Sembri Sisifo

Racconto di Carlo Rossi

  Ti vedo sorreggere chili di ferro. Ti sento troncare urla da sforzo sotto pesi che a stento confermano la forza di gravità. 

  Il tuo tempo è scandito da gesti netti che seguono una liturgia rigorosa.

Guardi il cronografo, tergi il sudore: prima la fronte, poi il collo. Porti le mani ai fianchi e prendi aria, ti siedi su una panca a recuperare energie e batti impercettibilmente un tallone a ritmo della musica che hai nelle cuffie. Non guardi mai chi ti gira intorno. Vuoi essere assolutamente solo con il tuo umore carico di nubi, cieli di nubi da sgombrare con quella collera che riversi contro le macchine. E non ti guardi mai allo specchio. Mai, se non quando muovi su e giù i tuoi giocattoli.   Sembra quasi che tu non riesca a sopportare altra idea di te stesso, se non quella di uno costretto a stare nei panni di Sisifo.

  La prima volta che ti ho visto eri camuffato sotto una felpa di almeno due taglie più grande, mentre gli altri indossavano con nonchalance canottiere e leggings che la legge dovrebbe vietare agli uomini. Poi ti ho visto con quella t-shirt vecchia di dieci anni, una seconda pelle riempita da muscoli gonfi che denunciavano un’anatomia da atleta. E, ai piedi, un paio di Chuck Taylor che avrebbero preferito appendersi da sole al chiodo piuttosto che portarti in giro ancora un istante. Mi sei sembrato fuori moda, reietto, sfigato. Ma non sono stati i tuoi muscoli ad attrarmi, così come non è stata la tua sciatteria ad infastidirmi. Forse il tuo essere isola sperduta e non arcipelago. Mi ha incuriosita il tuo essere fieramente antisociale tra un’accozzaglia ipocritamente socievole.

  Cercavo di concentrarmi su quel dannatissimo esercizio per i glutei, ma con la coda dell’occhio non facevo altro che guardare il tuo sudore costringere il grigio della tua maglia farsi nero. Dopo i primi “wow!” spuntati come funghi nello spazio fertile della mia ammirazione, avrei voluto mollare tutto e raggiungerti per chiedere se ne valesse la pena. Temo di essere rimasta vittima di un inaspettato senso materno misto a sindrome da crocerossina. Ti ho visto esasperare il dualismo sforzo-riposo in una sorta di sperimentazione personale che sembrava svantaggiarti in favore di un allenamento al massacro. Eppure, inspiegabilmente, ogni volta ti bastavano tre minuti per scacciare la congestione dal tuo volto e riconquistare il colorito verdastro. Tre minuti per risorgere e ricominciare a soffrire. Ancora, e ancora, Sisifo.

  Mario mi stava tastando il culo, con la scusa di spiegarmi l’ennesimo esercizio per le gambe, quando gl’ho chiesto di farmi fare quello che facevi tu. Mi ha detto che lo squat è un esercizio molto tecnico, per atleti avanzati e che l’avrei potuto fare dopo mesi di pratica. Ma io volevo solo avere una scusa per guardarti eseguire quei movimenti precisi, composti, con un carico così sproporzionato per la tua figura e, magari, chiedere a Mario chi fossi. Ma poi non ho avuto coraggio e ho lasciato perdere.

  La routine preliminare è quasi sempre la stessa. Si vede che in lei trovi certezze che confortano dal caos quotidiano. Mediti a due passi da quegli enormi pesi issati sulla sbarra semiarrugginita. Inspiri e porti le mani agli auricolari che cospargono di musica il tuo mondo. Musica che ti dice molto, perché sembra gettare benzina su fiamme che ardono già alte dentro il tuo cuore. Poi serri le palpebre per prepararti ad attraversare l’intero inferno. Ti do le spalle e torno a fingermi interessata al barboso esercizio che giura di trasformare i miei glutei in mongolfiere pronte a prendere il volo.

  La palestra mi annoia a morte. Non vedo come si possa stare chiusi in una scatola che puzza di sudore a faticare a pagamento. Eppure, quando trovo qualcuno motivato come te, in un cesso come questo, capisco che deve davvero esserci un perché. Il tuo scava dentro, come un magma che corrode, che annienta ogni sbarramento. È una colata d’odio che non può essere repressa, ma che al tempo stesso è celata sotto strati di diffidenza. Non mi sembra che uno sfigato come te ci tenga ad apparire dannatamente bello e in forma. La tua uniforme ti condanna: sei qualcosa di diverso, sei in cerca di riscatto. Oppure sei un monomaniaco masochista.

