Il vero omicidio regala certezze nuove e incontrollabili
Kamel Daoud
Dopo aver chiuso la porta dell’automobile, sa di avere preso tutto. Ha ucciso un uomo, lo ha eviscerato e nel refrigeratore ha conservato solo il cuore. Così riferisce il giornalista esperto di cronaca nera. I particolari falsi sono la sua specialità.
L’organo è stato avvolto in un telo da spiaggia. Forse tracce di sabbia o di cloro, ma non ha trovato altro che fungesse da sudario. Lo ha riposto dentro una valigia comune, acquistata in un centro commerciale. Così, risulta dall’estratto conto della carta di credito. Costava poco, racconterà, ma la puzza di plastica cinese non era mai andata via. Le valigie economiche odorano anche dopo anni. È difficile eliminare quel fetore di plastificante e sostanze chimiche. Il cuore era ancora in ottimo stato, sembrava pulsare, ma doveva liberarsene.
Nel mondo osceno in cui viviamo si possono fare tante cose, anche le più ributtanti. Quando lui era un adolescente insicuro, confiderà al suo compagno di cella, il suo vicino di casa in campagna saliva sul tetto e acchiappava con un lenzuolo i colombacci per cucinarli. Li stordiva con un bastone poi gli tirava il collo. Che differenza c’era con il crimine che ha da poco commesso e confessato?
Senza aspettare il buio, inizia il suo viaggio. Nell’oscurità scorrono villaggi e strade monotone e secondarie. Mentre guida, ascolta e riascolta l’audiolibro di un racconto inverosimile. Gliel’ha consigliato la sua ex fidanzata. Ascolta più di una volta perché vuole comprendere meglio. Capisce che si descrive la storia di un digiunatore recluso dentro la gabbia di un circo boemo. E se un giorno, invece della solita occupazione, fosse diventato lui il misterioso digiunatore, l’insuperabile artista della fame autorecluso in quella prigione-spettacolo? Sarebbe stata la prima e ultima esibizione del suo corpo consumato dalla denutrizione e le riviste di arte contemporanea di tutto il mondo ne avrebbero parlato. Foto, filmati, articoli, interviste e un posto sicuro nei manuali di storia dell’arte mentre il suo professore di scienze motorie avrebbe fatto finta di non conoscerlo o ne avrebbe parlato con disprezzo alla moglie. «È sempre stato un ragazzo strano. Era un provocatore. Non era facile confrontarsi con lui. A volte, diventava aggressivo. Si tormentava le braccia con la lametta del rasoio di suo nonno e diceva che era stato il gatto». Ma il giudizio dell’insegnante, al processo, sarà considerato inattendibile.
Dopo aver percorso decine di chilometri raggiunge una strada forestale. Abbandonata l’auto, prosegue a piedi con la valigia di plastica e una pala. Attraversa boschi di querce e altre piante di cui non ricorda il nome, così è scritto nei verbali degli interrogatori. Scava e riempie una buca in un luogo nascosto tra i rovi e gli sterpi. Terminato il lavoro, decide di ritornare su quella cicatrice di terra che conduce alla cima di una collina nera. Nelle giornate di luce si possono scorgere un vallone e tutta la pianura sottostante. Dal punto più alto osserva l’autostrada illuminata e forse immagina come ogni veicolo nasconda un destino diverso. E qual è stato il suo? Se lo domanderà spesso negli anni futuri. Non aveva mai parlato con il padre delle sue scarse abilità sociali e del suo senso di inadeguatezza. Non ne avevano mai discusso. In famiglia si discuteva di altro o si ascoltava in silenzio la televisione. Come è andata oggi la scuola? Progetti per il futuro? Hai già scelto l’università? Siamo disposti a fare dei sacrifici per aiutarti.
Per oltre un’ora contempla il plenilunio e si domanda se la Natura non l’abbia già trasformato in un orrifico lupo anziché in un uomo dall’aspetto comune e un lavoro normale. Quando torna a casa, finge di non ricordarsi nulla. Il viaggio, la foresta, il cuore, quel mammellone di terra, la buca tra i rovi. Nessuno gli ha chiesto cosa ci facesse in giro con un cuore umano. Nessuno, quella notte, lo ha fermato. Prova a dormire, ma non ci riesce nemmeno con le musiche rilassanti delle onde. Non funzionano mai perché i suoi ritmi circadiani si sregolano come orologi guasti, ha letto in rete.
Svolge un lavoro da impiegato in una compagnia di assicurazioni, scrive il cronista. Si tratta di un’occupazione ripetitiva che detesta. Qualcuno dice che sia lento perché distratto e disordinato. Durante una pausa, ai colleghi dichiara di essere diventato vegetariano per rispetto degli animali e per perpetuare il ricordo di sua nonna materna, sacerdotessa di una cucina sana e senza carne prima che il marketing alimentare inventasse i prodotti a km 0, il lievito madre o la farina kamut. Quando parla lo ignorano come fosse invisibile. Vorrebbe riferire la storia del vicino di casa che catturava i colombacci, ma teme di averla già riportata o che i colleghi non vogliano credergli. E lui, allora, inventa una scusa per tornare da solo nell’open space perché è convinto che così si lavori meglio. Da solo, senza rumori. Al processo, tra il pubblico, qualcuno diagnostica un disturbo dello spettro autistico, senza avere le competenze.
