, raccontandovi un fatto che è stato parte di me e del mio passato.
Una fredda notte di gennaio, continuavo a rigirarmi nel letto. Allora mi sono alzato, e mentre cercavo nell’oscurità la porta del bagno, mi era venuta l’idea di radermi barba e baffi. Ricordo che la lama del rasoio che mi sfiorava delicatamente il viso all’improvviso era oscillata fra le dita della mia mano. Lì per lì non avevo compreso l’importanza di questo gesto, così banale e improvviso, poi, guardandomi più attentamente allo specchio, avevo notato che l’immagine della mia faccia, ancora piena di schiuma, era quasi sparita; facevo fatica a distinguere chiaramente persino le mielabbra e il naso. D’istinto mi ero avvicinato il più possibile a una delle due lampade vicino allo specchio, ma l’incomprensione e soprattutto l’angoscia mi avevano reso talmente cieco da non riuscire più a scorgere i miei occhi, da non riuscire più a darmi una spiegazione logica per questa incongruenza. Così, inghiottito dall’anima del buio di una notte sempre più incombente, mi era accaduto un altro fatto inquietante: gli occhi e gli sguardi di mio padre e di mia sorella si erano impressi proprio in quello specchio e ogni dettaglio del mio viso era scomparso. Ciò che mi era accaduto, durante quella notte di gennaio, non era soltanto frutto di incomprensione, angoscia, sgomento, bensì un senso di inadeguatezza; la stessa che, avevo vissuto un lontano giorno di carnevale di alcuni anni prima.
Non ricordo di preciso il giorno o l’anno. Ricordo solo che era un pomeriggio di febbraio, e mi trovavo tutto solo in piazza Duomo a Milano. Il sole brillava alto nel cielo terso, e il freddo mi avvolgeva, insinuandosi fra le maglie di lana spessa del mio cappotto. Mi ero guardato attorno, e mano a mano che il tempo passava, vedevo arrivare sempre più persone vestite in maschera. Quando… di punto in bianco, piazza Duomo non era più una, si era trasformata, scissa in due, diventando una sorta di dittico: a sinistra, verso via Orefici, le persone, celate da maschere variopinte e abiti goliardici, ballavano, ridevano e si lanciavano manciate di coriandoli colorati: regnava la spensieratezza dei bambini e la mia anima aveva percepito un entusiasmo che oserei definire fanciullesco; nella parte destra, invece, qualcosa mi aveva rattristato e l’entusiasmo che mi aveva colto lo sentivo scivolare nel vuoto; lo stesso che, un istante prima, aleggiava proprio nella parte destra prospicente il sagrato, sovrastata dalla facciata marmorea del Duomo.
Nonostante tutto volevo tenermi lontano il più possibile da quella sensazione; volevo, come tutti gli altri, indossare una maschera colorata e abbandonarmi al carnevale. Ricordo che d’istinto mi sono voltato verso la più vicina fermata della metropolitana e ho notato un uomo anziano con un cappello da clown che vendeva palloni, coriandoli, maschere di Walt Disney e della commedia dell’arte; ne volevo una, ma non sapevo quale scegliere ed eventualmente indossare. Alla fine, ho comperato quella di Arlecchino e me la sono calata sugli occhi. In principio avevo pensato che fosse un caso averla scelta, poi compresi che non si trattava solamente di una maschera, ma del mio passato che tentava di tornare, soffocando la vita presente. Così la indossai e rimasi fermo vicino alla fermata della metropolitana a osservare la piazza. Ricordo che mi incamminai verso il lato sinistro, quando, su due piedi, mi fermai: due persone parlottavano tra loro a pochi metri da me e indossavano due mantelli: uno nero, lungo ed elegante, l’altro marrone, corto e assai trasandato; nessuno dei due, però, indossava una maschera, solo occhiali neri con lenti da sole. Ero sempre in tempo a tornare verso la parte festosa, ma qualcosa di familiare nei loro sguardi mi aveva toccato; qualcosa di angosciante, che non potevo più evitare. Dunque, mi feci largo fra la gente che si lamentava per le tasse e le malattie, per gli avvocati e i tribunali. Avrei voluto sgusciare via e passare dove il sole brillava, dove la gente scherzava e si divertiva, ma quei due personaggi li sentivo troppo vicini, troppo familiari. Ero a pochi passi da loro. Ricordo che mi sono fermato e ho iniziato a osservarli. Non erano estranei, erano mia sorella e mio padre. Lo sguardo di mia sorella era inespressivo, quello di mio padre corrucciato; non facevano altro che parlare di cose senza senso, carichi di rancore e disprezzo, e ogni parola che usciva dalle loro bocche era un giudizio negativo sul passato, la vita, la famiglia, me e mia madre; persino contro le persone chepassavano accanto. Di colpo mi sono sentito sprofondare nel vuoto.