  Per un attimo, ti ho visto cedere alla tentazione di essere normale. Ti ho scorto suggerire a quel ragazzino come impugnare e spingere quel peso. Il volto sereno e lo sguardo rassicurante. Hai smesso gli auricolari e hai fatto debuttare la tua voce. Il tono fermo, la frase disciplinata, fluida, capace di esporre senza indugio. Ho pensato a te come un individuo maturo ed esperto in fatto di robe da sollevare e riportare a terra senza scopo apparente. Serio, competente ma dannatamente sfigato con addosso quegli stracci che neanche Rocky ad inseguire la gallina.

  Chi sei tu Sisifo dalle natiche di marmo?

“Short shorts” di Peter Cherches – 4

Phone Sex

I called the phone sex line. “Hello, phone sex line,” the voice on the other end said—a sultry, sexy, breathy voice. I was hooked from the git-go. 

“Talk dirty to me,” I said. 

“I think you must be mistaken,” the voice (oh, that voice!) replied. “This is the phone sex line!” 

“Yes, I know! So go ahead, talk dirty to me.” 

“A gentleman says please.” 

“Please talk dirty to me.” 

“Who do you think you are, mister? This is the phone sex line!” 

“Yes, that’s why I called. I want phone sex!” 

“Hey, don’t talk dirty to me, buster,” she shot back, this time in a voice that was gravelly, gruff, and shrill. Then, without giving me a chance to respond, she unceremoniously ended the call. 

I kept the phone to my ear, wondering if I could get any mileage from the silence.

Telefono erotico

(da Whistler’s Mother’s Son, Pelekinesis, 2020)

Ho chiamato il telefono erotico. “Buongiorno, qui telefono erotico“ mi fa la voce dall’altro capo: sospirosa, torrida, sensuale. Io, catturato già subito.

“Parlami sporco“, ho detto.

“Dev’esserci un equivoco“, ha ribattuto la voce – oh, quella voce! “Questo è il telefono erotico!“

“Sì, lo so! E allora parlami sporco, dài“.

“Le persone educate dicono ‘per favore’“.

“Per favore parlami sporco“.

“Ma chi crede di essere, signorino? È il telefono erotico, questo!“

“Sì, è appunto per questo che chiamo. Voglio una telefonata erotica!“

“Senti, furbone, non cominciamo con le porcate“, è scattata quella, ma ora con una voce rauca, scostante, stridula. Poi, senza darmi modo di rispondere e senza tante cerimonie, ha riappeso.

Sono rimasto un po’ con il telefono all’orecchio, a domandarmi se avrei potuto cavare qualcosa almeno dal silenzio.

(Traduzione di Marco Bertoli)

