Segnale assente

di Nicola Cirillo

Questo racconto è risultato il migliore fra quelli inviati in risposta all’appello del luglio scorso, “Un racconto sulla televisione“.

Il vento, passando con un sibilo metallico tra i giganteschi tralicci d’acciaio del ripetitore, spazzava la cima della montagna. Corrado strinse il bavero del giaccone e varcò la soglia della stazione di controllo. L’odore di ozono, polvere e plastica surriscaldata lo investì; un aroma che per trent’anni aveva significato “lavoro”, ma che ora sapeva solo di abbandono.

Era l’ultima settimana. L’intero impianto analogico e i primi ponti digitali terrestri stavano per essere smantellati. Ormai, il mondo si nutriva di fibra ottica sottomarina e di costellazioni satellitari in orbita bassa. La televisione via etere, quella che aveva unito un’intera nazione sotto lo stesso cielo di frequenze, era diventata un reperto ingombrante, un dinosauro di metallo arrugginito piantato sulla cima di un monte appenninico.

Corrado accese la fila di neon sopra la console principale. Una ventina di monitor erano incassati nella parete. Tutti spenti, tranne uno: un vecchio tubo catodico di servizio, lasciato lì chissà perché, che fungeva da monitor per le frequenze di emergenza. Sullo schermo danzava la familiare neve televisiva, il rumore bianco che per anni era stato suo nemico. 

Guardando quella frenesia elettrostatica, Corrado sorrise amaro, ricordando le discussioni a tavola di quando era bambino.

«L’ho visto alla televisione!» sbraitava suo padre, sbattendo il pugno sul tavolo. La scatola magica in salotto non trasmetteva solo immagini; certificava l’esistenza delle cose. Se un evento, un uomo o una tragedia non passavano per quel tubo di vetro, semplicemente non appartenevano alla realtà.

«È andato perfino in televisione!» dicevano in famiglia, sgranando gli occhi, quando un compaesano finiva tra il pubblico di un quiz pomeridiano. Era un’investitura, l’accesso a un Olimpo profano.

E poi c’era il nonno, intellettuale di provincia, che con aristocratico distacco sentenziava: «Io non guardo quella roba. Leggo.» senza rendersi conto che anche i giornalisti, ormai, decidevano le prime pagine basandosi su ciò che la televisione aveva deciso fosse importante la sera prima.

Ma ora? Ora la televisione era roba vecchia. Un fossile linguistico. I figli di Corrado non “accendevano la televisione”; avviavano applicazioni, selezionavano flussi, skippavano contenuti su schermi grandi quanto una carta di credito. Lo specchio della conoscenza comune si era infranto in milioni di schegge, e ognuno si vedeva solo in quella che rifletteva le proprie ossessioni, isolato dal proprio algoritmo personalizzante.

Corrado si sedette sulla consunta poltrona di pelle e allungò una mano per spegnere definitivamente anche quell’ultimo monitor.

Poi, si verificò un’anomalia.

Il rumore bianco sullo schermo ebbe un sussulto. La neve grigia e nera iniziò a coagularsi, a formare delle ombre. L’audio, fino a quel momento un fruscio monotono come risacca oceanica, divenne un mormorio denso.

Corrado ritirò la mano. Non c’erano antenne collegate in grado di ricevere un segnale coerente. Il ripetitore principale era isolato dalla rete nazionale da quarantotto ore. Eppure, le onde elettromagnetiche stavano componendo qualcosa.

Lentamente, il tubo catodico restituì un’immagine sbiadita, desaturata, attraversata da scariche orizzontali, ma inequivocabile. C’era un uomo in giacca e cravatta, dietro una scrivania di un telegiornale degli anni Ottanta. Parlava, ma le sue parole erano sovrapposte ad altre voci: la sigla di un varietà del sabato sera, il jingle di una reclame di detersivi degli anni Sessanta, l’urlo di un telecronista durante una finale dei mondiali di calcio, le sirene dopo un attentato degli anni di piombo.

Era un’allucinazione, certo, ma sembrava un fantasma di pura energia. 

Corrado si sporse in avanti, col fiato sospeso. Marshall McLuhan l’aveva chiamata «villaggio globale», ma quella definizione asettica ora gli appariva ridicola, superata dalla violenza della visione. Quello che pulsava nel tubo catodico non era un villaggio, era un’unica, sterminata piazza d’armi dove il tempo era collassato su sé stesso. Il segnale sprigionato da quell’antenna per decenni stava ora, in un ultimo spasmo, rivomitando tutto il suo dolore e la sua euforia. Le immagini non erano trasmesse, erano esalate dal metallo e dalla roccia della montagna; un frullato della coscienza collettiva di un intero Paese. Vide frammenti di quiz show scivolare nelle immagini sgranate dello sbarco sulla Luna, risate preregistrate che coprivano le lacrime dei funerali di Stato. Era tutto lì: la banalità più atroce e la storia più solenne, mescolate e fuse nel tubo catodico, l’unico vero altare pagano del Novecento.

In quel momento, Corrado comprese cos’era oggi la televisione. Non era un elettrodomestico, né un medium. Era una casa infestata. Era il luogo della memoria di quando eravamo tutti nello stesso posto, alla stessa ora, a guardare nella stessa direzione. Era il rumore di fondo di un impero crollato, le cui rovine continuavano a emettere un flebile calore e un filo di fumo.

La sequenza durò pochi minuti. Poi, le immagini tornarono a sfaldarsi, divorate dall’entropia, finché sullo schermo non rimase altro che la solita, fredda, indifferente bufera di rumore bianco. Il fruscio cosmico della radiazione di fondo.

Corrado rimase a fissare il vuoto per un tempo lungo. Poi girò l’interruttore rosso. Lo schermo si strinse fino a ridursi a un piccolo punto luminoso, una singolarità che inghiottì quasi un secolo di storia, restituendo la stanza a un vuoto più denso della sola assenza di segnale.

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