È uscito per qualche mese con una donna molto più giovane, ma non è durata e non ha mai capito il perché. Minuta, fisico ginoide, i capelli nerissimi, lunghi e una pelle olivastra che le dava un aspetto zingaresco. Parlava di libri, di leggerezza, di viaggi, di tramonti, mentre lui era ossessionato dal sesso. Un pomeriggio, ha trovato uno sconosciuto sotto casa che lo ha pregato di non cercarla più. Sembrava un avvertimento, ma non ne ha afferrato il motivo. Ci ha pensato a lungo e non ha trovato una spiegazione che lo convincesse. Ne aveva discusso con la sua terapeuta, ma non aveva compreso la risposta. Lei gliel’aveva ripetuta e aveva fatto finta di capire, poi aveva cercato in rete una spiegazione migliore, ma era finito su Pornhub e se ne era dimenticato.
Una notte, un sogno si è trasformato in un incubo confuso. Al risveglio, si è domandato chi fosse lo sconosciuto che gli aveva intimato di non telefonare mai più alla donna con cui usciva. Un parente, un vicino di casa o il nuovo compagno? Come faceva a conoscere il suo domicilio, i suoi orari o il suo volto? E perché lei non c’era più?
Rintracciare l’identità dello sconosciuto è stato facile. Si trovava tra gli amici di lei, sui social. Era lì, con il suo volto, con i suoi post conformisti, con i suoi deragliamenti sintattici, il suo nome banale, il cognome regionale, il titolo di studio professionale e la data di nascita. C’era tutto.
L’arte di seguire una persona a piedi o in auto, senza essere scoperti, richiede pazienza, tempi lunghi e attese infinite. Non occorrono baffi finti o travestimenti. Lo sconosciuto, che non era più uno sconosciuto, lavorava nello studio di un geometra senza esserne il titolare. Rientrava ogni sera all’incirca alla stessa ora. Falso. I giornalisti inventano sempre. Viveva da solo in una villetta a schiera, hanno scritto. Falso. Niente tracce di moglie, di convivente o di animali domestici. Falso. Un uomo buono, silenzioso, con pochi amici, che un tardo pomeriggio era diventato il difensore di una donna in pericolo. Erano stati compagni di scuola? No, troppo vecchio. Avevano frequentato la medesima compagnia? Forse. Erano stati insieme nel gruppo scout e nel gruppo settimanale di preghiera? Che cosa li univa? La passione per i film in lingua originale o le mostre d’arte. Un workshop di teatro e i corsi di pizzica e di tarologia? Nessuno ha mai verificato.
Lo sconosciuto gli aveva parlato in maniera decisa. Aveva un alito da denti cariati, denti gialli e grossi. Sembrava un adolescente invecchiato in fretta in un corpo non suo. Cosa sapeva della loro relazione? Conosceva i dettagli più intimi? Certo, qualcosa si era rotto, ma perché si era intromesso? Lo aveva incaricato lei perché si sentiva spaventata? Pensava che lei gli avesse fornito precise istruzioni persino sulle frasi da dire. Era venuto fino lì per spaventarlo? O erano solo amici e lui si sentiva appagato nel divenire il suo fedele difensore, pronto a proteggerla dalle insidie di un uomo più vecchio che sembrava distratto quando lei parlava, conosciuto da poco su Tinder? Tutto da verificare. Bisognava punire lo sconosciuto per la sua intromissione. Farlo sparire e nessuno ne avrebbe reclamato il corpo. Nello studio del geometra avrebbero cercato un altro professionista, magari più giovane e più preparato, con maggiori ambizioni lavorative.
Non esistono tutorial su come far sparire una persona, sebbene lui avesse cercato invano per notti intere. Il suo pc verrà sequestrato. Dividere il corpo in pezzi, separarli, eliminare gli arti e le parti molli come si fa con il pollame. Quando lo aveva colpito, era caduto per terra come un pupazzo. Era stato facile trascinarlo dentro il bagagliaio. Non aveva gridato, non si era lamentato. Non era stato necessario infierire. Era morto in silenzio, senza ribellarsi. Forse, un attacco di cuore secondo il parere del medico legale incaricato dal tribunale. Il cuore che aveva ceduto meritava una giusta sepoltura, ma del corpo e delle sue parti avrebbe cercato di disfarsene in luoghi diversi e lontani. Ora in un fiume, ora in un cassonetto dei rifiuti organici, ora in un praticello nascosto dietro un guardrail, lungo la strada provinciale, tra lastre di eternit, macerie e materiali inerti di scarto. Animali e mancanza di senso civico avrebbero fatto il lavoro sporco e lì, per certo, le autorità non avrebbero mai cercato.
E lei? Se un giorno avessero ricominciato a frequentarsi, mai le avrebbe raccontato la verità sul destino dello sconosciuto, perché ci sono verità che non dobbiamo conoscere, diceva sempre sua madre. Alla storia del cuore sul mammellone di terra lei non avrebbe creduto, come non aveva creduto al racconto dei colombacci sul tetto del vicino. Quella volta, quando aveva descritto la sua vita di adolescente turbato e scontroso, lei aveva riso e lui non aveva capito il perché.
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Andrea Scagliarini (Torino, 1961) di notte legge, scrive, riscrive o studia musica. I suoi testi sono apparsi in antologia e sulle riviste letterarie Narrandom, Racconticon, Pastrengo, Enne 2, Nabu, Border Liber, Kairòs, Linoleum, Tremila Battute, Topsy Kretts, Grande Kalma e Fuori Asse. Nel 2025 è stato semifinalista al Premio Italo Calvino per Racconti.

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