Avrei voluto piangere e scappare, ma le mie gambe e i miei piedi erano pesanti come cemento. Poi accadde un fatto: un bambino vestito da Topolino mi guardò e, sorridente, con la sua piccola mano mi accompagnò verso la parte luminosa e festosa.
All’improvviso non ero più lì, ma di nuovo nel mio bagno, calato nel cuore di una fredda notte di gennaio, con il viso pieno di schiuma e il rasoio che oscillava ancora fra le dita della mia mano.
Di questa notte non c’è altro da sapere, nient’altro da supporre, se non che da quello specchio ero balzato come una pallina da ping-pong in piazza Duomo, in un giorno di carnevale, alla ricerca di pace, in un anno qualunque della mia vita.
Grigio e verde. È il colore della mia città, è il colore della strada ad alto scorrimento che mi porta fuori e dentro la mia città, sempre uguale, senza illuminazione, piena di curve, taglia i campi come un mantra sicuro e ripetitivo, li attraversa con la spontaneità del rivolo, fatta di buche e conche che si riempiono pericolosamente di acqua quando piove. Piove: e la mia città è sempre più verde, verde di arbusti imprevisti e brutti che spuntano dalle crepe, negli orifizi dimenticati dall’andirivieni quotidiano. Fanno parte dello spazio, sono le perle dei giochi dei bambini.
Nella mia città sembra impossibile perdersi. Costruita negli anni del fascismo, le strade del centro sono dritte e razionali, formano angoli retti e di facile comprensione, è piena di rotonde, il traffico scarno e ordinato non crea ingorghi.
Perdersi diventa una sfida, un atteggiamento. In un pomeriggio qualunque, con la noia che restringe la stanza, il rintocco del treno diretto verso o di ritorno dalla grande città, arrivato sbuffando alla stazione, può farti ricordare la strada, farti venir voglia di uscire. Così esci a guardare i grandi cieli non nascosti dai palazzi bassi e radi, le montagne all’orizzonte sempre visibili e azzurre. La luce appare ogni volta obliqua, provenire da un’altra parte; tu cammini, per esempio, tutto attorno al centro abitato, preferendo le strade veloci a ridosso dei campi e delle rotaie. Le macchine ti sfrecciano accanto, tu guardi le erbacce, i buchi nelle recinzioni – qualcuno ha nascosto un tesoro qui – e infili passo dopo passo per chilometri e chilometri. Incontri, in questo tipo di passeggiate, solo facce anonime, e non puoi fare a meno di chiederti come sia possibile; a volte un cane ti passa accanto guardandoti storto, oppure si lancia violentemente sulle sbarre di un cancello di campagna, rimescolando il flusso dei tuoi pensieri, abbaiando forte all’intruso che sei. Trasali, continui a camminare; può succedere allora che ti volti con distrazione e il campo immenso e vuoto, grigiastro sotto il sole morente, ti invade.
