
Racconto di Carlo Rossi
Ti vedo sorreggere chili di ferro. Ti sento troncare urla da sforzo sotto pesi che a stento confermano la forza di gravità.
Il tuo tempo è scandito da gesti netti che seguono una liturgia rigorosa.
Guardi il cronografo, tergi il sudore: prima la fronte, poi il collo. Porti le mani ai fianchi e prendi aria, ti siedi su una panca a recuperare energie e batti impercettibilmente un tallone a ritmo della musica che hai nelle cuffie. Non guardi mai chi ti gira intorno. Vuoi essere assolutamente solo con il tuo umore carico di nubi, cieli di nubi da sgombrare con quella collera che riversi contro le macchine. E non ti guardi mai allo specchio. Mai, se non quando muovi su e giù i tuoi giocattoli. Sembra quasi che tu non riesca a sopportare altra idea di te stesso, se non quella di uno costretto a stare nei panni di Sisifo.
La prima volta che ti ho visto eri camuffato sotto una felpa di almeno due taglie più grande, mentre gli altri indossavano con nonchalance canottiere e leggings che la legge dovrebbe vietare agli uomini. Poi ti ho visto con quella t-shirt vecchia di dieci anni, una seconda pelle riempita da muscoli gonfi che denunciavano un’anatomia da atleta. E, ai piedi, un paio di Chuck Taylor che avrebbero preferito appendersi da sole al chiodo piuttosto che portarti in giro ancora un istante. Mi sei sembrato fuori moda, reietto, sfigato. Ma non sono stati i tuoi muscoli ad attrarmi, così come non è stata la tua sciatteria ad infastidirmi. Forse il tuo essere isola sperduta e non arcipelago. Mi ha incuriosita il tuo essere fieramente antisociale tra un’accozzaglia ipocritamente socievole.
Cercavo di concentrarmi su quel dannatissimo esercizio per i glutei, ma con la coda dell’occhio non facevo altro che guardare il tuo sudore costringere il grigio della tua maglia farsi nero. Dopo i primi “wow!” spuntati come funghi nello spazio fertile della mia ammirazione, avrei voluto mollare tutto e raggiungerti per chiedere se ne valesse la pena. Temo di essere rimasta vittima di un inaspettato senso materno misto a sindrome da crocerossina. Ti ho visto esasperare il dualismo sforzo-riposo in una sorta di sperimentazione personale che sembrava svantaggiarti in favore di un allenamento al massacro. Eppure, inspiegabilmente, ogni volta ti bastavano tre minuti per scacciare la congestione dal tuo volto e riconquistare il colorito verdastro. Tre minuti per risorgere e ricominciare a soffrire. Ancora, e ancora, Sisifo.
Mario mi stava tastando il culo, con la scusa di spiegarmi l’ennesimo esercizio per le gambe, quando gl’ho chiesto di farmi fare quello che facevi tu. Mi ha detto che lo squat è un esercizio molto tecnico, per atleti avanzati e che l’avrei potuto fare dopo mesi di pratica. Ma io volevo solo avere una scusa per guardarti eseguire quei movimenti precisi, composti, con un carico così sproporzionato per la tua figura e, magari, chiedere a Mario chi fossi. Ma poi non ho avuto coraggio e ho lasciato perdere.
La routine preliminare è quasi sempre la stessa. Si vede che in lei trovi certezze che confortano dal caos quotidiano. Mediti a due passi da quegli enormi pesi issati sulla sbarra semiarrugginita. Inspiri e porti le mani agli auricolari che cospargono di musica il tuo mondo. Musica che ti dice molto, perché sembra gettare benzina su fiamme che ardono già alte dentro il tuo cuore. Poi serri le palpebre per prepararti ad attraversare l’intero inferno. Ti do le spalle e torno a fingermi interessata al barboso esercizio che giura di trasformare i miei glutei in mongolfiere pronte a prendere il volo.
La palestra mi annoia a morte. Non vedo come si possa stare chiusi in una scatola che puzza di sudore a faticare a pagamento. Eppure, quando trovo qualcuno motivato come te, in un cesso come questo, capisco che deve davvero esserci un perché. Il tuo scava dentro, come un magma che corrode, che annienta ogni sbarramento. È una colata d’odio che non può essere repressa, ma che al tempo stesso è celata sotto strati di diffidenza. Non mi sembra che uno sfigato come te ci tenga ad apparire dannatamente bello e in forma. La tua uniforme ti condanna: sei qualcosa di diverso, sei in cerca di riscatto. Oppure sei un monomaniaco masochista.
Per un attimo, ti ho visto cedere alla tentazione di essere normale. Ti ho scorto suggerire a quel ragazzino come impugnare e spingere quel peso. Il volto sereno e lo sguardo rassicurante. Hai smesso gli auricolari e hai fatto debuttare la tua voce. Il tono fermo, la frase disciplinata, fluida, capace di esporre senza indugio. Ho pensato a te come un individuo maturo ed esperto in fatto di robe da sollevare e riportare a terra senza scopo apparente. Serio, competente ma dannatamente sfigato con addosso quegli stracci che neanche Rocky ad inseguire la gallina.
Chi sei tu Sisifo dalle natiche di marmo?