La rivelazione – 2

Racconto a puntate di Giovanni Sugo Natoli, II parte

Chissà quanti mondi ignoti sulla sua pelle; per non dire delle cose nascoste, quelle che si rivelano solo durante un’autopsia, oppure quando ci si procura una ferita e oltre a imprecare per il dolore e tamponare il sangue che esce lucido ci soffermiamo a osservare quella bocca che rivela appena la superfice di un oceano di segreti. A conti fatti, lui era un universo ambulante e indifferente a sé stesso. Quel neo che aveva appena scoperto, nient’altro che uno stupido neo; era il Rivelatore. Cominciò a pensare al suo corpo come a una estesa e contorta mappa che portava sempre con sé. Ma ora il suo sguardo era diventato acuto e concentrato e decise di leggere questa mappa. Accese la luce della camera e cominciò a scrutare il suo corpo.  Quella luce non aiutava. Rendeva il suo corpo giallognolo e modellato da ombre false. Andò in cucina a recuperare una grossa torcia. Spense la luce della camera e cominciò a esplorarlo. Ne illuminò il torace. Osservò i pettorali avvizziti, i capezzoli due inutili bottoncini rosa. Percorse la leggera carenatura dello sterno di un torace coperto da una bionda lanugine, poi puntò la torcia sul ventre e illuminò l’ombelico. Immaginò che vi fossero contenuti infinitesimali universi, popolati da esseri che vivevano secondo regole condizionate dal clima umido e buio. Vi mise un dito dentro e gli parve di avere sterminato intere popolazioni in pochi istanti. I mondi si rigenerano anche in forme diverse dalle precedenti. Una gravidanza cosmica perpetua. E, pensando, scese con la torcia a illuminarsi i genitali. Sotto un’intricata foresta di peli rossastri e ricci il pene, moscio e raggrinzito, guardava in basso, come contrito per chissà quale colpa; lo scroto era protetto da una rada peluria, come un vecchio quasi del tutto calvo. I testicoli si pronunciavano nel sacco pesanti, uno più in basso e uno più in alto. Da bambino era stato portato dalla madre per il problema di un testicolo vagante; se fosse stato riassorbitosarebbe entrato a far parte di chissà quale universo interno. Scese a illuminare le gambe soffermandosi su una ferita al ginocchio sinistro che si era procurato mentre giocava con amici del tempo. Ecco un segno artificiale sul suo corpo, un segno che non doveva esserci nel Piano Originale, nella mappa precisa e nuova di stampa, e che lo spaventò fino a farlo rabbrividire. Il suo corpo, luogo sconosciuto che solo ora cominciava a manifestarsi, era passibile di modifiche esterne.

Volle arrivare alla chiave di tutto. Focalizzarsi solo su un punto che desse un senso a una mappa all’apparenza senza senso. “Gli occhi”, si rispose immediatamente. “Gli occhi hanno sicuramente la risposta!”. Cercò di illuminare la pupilla del destro, per poter osservare al dettaglio la costituzione dell’organo instancabile. Ma non bastava. Avrebbe voluto entrare nel dettaglio, scoprirne il linguaggio, le parti del tutto. Diventare cieco, era sempre stata la sua paura più grande. Fece una foto alla pupilla destra con la fotocamera digitale. Dopo alcuni tentativi riuscì a ottenere un’immagine più che accettabile. Scaricò la foto nel pc. Cominciò a guardarla. Su schermo più grande l’immagine non era eccelsa ma sufficiente per poter intravedere la trama muscolare della pupilla. Lo guardò: era grande da sembrare quello di un ciclope; le ramificazioni della pupilla celestesi intersecavano e gettavano una cascata rotonda verso l’orrido del foro centrale. Ingrandì l’immagine per aumentare la visione del foro, stretto dal bagliore della luce dello scatto. Fu dopo qualche secondo che si accorse che attorno a lui era diventato buio.

“Short shorts” di Peter Cherches – 3

From A Certain Clarence

Clarence went to the doctor. He needed to get the requisite inoculations for his vacation, a trip to the dustball in the corner of his room. The doctor gave him a shot of house dust serum and prescribed some antihistamines. “Are you sure you want to make this trip?” the doctor asked. “It doesn’t sound like much fun.” 

“It’s more for education than relaxation,” Clarence replied. “I’m curious.” 

It was a large dustball. Clarence had let it accumulate, with a visit specifically in mind. He went to the dustball on Saturday morning, planning to spend the weekend. A dust- ball is the perfect place for a short excursion—there’s not much to do in one, but it’s worth a look, or so the guidebook had said. 

For the trip Clarence wore a pair of jeans and an old sweatshirt. The guidebook, Dustballs on Pennies a Day, said, “No need to pack a jacket and tie. In a dustball, casual is the word.” 

The dustball was revolting, but it was cheap. As Clarence walked around he noticed hair, and crumbs and dirt of vari- ous kinds, a few dead cockroaches, and, of course, plenty of house dust. The antihistamines made him sleepy, so he lay down in the dust for a nap. 

Clarence had a dream. It was an erotic dream, of the frustrating variety. In the dream, Botticelli’s Venus arose from the dust. “You look familiar,” Clarence said. “Aren’t you Botticelli’s Venus?” But the woman didn’t answer. 

Clarence was quite aroused, and he began to caress the nude apparition, planting kisses all over her face and breasts. 

“Not here,” she finally said. “Dirty!”
“But you came from the dust,” Clarence said, imploringly. “Dirty, dirty, dirty,” she said, and crumbled to dust. 