Un altro modo di perdersi è questo: sconvolgere le mappe, creare una fortezza segreta nell’immaginazione che nessuno potrà trovare poiché invisibile. Così, al centro della mia città, scorre da un certo numero di anni un fiume. Consiste di poche cose: un muretto fa da bordo, un pezzo di terra è il suo letto. D’estate fa molto caldo, dicono più caldo che in tutta la regione; affondiamo in questa pianura di cemento circondata dalle montagne, non passa un filo di vento e la pressione si alza, raramente scrosciando al suolo in un’ondata di sollievo. Questo fiume, ovviamente, non si asciuga mai, e d’estate sembra addirittura eguagliare con più forza le qualità dell’acqua, scrosciare e saltare. Si potrebbe dire senza esagerare che è una meta molto ambita; verso sera, i bambini e i ragazzi, i folletti e i mostri, ragazze piccole e grandi, si incontrano al fiume per prendere il fresco. Ridono, giocano a carte, si lanciano oggetti rinvenuti sul letto del fiume: cartacce oleate della pizza al taglio, gomme da masticare tutt’uno con le pietre, bottigliette e cannucce, plastiche informi. Bevono da bottiglie prese al supermercato nel pomeriggio, si ubriacano in cinque minuti, fumano tutti. Il centro del mondo è qui, per un attimo in cui ridiamo; il centro del mondo è mobile, si sposta: qualcuno parla di un’altra città, della vita dopo. Il fiume scorre in mezzo alle case popolari, la zona centrale della città; tutte le luci sono fulminate, qualcuno grida di fare silenzio o ci intima di andar via, le stelle bucano il cielo nero chiamandoci a non si sa cosa.
Le strade dritte e lunghe, i treni sporadici. Se qualcuno pensa che questi ragazzi non abbiano immaginazione, che siano stati irrimediabilmente conquistati dalla noia, possiamo obiettare che sbaglia: basterebbe ricordare loro con quale fantasia una volta si sono accaniti su M., la cui unica pecca era di essere un po’ goffo, un po’ lento, inadatto allo scambio veloce di battute e strattonate tra compagni. Gli hanno ficcato una cannuccia dietro e lo hanno ripreso, piangere e mangiarsi il suo moccio e le sue lacrime, col sedere bianco nello schermo del cellulare. Tutti hanno saputo e tutti hanno scordato in men che non si dica; io stesso non ricordo il suo volto, e l’immagine replicata dai telefoni degli altri mi ritorna in mente, pensando al passato, come un fossile senza senso, slegato e luccicante. Erano le strade a farci così? Quelle più corte – mozziconi di asfalto che finivano nel nulla senza preavviso – o i lunghi rettilinei testimoni della nostra lontananza?
Le serate finivano sempre al Villaggio, non c’era molto da fare. Più che in una città, la sensazione era di stare in una grande serra tropicale; i lampioni tutti spenti, il parco enorme e bollente, punteggiato di elementi tutti diversi, utili e non: un percorso di mattonelle attraverso l’erba, buono a nulla; panchine di marmo, utili per le ultime fasi; un campo da tennis abbandonato, ottimo se si sfruttano le ombre; cantine lasciate aperte per la gioia di topi e zanzare, utili ma pericolose. Giocavamo a nascondino, tutte le notti. Una singola partita poteva durare ore; il parco, come il complesso residenziale che lo conteneva, era enorme. Prima che la conta finisse, al buio, ci cercavamo con lo sguardo, e un minimo cenno d’intesa stabiliva chi avrebbe giocato con chi, corso con chi per le prossime ore. Il complesso residenziale sconfinato, la luna, il silenzio, lo sguardo che dice: ti voglio baciare. Così corriamo insieme, per ore; il nostro posto preferito, un albero accerchiato da cespugli al centro del parco, vicinissimo a dove sta quello che conta. Anche se ci trova, anche se non riusciamo a vincere stasera, da qualche parte, ogni volta diversa, noi abbiamo nascosto un tesoro, che nessuno potrà trovare.
In macchina, un giorno qualsiasi, percorrendo guidati dalla voce del telefono strade in cui ancora, dopo anni dal mio trasferimento, mi perdo, C. si era imbarcato in un lungo monologo sull’urbanistica di Roma, sostenendo una semplice tesi: c’è troppo poco ordine, non c’è un pensiero, un progetto unificante per chi qui deve abitare. Avrei voluto dirgli che per molto tempo ho invidiato il disordine della grande città, la possibilità di perdersi, di non conoscere zone intere del posto in cui formalmente si vive, le strade capitate una sopra all’altra. Solo ora mi sembra di afferrare questo nodo, sempre meglio ogni volta che torno nella mia città, in macchina sul rettilineo pieno di curve che mi apre la vista sulle montagne, sul cielo, sui campi inutilizzati. I pensieri cominciano a diminuire e mi sembra di essere tutto vista e tatto, gli occhi che accarezzano e si stendono sulle tele lisce dell’orizzonte, sugli sfondi, senza ostacoli. Mi tornano in mente, senza che io lo voglia, immagini slegate e puntiformi: un buco nella recinzione, le lacrime di M., un cane che abbaia, denti che brillano in un sorriso nel buio, pronti a mordere. Un grande fiume, grigio e verde, si stende davanti a me, la città ne è piena. Io guido, lo attraverso, mi lascio trasportare dalla corrente. Sono alla ricerca di qualcosa di nascosto, l’ho capito; quindi, ho smesso di cercare.
Il signor Rodolfo Mattiussi ha da poco compiuto settantacinque anni e vive con la moglie coetanea, la signora Lucia Clapis, in un appartamento piccolo borghese, pieno di libri, tappeti e piante in una tranquilla cittadina di provincia del Nord-Est italiano. Non hanno avuto figli, entrambi professori in pensione, conducono un’esistenza serena, scandita da qualche viaggio in autunno, l’abbonamento al teatro in inverno, il festival dei libri in primavera, i concerti all’aperto in estate e l’immancabile caffè delle dieci nel bar della piazzetta vicino al Duomo della città. Sono una coppia che si potrebbe definire equilibrata, forse un pochino rutinaria, in cui la moglie, di bell’aspetto, spicca per piglio e carisma. Non che sia una virago, piuttosto, a determinare questa dinamica, per contrasto, è l’indole estremamente mite del signor Mattiussi, il quale non ha mai espresso direttamente alcuna opinione e delega in modo naturale ogni decisione alla sua signora. Da ragazzo, non era stato eccellente negli studi, ma nemmeno negligente; da professore, i suoi studenti non lo avevano né amato né odiato; da pensionato, moderatissimo, lascia che la moglie sia il filtro di tutte le sue interazioni con il mondo: lei decide se invitare qualche amico a cena, cosa mangiare ogni pasto, dove andare in vacanza, lei prende gli appuntamenti dal dottore, lei paga le bollette, lei parla con l’amministratore del condominio, lei manda gli auguri a Natale ai figli della sorella che vivono lontano. Lui le sta accanto.
Fisicamente, il signor Mattiussi ha il viso più comune che si possa immaginare, nessun segno particolare, impossibile determinare il colore dei suoi occhi, probabilmente nemmeno lui lo conosce con certezza. È un viso talmente comune che, se si dovesse prendere una matita e un foglio e si disegnasse il volto un uomo caucasico tipo, di una settantina d’anni, si otterrebbe il suo ritratto perfetto, indipendentemente dalle abilità del disegnatore. Così è stato fin dalle elementari, ogni mattina la maestra si sorprendeva nel vedere quel faccino ordinario rispondere all’appello, ma chi è questo bambino, si chiedeva, nel dubbio gli metto un bel sei e mezzo.
Il signor Rodolfo Mattiussi non è né alto né basso, né robusto né minuto, né pallido né abbronzato, la sua corporatura è l’esatta media delle corporature di tutti gli uomini della sua età in questo lato del mondo. È così anonimo che molto spesso accade che le persone lo confondano con qualcun altro. Ed è proprio così che ha conosciuto la moglie, all’università, nel 1970. La signora Clapis, al tempo signorina Clapis per niente interessata alle rivolte culturali di quel periodo storico, studentessa al secondo anno di Lettere Classiche, lo aveva scorto nella biblioteca di facoltà, curvo sui libri, e le era sembrato di vedere il suo primo amore dell’estate dei suoi quindici anni, con cui aveva scambiato da sotto l’ombrellone sguardi carichi di inesperto desiderio e che era ripartito, prima che lei potesse ottenere almeno un piccolo bacio, lasciandola tutta un sospiro per mesi. A quella vista in biblioteca aveva sentito un tuffo al cuore e si era decisa ad andare a parlargli una volta per tutte. L’equivoco si era presto risolto, ma da quel momento non si erano più lasciati. Lui l’aveva trovata genuinamente bella e ne aveva apprezzato la determinazione che gli era sempre stata aliena, lei, dal canto suo, si era accoccolata nel tepore buono che lui aveva da offrirle e talvolta, guardandolo, ricordava ancora intimamente l’innocenza di quell’estate lontana e incompiuta.