When Clarence woke up he didn’t remember the dream. But he was seized with a fascination for house dust, and he once again began to wander. Dust everywhere. Venice has canals, Paris has bridges, and dustballs have dust. Clarence was intoxicated by the dust. Transfixed, he sat down and wondered, why does dust have this powerful effect on me? He began to thumb through the guidebook and came upon a section entitled “The Composition of House Dust.” He read, “The greater portion of house dust is composed of par- ticles of dead human skin.” There was Clarence’s answer: As he never had visitors to his apartment, this house dust was, for the most part, his own dead skin. He cut his trip short and left the dustball, for that was all he needed to know. 

Outside the dustball but still in his room, Clarence coughed and thought, I have made the journey and I have found myself. 

(da «A Certain Clarence», Lift Your Right Arm, Pelekinesis, 2013)

Clarence andò dal dottore per la vaccinazione d’obbligo in vista della sua vacanza: una gita al laniccio di polvere depositatosi in un angolo di camera sua. Il dottore gli inoculò un vaccino contro la polvere domestica e gli scrisse una ricetta per degli antistaminici. “Ma vuole proprio farlo, quel viaggio?“, gli domandò. “Non so se ne valga la pena“.

“È più un viaggio d’istruzione che altro“, replicò Clarence. “Per curiosità“.

Era un laniccio bello grosso. Clarence aveva lasciato che si accumulasse appunto in previsione di quella gita. Partì dunque per il laniccio un sabato mattina, con il programma di trascorrervi la fine settimana. Un laniccio di polvere è destinazione ideale per una vacanza breve; anche se lì da fare c’è poco, un’occhiata la vale comunque, almeno a dar retta alla guida.

Per il viaggio Clarence indossò un paio di jeans e una vecchia felpa. La guida, Turismo economico ai lanicci, diceva: “Giacca e cravatta lasciateli nell’armadio: il casual è d’obbligo ai lanicci“.

Il laniccio faceva schifo ma costava poco. Aggirandovisi, Clarence notò capelli, briciole, immondezze varie, qualche scarafaggio morto e, com’è ovvio, molta polvere di casa. L’antistaminico gli aveva fatto venire sonno; fece un pisolino, coricato nella polvere.

Clarence fece un sogno, un sogno erotico di quelli frustranti. Nel sogno, dalla polvere emergeva la Venere del Botticelli. “Mi sembra di conoscerti“, disse Clarence, “non sei la venere del Botticelli?“. La donna, però, non rispose. Clarence, piuttosto eccitato, aveva cominciato ad accarezzare le nudità dell’apparizione, riempiendole di baci il viso e le mammelle.

– Lì no – aveva infine dello lei. – Sei sudicio!

– Ma tu sei sorta dalla polvere – obiettò Clarence implorante.

– Sudicio, sudicio, sudicio – ribatté lei, e si disfece in polvere.

Al risveglio, Clarence il sogno non se lo ricordava. Tuttavia si trovò affatturato in un’attrazione per la polvere domestica, e una volta ancora cominciò a girovagare. Polvere dappertutto. Venezia aveva i canali, Parigi i ponti; i lanicci avevano la polvere. Dalla polvere, Clarence era inebriato. Sedeva e, ammaliato, rifletteva: che cos’ha, la polvere, per esercitare su di me un potere così grande? Mise mano alla sua guida e trovò una sezione intitolata La composizione della polvere domestica. Lesse: “La polvere domestica è composta in massima parte di particelle di pelle umana morta“. Ecco la risposta che Clarence cercava: lui non aveva mai ricevuto visite nel suo appartamento; dunque quella polvere domestica era, per la maggior parte, la sua stessa pelle, morta. Interruppe bruscamente la vacanza e lasciò il laniccio. Non gli serviva sapere altro.

Fuori dal laniccio, ma sempre dentro la sua stanza, Clarence tossì e pensò: il viaggio è compiuto, ho trovato me stesso.

(Traduzione di Marco Bertoli)

Il cane

(Racconto di Luca Testa)

Il peggior incontro in cui chiunque possa incappare è l’enorme cane inferocito che m’insegue sbavando e latrando.