Un mattino come tanti, alle dieci, davanti al solito bar della piazzetta, si dirige a passo svelto verso di loro una sconosciuta sulla trentina. “Mi scusi, mi scusi!” dice, mentre Il signor Mattiussi sta per sedersi. “Eccone un’altra”, pensa la signora Clapis prevedendo con certezza il seguito della conversazione.
“Sì, prego mi dica” risponde cortese come sempre il signor Mattiussi, in piedi accanto alla sedia scostata dal tavolino.
“Ma lei è il dottor Bianchetti?”
“No, proprio no, mi spiace.”
La donna si stropiccia gli occhi con le mani, imbarazzata, “Chiedo scusa, l’ho vista da lontano e ho pensato che fosse il medico che anni fa ha curato mia madre, ma ora che la osservo da vicino mi rendo conto che mi sono sbagliata.”
“Non si preoccupi” interviene a questo punto la signora Lucia Clapis, mediatrice del marito come di consueto. “Gli succede sempre, si figuri che lo scorso autunno a Parigi lo hanno scambiato per il Ministro del Petrolio dell’Iran e lo hanno pure insultato ingiustamente.”
La donna sorride, un po’ a disagio, fa un cenno di commiato con il capo e si allontana. Finalmente, i signori Mattiussi-Clapis si possono sedere. Ordinano il solito: un orzo macchiato con biscottino al cioccolato, lei, e un caffè decaffeinato con bicchiere d’acqua a parte, lui, ma anziché prendere dal tavolino accanto il giornale del bar, questa mattina il signor Mattiussi esita: “Lucia, guardami bene, mi vedi stanco?”
Lei lo osserva preoccupata, innanzitutto per l’uso inconsueto dell’imperativo e poi perché sì, in effetti lo vede stanco anzi, per meglio dire, lo vede sfuocato. Prende dalla borsa la custodia degli occhiali da lettura, li estrae con cura e li inforca per guardarlo meglio, li alza e li abbassa sul naso un paio di volte, sembra chiedersi com’è che non se ne era accorta prima, quel viso da uomo qualunque sembra aver perso ulteriormente definizione.
“Rodolfo, sei un po’ appannato, stai bene?” gli chiede.
“Non so, mi sento accaldato.” risponde lui.
Lei gli mette una mano sulla fronte, come fanno le madri.
“Febbre non hai” sentenzia, con una struttura che calca la lingua della sua infanzia e rivela una reale inquietudine.
Un’ombra cala sul loro momento di piacevole condivisione mattutina, il signor Mattiussi è silenzioso, la signora Clapis finge che non ci sia niente di strano, ma consumano in fretta e rientrano a casa.
Di fronte alla porta dell’appartamento a lui cadono le chiavi di mano, prova a raccoglierle, ma si arrende subito, “Lucia, apri tu, io mi sento evaporare”. Lei fa un ghigno per quella frase strana, “Evaporare” ripete a mezza voce con una punta di sarcasmo aprendo la porta.
“Vado in bagno a lavarmi il viso” dice il signor Mattiussi in un sussurro.
La signora Clapis prende l’innaffiatoio e fa come se niente fosse, bagna le piante, come tutte le mattine, ma dal bagno proviene uno strano silenzio.
“Rodolfo” chiama Lucia, una prima volta, dalla sala.
“Rodolfo” chiama, una seconda volta, dal corridoio.
“Rodolfo, tutto bene, bambin mio?” ripete, di fronte alla porta del bagno.
Nessuna risposta.
La signora Lucia Clapis spalanca la porta: al centro del bagno c’è il mucchio di vestiti vuoti che il signor Mattiussi indossava poco prima al bar, nessun Rodolfo.
«Quel ragazzo è diventato proprio strano. Lunedì è il due di luglio, il suo compleanno. Ne compie quattordici e sarà trascorso un anno da quando è mancato mio padre inghiottito dal mare come un boccone prelibato. La barca su cui erano fuori a pescare si è capovolta ed è caduto in acqua, ridendo. Lorenzo ha pensato a uno scherzo e rideva anche lui ma poi il nonno è andato giù sparendo nel buio delle nostre acque profonde. Il tutto è durato solo qualche minuto. Un delfino ha aiutato Lorenzo a girare la barca. Lui è salito a bordo ed è rientrato. Tranquillo, beato, sereno, solo.»
Aveva sentito le parole di sua madre: era al telefono con la zia Ninetta, quella che stava in Svizzera e che aveva sposato un tizio pieno di soldi che lavorava in banca oppure vendeva orologi. Non aveva mai capito quale fosse il mestiere dello zio Flavio: sapeva che quando arrivavano quei due si andava sempre a cena fuori e tanto gli bastava per farseli piacere.
Quello che non gli piaceva era che sua madre, da un anno a quella parte, non trovasse un altro argomento di conversazione; con ogni persona che incontrava parlava solo di quel due di luglio aggiungendo di volta in volta particolari, aneddoti, varianti. Lei che non c’era stata, lei che non sapeva.
Oggi zia Ninetta, ieri l’amica Lorena, la scorsa settimana il parroco e via così. Mamma si riempiva la bocca di parole per proteggersi dal dolore con il rumore di fondo della sua voce.
A Lorenzo dispiaceva per lei che, giorno dopo giorno, lo guardava con occhi tristi, gli passava una mano tra i ricci spettinati e sospirava emettendo una sorta di rantolo fastidioso e continuo.
Il nonno gli ripeteva di darle tempo. Prima o poi capirà, gli diceva scoprendo i sei denti che gli rimanevano in bocca.
Lorenzo si era fidato.
Aveva sorriso alla madre, infilato furtivamente il nonno nella tasca sinistra del giacchino ed era uscito dirigendosi verso il paese.
Il ritrovo con gli amici era in piazza, ci voleva un buon quarto d’ora di camminata sul lungomare per arrivarci. Lorenzo non prendeva la strada principale, quella piena di turisti e bimbi chiassosi, lui prendeva l’allungatoia, quella che passa dietro a tutto: al paese, al mare e alla gente. Così facendo non incontrava anima viva e allora il nonno poteva tirar fuori la sua testolina canuta e godersi il sole, l’odore del mare ed il passo rapido e sicuro del nipote.
Gli amici in piazza lo scorgevano già da lontano: alto, magro e riccio, gesticolava con tale irruenza che le sue braccia parevano le pale di un mulino in una giornata di vento. Che poi si chiedevano con chi parlasse visto che loro erano tutti lì ad aspettarlo. Erano curiosi: chi ipotizzava una ragazza bionda e formosa, chi rilanciava con una castana tutta muscoli e chi sapeva: era una più grande, una di diciassette anni e con un fidanzato grosso e molto geloso. Tutti osservavano, confabulavano e congetturavano ma nessuno si era accorto che Lorenzo non indossava air pods, cuffiette o auricolari.
Passavano il pomeriggio a cazzeggiare e a ridere. In fondo era estate, la scuola un ricordo sbiadito e ogni madre del paese aveva istruito il figlio affinché stesse vicino a Lorenzo e lo aiutasse ad elaborare il lutto.
Lui e il nonno erano stati inseparabili ed entrambi amavano il mare sopra ogni cosa. Il ragazzo soffriva, ovvio che soffriva e nessuno in paese si azzardava a dar voce al pensiero comune: quell’adolescente alto e dinoccolato sembrava felice e senza nulla da elaborare.
Soltanto la settimana prima era successo un fatto.