Non è un incubo. È qua dietro di me. Lo sento ansimare. Percepisco la sua furia onnivora tra le tempie pulsanti e l’affanno del mio stesso respiro mentre corro a perdifiato. Tento di scappare dalle sue grinfie lungo una scoscesa strada di campagna nell’immensità di colline disabitate. Per chilometri non ho intravisto un solo ovile o la miseria di qualche altro tipo di ricovero. L’animale possiede un fiuto un milione di volte più sviluppato del mio olfatto. Avverte nitide le endorfine e la paura sprigionarsi dal mio corpo. Sono spacciato. La mia corsa lo agita ancora di più, lo sfida e lo eccita al tempo stesso. Ci si mette pure il vento. Percuote l’aria ed accentua la nostra reciproca agitazione. È questione di qualche decina di metri, massimo un paio di centinaia, poi mi raggiungerà e mi addenterà. Il gusto per il primo sangue lo spronerà a sbranarmi. Cercherà di buttarmi a terra e così di ridurmi a brandelli. Proverò a difendermi, ma è molto probabile che sia fottuto in partenza. Potrei fingermi morto. Non credo basterebbe. Digrignerà i denti e odorerà le mie pulsazioni. Con foga finirà l’opera e strapperà a morsi il mio corpo sino a dilaniarmi.

Dovrebbe intervenire qualcuno. Cazzo. Aiutarmi, soccorrermi. In questa valle non sembra esistere anima viva. C’è solo il vento che soffia. Gli arbusti sono troppo bassi per inerpicarmi e stare al riparo dalla sua psicosi predatrice. Rotolare dalla scarpata creerebbe un diversivo, ma la belva salterebbe e mi attaccherebbe al collo prim’ancora che io possa toccare terra.

Ho una sola possibilità per sopravvivere, l’unica logica nonostante le apparenze affermino il contrario.

“Devi stare fermo. Immobile.”

Mi sprono sottovoce. Me lo ripeto.

Con gradualità decelero. Ho cominciato a compensare dal naso e a respirare in profondità per ricondurre nel minor tempo possibile il battito cardiaco verso soglie regolari. Non sarà semplice, non come dirlo o pensarlo. Devo avvicinarmi alla bradicardia, accedere ai suoi benefici. Allora la corsa si trasforma in incedere veloce e poi in passeggio. Anche il cane rallenta. Frena la rincorsa e si mantiene ad una ventina di metri da me Ascolto le sue unghie picchiettare sull’asfalto. Lo graffiano. Indietreggia, rincula e abbaia roco, sommesso. È una sorta di litania greve o di lamento. Scuote il capo. Diminuisco ancora il passo fino a fermarmi. L’animale rimane alla stessa distanza da me ma è inquieto.

A breve toccherà voltarmi. Dovrà essere una manovra molto cauta. Non mi sarà concesso nessun movimento brusco. È così che inizio a parlare in tono lieve e conciliante come se dialogassi con me stesso. Scandisco ogni sillaba. La mia voce risuona calma, quasi rilassata. L’intenzione sarebbe quella di condurre il cane con cautela ad abituarsi sia al timbro che al tono della mia parlata. Roteo le punte dei piedi di centoottanta gradi come un ballerino senza commettere un solo gesto scoordinato.

Sono una marionetta animata.

Ora i miei occhi sono dentro i suoi. Le sue pupille luccicano. Digrigna ancora la dentatura al punto che le fauci gli sanguinano. Il corpo perfetto dal pelo corto è lucido, forse bagnato per il passaggio in qualche pozza durante l’inseguimento. Nonostante la stazza trema come un cucciolo. Il mio cuore ha raggiunto quota zero pulsazioni.

Siamo alla resa dei conti.

“Ehi!” gli dico appena “adesso ognuno va per la sua strada. Va bene?”

La domanda produce un’eco lieve nel silenzio intorno a noi. La strada in mezzo alle colline, io e il cane, nemmeno il berciare curioso di un qualche cazzo di uccello sperduto.

Così il cane emette un verso strano. È una via di mezzo tra un guaito ed un ululato. Allunga il collo verso di me e avanza di qualche metro. Adesso siamo uno di fronte all’altro. Potrei stendere il braccio ed offrirgli la mano da fiutare ma forse è ancora presto oppure non sono abbastanza coraggioso. Trascorrono istanti interminabili. Avanza e indietreggia restando sul posto, in quel mezzo metro occupato dalla sua sagoma vibrante. Rincula e scivola in avanti. Scodinzola sempre più baldanzoso. Poi il grugno si distende e gli porgo le dita. Gliele offro in segno di fiducia. Le annusa dapprima furtivo, poi convinto. Comincia a leccarle. La sua lingua è ruvida, spugnosa e di un calore sorprendente. Sembra non volersi fermare più. Lo accarezzo sul collo e poi sul capo. Glielo accosto ad un ginocchio con una pacca leggera sul costato e un’altra ancora. Dopo un istante procediamo fianco a fianco. Adesso credo che sarà difficile separarci.

L’auspicio che ciascuno riprenda il suo percorso suona come un’esortazione vuota. La vallata è ancora più desolata. Insieme forse sarà più semplice rintracciare la via e rientrare nel mondo abitato prima che l’oscurità copra tutto.

Il vento è calato d’improvviso, come se non avesse mai spirato. Il suo sibilare odioso tra gli arbusti bassi tace e vige un silenzio armonico strano da accettare. Solo l’aria è rimasta fredda. La sento penetrarmi tra le ossa e i muscoli sfiancati dalla fuga. Mi scalda però il corpo del cane accanto. Molto in lontananza si odono rintocchi di campane. Non siamo così distanti dal paese più vicino.

La notte ci porterà solo le luci del borgo sperduto come segnavia e forse un rifugio dove riposare entrambi. Io e il cane.

(illustrazione di Davide Majocchi)

La rivelazione

Racconto a puntate di Giovanni Sugo Natoli

Giovanni Sugo Natoli nasce a Venezia il 19 luglio 1965 mentre fuori esplodono i fuochi d’artificio della festa del Redentore. Per hobby suona la washboard e la batteria, scrive di cinema e scrive in generale.

Prima puntata

Ora sono morto ma un tempo ero vivo. Sono morto un giorno che me ne stavo disteso su una sdraio nel rettangolo d’erba davanti a casa. Era una di quelle giornate tipiche della primavera di mezzo; né calda né fredda. Giusta di una giustezza talmente puntuale, a cui si deve aggiungere un cielo cristallino e un sole netto che rendeva ogni cosa attorno a me definita. Erano le tre e mezzo circa di un lunedì pomeriggio. Stavo in un piacevole dormiveglia; mi scivolò dal bracciolo il braccio destro e la mia mano andò a sfiorare l’erba che avrebbe avuto bisogno di un giro di tosatura. I fili accarezzavano le dita, quasi sembrava che volessero avvilupparle e unirle a loro. Mi misi a guardare quest’erba dal perfetto colore smeraldino, screziato dal baluginio dei riflessi del sole quando, e fu un infinitesimo di attimo, sentii una vampata nel cervello e un sussulto in tutto il corpo. Con la vista degna di un finissimo orafo percepii l’erba nella sua presenza. E non c’era altro che quella presenza. Era soltanto erba; ma nel dire “soltanto” percepii una vastità incommensurabile, un tutto che di nient’altro aveva necessità. Mi guardai attorno e vidi che questa luce perfetta, questo cielo terso definiva le cose di una luce che sembrava nera. Le case, le cose; tutte scontornate, incise, delineate in geometrie che si alienavano dal loro complesso, sfuggivano al nome del loro insieme e diventavano linee e curve che altro non chiamavano che loro stesse. Cominciai a provare paura e mi ritirai dentro casa; volevo solo allungarmi a letto nella penombra della mia camera. Questo infinitesimo di attimo divise la mia vita in due; prima ogni cosa rimandava a un altro sé, era correlato a un qualcosa che maldestramente potrei definire come “familiare” e che era un tutto, un’unità che possedeva uno spirito. Ma quell’attimo aveva definitivamente scomposto ogni cosa, che era diventata nient’altro che quella cosa. Il mondo non mi era più familiare; ero circondato da un paese straniero che sapeva di Nulla, immobile, bloccato in uno schema insensato. Prima di distendermi sul letto a cercare di superare questa sensazione mi guardai allo specchio. Questa rivelazione non era accaduta alla visione del mio corpo di uomo di mezza età. Il mio corpo leggermente sovrappeso e non molto tonico mi rimaneva familiare. Mi spogliai, rimanendo nudo. Accesi la luce e cominciai a osservare ogni punto del mio corpo. Studiavo la mia anatomia come se dovessi affrontare un viaggio in un paese sconosciuto e volessi informarmi sui luoghi e i confini. Osservai il mio gozzo; una leggera mollezza che pendeva; la presi tra il pollice e l’indice e cominciai a tirarla leggermente e a farla ballonzolare. Una leggera barba grattava i polpastrelli. Niente di nuovo. Poi osservai il collo fin dove riuscivo e lo accarezzai. Le carni erano lisce per un cinquantenne e con poche linee sotto il pomo d’Adamo.Guardai il torace, piuttosto ampio, con i suoi peli biondastri che feci frusciare con la mano sinistra.Passai al ventre leggermente adiposo (qualche birra in meno sarebbe stata necessaria per riallineare la prominenza). Misi un dito nell’ombelico e vi trovai della lanugine; tempo di farsi una doccia, pensai. Passai al pene e allo scroto e osservai i testicoli che, malinconici, penzolavano tra gli inguini. Tutto familiare. Sono io, non sono diventato alieno a me stesso. Ma ad un certo momento mi accorsi di un neo; un piccolissimo neo bruno, a cui non avevo mai fatto caso. Lo guardai direttamente, senza la visione dello specchio e il sentimento di estraneità mi sopraffece di nuovo. Un corpo estraneo, sconosciuto. Una sorpresa che poteva completamente demolire il senso di familiarità che ormai disperatamente cercavo di recuperare dopo quella che, forse scioccamente, stavo per chiamare Rivelazione