Era tornato a casa per recuperare le scarpe da calcio e raggiungere gli altri al campetto. Aveva appeso il giacchino su una sedia del soggiorno ed era corso in bagno a liberarsi della colazione ipercalorica del mattino.
Alleggerito, si era precipitato verso la sedia lasciata incustodita ma sua madre era stata più veloce e il giacchino era già finito in lavatrice.
«È strano quel ragazzo» pensava la donna mentre il figlio sbraitava per fermare l’elettrodomestico, «è molto strano» si avviliva osservandolo tastare con disperazione gli indumenti bagnati che aveva gettato sul pavimento, «è troppo, troppo strano» aveva concluso vedendo che tentava di infilare le sue spalle da nuotatore nel piccolo oblò della cinque chili.
Affranta lo aveva lasciato solo.
Quando lui era riapparso sereno e tranquillo quasi non credeva potesse essere la stessa persona che aveva visto in lavanderia.
Lorenzo aveva indossato un altro giacchino. Anche questo con una bella tasca sul lato sinistro.
«Quella tasca sembra gonfia» aveva pensato la madre sentendosi osservata e non solo da suo figlio.
Senza motivo apparente, senza necessità di darsi una spiegazione e senza sensi di colpa si era sentita felice ed era la prima volta che accadeva dal due di luglio dell’anno prima. Lorenzo per evitare pericolose domande era uscito di corsa e il nonno, dalla sua nuova postazione, gli aveva strizzato l’occhio sorridendo impertinente.
“Che succede?” Stava precipitando dentro una notte senza spiragli. Per quanto folle potesse sembrare, capì di essere stato catturato dalla pupilla. La caduta durò una decina di secondi; ad un certo punto si trovò in un posto illuminato da una luce giallastra. Tratti neri che formavano circoli e rettangoli fluttuavano dappertutto creando geometrie dotate di una logica segreta. Iniziò a camminare, privo di riferimenti. I suoi piedi non appoggiavano su nulla, non capiva dove fossero il basso, l’alto, la destra e la sinistra. Era una malinconica marea cremosa. La luce gli fece tornare in mente quelle che provenivano dallefinestre degli ospedali al calare della sera che spezzavano il blocco scuro della facciata; tristi luci per un triste luogo. D’un tratto la marea giallastra sparì e una traiettoria di globi sfarfallanti, scintille argentee che nascevano dal buio più fitto,si dirigevano spedite verso di lui, e, giunte a pochi millimetri lo scansarono per lanciarsi chissà dove. Tutto durò pochi istanti. Grumi di vapori fecero la loro comparsa; nubi nere su fondo bluastro sembravano assumere forme abbozzate, ma sufficienti per richiamare i soggetti; ora un leone, ora una testa di cavallo, ora dei serpenti, ora tristi giganti sdraiati. Duravano non più di un secondo per essere sostituite da altre pareidolie. Poi d’un tratto il buio. Nonrimanevapiù nulla, nemmeno gli orrori a cui aveva assistito fino a quel momento. Pensò che fosse finita, una volta per tutte. “Ecco l’eternità”. La notte senza fine sembrava dover essere l’ultimo passaggio di quell’assurdo viaggio. Ma apparve un bagliore; un puntino di luce sempre più ampio. Sembrava quella di uno dolcissimo, melanconico tardo pomeriggio. Gli sembrò di stare acquattato dietro il nero fogliame di un cespuglio. Improvvisamente crebbe un albero al centro della scena. Aveva un’ampia fronda tondeggiante e rigogliosa, scurita dal controluce di un’aureola beatificante. Provò un sentimento lontanissimo; lo stesso sentimento che lo coglieva da ragazzo quando il crepuscolo cominciava ad erodere certi bellissimi pomeriggi di sole. Un’emozione dolce e amaro, fragile e potente. Momenti in cui un’ala nera si posava sul suo cuore. “Che sia la Verità?”, la Verità nascosta in un cimitero a primavera inoltrata.
Era la fine del Tempo, il risultato di tutta una vita, la sua vita, che finalmente toccava il suo sentimento profondo. E il viaggio si era concluso. Per sempre.