“Short shorts” di Peter Cherches – 2

Passed Out 

As I left my building for a walk one Saturday morning, I saw a bunch of people standing around in a circle, looking down at the pavement. I figured whatever it was, there were enough people to take care of it, no need for another gawker, but still I was curious. 

“What happened?” I asked a woman as I went to join the circle. 

“I don’t know, he was just lying there.” 

I wondered who it was. Perhaps one of my neighbors? It was, after all, right in front of my building. I couldn’t get a good look at the guy until I moved further into the circle. Then I saw who it was. It was me! What was the meaning of this? How was I lying unconscious in front of my building and looking at myself from above at the same time? I was wearing the same clothes, the unconscious me and the conscious me. The standing, conscious me had no memory of anything happening to myself that could have caused me to be lying on the pavement. 

“Does anybody know his name?” someone called out. 

“Yes,” I said, “it’s me! Peter Cherches!” 

“Peter Cherches? That’s a funny name for a dog,” someone else said. 

Dog? I thought. Then I took another look. It was a big, mangy, stray dog passed out on the pavement, not me at all. Embarrassed, I slunk away from the circle and then ran as fast and as far as my four legs would take me.

Svenuto

(da Whistler’s Mother’s Son, Pelekinesis, 2020)

Sabato mattina sono uscito di casa per fare due passi e ho visto un capannello di persone con lo sguardo fisso al marciapiedi. Di qualunque cosa si tratti, ho pensato, c’è già chi se ne sta occupando, non c’è bisogno un altro allocco intorno. Però ero curioso.

“Che cos’è successo?“, ho domandato a una donna, unendomi alla cerchia.

“Non so, stava lì disteso“.

Chissà chi era. Un mio vicino, forse? In fondo eravamo proprio di fronte al mio palazzo. Non sono riuscito a vedere chi fosse se non dopo essermi fatto un po’ di strada in quella calca. Allora ho visto che ero io!

Che cosa significava ciò? Com’era possibile che giacessi privo di conoscenza davanti a casa mia e che, al tempo stesso, mi guardassi dall’alto? Indossavo gli stessi vestiti, voglio dire l’io incosciente e l’io conscio. L’io conscio, lì in piedi, non aveva alcun ricordo che mi fosse successo qualcosa tale da ridurmi lungo disteso sul marciapiedi.

“Si sa chi è?“, ha detto qualcuno.

“Sì“, ho detto io, “sono io! Peter Cherches!“

“Peter Cherches? Che nome per un cane“, ha detto un altro.

Un cane?, ho pensato. Poi  ho guardato meglio. Privo di sensi sul marciapiedi c’era un grosso cane rognoso, un randagio, non io, per niente.

L’imbarazzo. Sono sgattaiolato fuori dalla piccolo assembramento, poi mi sono messo a correre con tutta la forza delle mie quattro gambe.

(Traduzione di Marco Bertoli)

“Short shorts” di Peter Cherches – 1

“Uno degli innovatori del genere della short short storysecondo Publishers Weekly, Peter Cherches conduce dagli anni Settanta la sua vita creativa nel mondo letterario, musicale e performativo di New York City e non solo, nelle vesti di scrittore, editor, performance artist, cantante e lyricist.

Suoi testi sono apparsi su riviste, antologie e siti web, fra cui Transatlantic Review, Harper’s e The Big Book od New American Humor.

Il suo libro più recente è Everything Happens to Me (Pelekinesis 2024), romanzo a episodi sui triboli di un immaginario scrittore di New York a nome Peter Cherches. Altri libri recenti: Whistler’s Mother’s Son e Tracks (quest’ultimo definito dall’Autore un “a musical memoir”).

Così ha scritto Billy Collins della sua raccolta Lift You Right Arm del 2013: “A Gödel, Escher e Bach non è fuori luogo pensare di aggiungere Peter Cherches”.

A Kiss Before Dying

Certain, once again, that his time is up, Mr. Deadman would like a kiss before dying, one last kiss, one more time.  So he goes to the carnival, to the kissing booths.  Mr. Deadman has been here before.  In fact, he’s a regular.

There are quite a number of kissing booths at the carnival, staffed by all manner of women, a woman for every taste.  All the women recognize Mr. Deadman, and they greet him as he strolls by their booths, hoping for a little business.  But, just like every other time, Mr. Deadman passes most of them by.  He passes the cute girls-next-door, a dime a dozen at kissing booths.  He passes the sexy vixens and the various and sundry other hot numbers.  He passes the stunning and elegant fashion-model types.  They all have their allure, Mr. Deadman acknowledges, but none of them have the power.  So Mr. Deadman heads straight for the kissing booth of Big Bertha, a gargantuan woman who doubles as the carnival’s fat lady, the only kisser at the carnival, he knows, who has the power to take away the breath of life, to bestow the kiss of death.

He ponies up his cash, many times the other women’s prevailing rate, and Bertha stuffs the wad of bills in her massive cleavage.  Then she leans forward, puts her lips to Mr. Deadman’s, and lets loose with the mother of all kisses.  Mr. Deadman crumbles to the ground.  The medics are called, but it’s too late.  Mr. Deadman is D.O.A.

As the medics load Mr. Deadman onto the stretcher, Bertha winks at the corpse and calls out, “Come back and see me some time, honey,” certain, once again, that he will.

Un bacio prima di morire

(da Lift Your Right Arm, Pelekinesis 2013)

Persuasosi una volta di più che sia arrivata la sua ora, mr. Deadman prova il desiderio di un bacio prima di morire: un ultimo bacio, ancora uno. Per questo va al luna park, al baraccone dei baci. Non è la prima volta per mr. Deadman. Si può dire che sia un cliente abituale.

Al luna park i baracconi dei baci sono parecchi, con donne d’ogni sorta; ce n’è per tutti i gusti. Tutte riconoscono mr. Deadman, lo salutano quando passa davanti ai loro baracconi, casomai ci sia da guadagnarci qualcosa. Come tutte le altre volte, però, mr. Deadman tira diritto. Ignora una graziosa ragazza della porta accanto, del tipo che ai baracconi ti tirano dietro. Ignora un tipo di fotomodella mozzafiato. Hanno tutte le loro attrattive, mr. Deadman lo sa bene, ma nessuna è in grado. Perciò mr. Deadman procede sicuro verso il baraccone dei baci della gargantuesca Big Bertha, facente funzione al luna park anche di Donna Cannone, l’unica baciatrice della fiera, mr. Deadman sa bene, in grado di aspirargli lo spirito vitale, di conferire il bacio della morte.

Sgancia il valsente, pari a diverse volte la tariffa media delle altre. Bertha accomoda il mazzetto di banconote fra le montagne dei suoi seni. Poi si china verso mr. Deadman e scatena la madre di tutti i baci. Mr. Deadman collassa come sbriciolato. Accorrono i sanitari, ma troppo tardi. Mr. Deadman è dichiarato morto

Mentre lo caricano in barella, Bertha ammicca a mr. Deadman cadavere ed esclama: “Torna pure quando vuoi, tesoro“, persuasa, una volta di più, che lui tornerà.

(Traduzione di Marco Bertoli)

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